mercoledì 25 agosto 2010

VINO PER DEFICIENTI

"Se uno va al ristorante e si ritrova nel piatto una bistecca cattiva o bruciacchiata non è che decide di andare a fare un corso per capire la struttura della carne in modo da poter esprimere un giudizio, ma si limita a dire al cameriere di portarsi indietro quella schifezza. Allo stesso modo, se un vino non è gradevole ai sensi è perché -analiticamente e qualitativamente- non è 'a punto' (...) Dobbiamo dare fiducia. Perché una persona può giudicare una bistecca e diventa un perfetto cretino se parla di vino?"

Luca Maroni, dichiarazione al Vinitaly 2000.

Perché se uno vuole parlare di un recente viaggio nel sud della Francia e dei relativi assaggi ed esperienze gastronomiche, parte da una dichiarazione del guru-de'-noantri di ben
(nel vino ogni anno si calcola come ai gatti) 10 anni fa?
Che c'azzecca il lapalissiano scardinare le sicumere dei soloni dell'assaggio (e assicuriamo che di sicumere e di soloni era/è pieno il mondo e comprendiamo anche come, ironicamente, certe sicumere maroniane appaiano ora smontabili come un castello della Lego) con sbevazzate di Morgon, grenache biodinamiche e avventurose escursioni nel regno dell'andouillette?
C'azzecca per una serie di motivi. Perché 10 anni fa pensavo che la Francia fosse molto fumo (=capacità di vendere anche solo l'idea di qualcosa) e qualche pezzo d'arrosto (bruciacchiato) mentre in Italia di fumo ne avevamo negli occhi e di arrosti una marea ma ancora da cucinare. Perché pensavo che parte della propaganda agroalimentare francese si basasse solo sulla loro capacità di studiare e analizzare e catalogare tutto (ahh, il terroir...) e poi metterci un bel fiocco sopra con la scritta grandeur a lettere cubitali, mentre in Italia gli avremmo fatto un mazzo tanto con formaggi, uve, carni e verdure pur se tutto fatto un-po'-alla-cazzo (il concetto di terroir all'italiana).
E perché pensavo che la figura del sommelier (in origine il signif
icato era "conducente di bestie da soma" e la onomastica un senso ce l'ha) è nata da loro come derivazione di tutta la fuffa attorno al vino, di tutto quel mischiare termini e algoritmi degustativi per cui se un vino ti fa schifo, allora A) è troppo giovane e bisogna attendere almeno 700 lune nuove, B) quello che tu provi non è schifo ma solo inesperienza nell'apprezzare una sana rasoiata in bocca e quello che chiami 'odore di merda' è invece goudron con meravigliosi rimandi a campi provenzali irrorati di sano letame, C) e comunque non rompere i coglioni dato che è un perfetto abbinamento alla tua bistecca bruciacchiata poiché l'acidità crepa-palato viene a bilanciare il rimando al carbone che poi è tamponato dalla puzza (cioè, goudron) che poi è annullata dai tannini verdi che poi quel bruciato non te lo ricordi più. Mentre in Italia degustare era ingollare.
L'uso dell'imperfetto pensavo lascia chiaramente intendere che le cose non sono più così per me. Non completamente, almeno.
Non c'è nulla in un qualsiasi luogo comune che possa contenere la complessità di una popolazione, men che meno ciò che deriva da qualche esperienza limitata nel tempo. Però, nel comparto enologico, l'idea di superbia che spesso si associa ai francesi, va a braccetto con un concetto meno negativo: l'orgoglio. Pur nell'ampio ventaglio di tipologie umane che vanno dalla timidezza alla sfrontataggine, il produttore francese è solitamente orgoglioso della sua terra, dei suoi vigneti, ergo del suo vino. Che non significa che lo giudichi il migliore del mondo, ma solo che è il migliore (o il tentativo di essere tale) prodotto ottenibile da quella terra, da quel terroir (ancora). L'orgoglio, unito ad un approccio culturale quasi all'opposto che in Italia, lo ha portato ha preservare i vecchi vigneti, a salvaguardare quel patrimonio ampelografico come
un tesoro vivente, pulsante. L'idea che la qualità (e la capacità di vendere al resto del mondo questa qualità) doveva essere il marchio di fabbrica della produzione francese. Qui si è operata una frattura con l'Italia. Con l'Italia dei vecchi vigneti rasi al suolo, degli impianti modernizzati e via quei vecchi vigneti che ti cacano un grappolo ogni tanto, del tanto-vino-per-tutti. Mesi fa, parlando con Gianmarco Antonuzi de Le Coste e delle sue esperienze in Francia (ha lavorato da Leon Barral nel Faugeres, in Borgogna da Pacalet, nel Rodano da Dard & Ribo), ci disse che il grande vantaggio i francesi ce l'hanno sul campo, ossia nell'età dei vigneti e nella terra: hanno preservato le vigne vecchie, vecchissime, guardandole come si venera una quercia secolare e hanno iniziato moooolto prima di noi a lavorare la terra in maniera naturale e da tutto ciò derivano terre sane, vigneti quasi auto-regolantesi, vini profondi e complessi, vini più scontrosi all'inizio ma capaci di mutazioni incredibili nel bicchiere e capaci di durare giorni all'apertura (vedi nota 1), vini che vengono da uve che quasi se ne fregano di un elemento accessorio come il contenitore, che sia legno grande o piccolo, sporco o pulito.
Non tutti, d'accordo, ma molto più che noi (vedi nota 2).

E tutto questo è fondamentale. E tutto questo rimanda all'altro punto ancora-più-fondamentale. Come sono questi vini.
Acidità. Questa parolaccia è la chiave. Per anni mi è parsa una montatura della critica filo-francese. O mio Dio, questo vino è troppo potente, troppo saporito, troppo tutto; non sono abituato, non riesco a mandarlo giù, ci vorrebbe una bella bomba di acido tartarico (vedi nota 3). E via a dire come un mantra: l'acidità dà beva, conserva il vino, cura l'alopecia; l'acidità fornisce tensione ad un bic
chiere altrimenti mollo, faticoso, tutto estratto e tannini e marmellata. L'acidità come Presidente dei Vini Leggeri.
Per anni mi è parsa una scorciatoia. O una giustificazione per vini non maturi e/o geneticamente inferiori. Solo qualche mese fa ad un convegno sul Sangiovese di Romagna, si sentivano tutti rimpiangere quei vecchi e cari (non di prezzo) e simpatici sangiovesi di una volta con poco alcool, poco colore, poco sapore e una bella sferzata acida in bocca (vedi nota 4). Ma le cose cambiano. Certe sinapsi nel cervello si attivano, altre si bruciano. Non sono ancora passato al lato oscuro della Forza, però. Però esistono vini ai quali una venatura acida dona dinamicità, li aiuta. Una venatura acida senza asprezze innaturali ma, in fondo in fondo, piacevole.
Questa cosa mi si è formata in testa bevendo con dei produttori qui da noi e si è messa più a fuoco nei giri in Francia. Lì c'hanno la fissa dell'acidità. Vai nei bistrot-gourmand con scaffali mezzi sepolti di vini bio, stretto come un'acciuga nel tuo mezzo tavolino (l'immortale ipersfruttamento dello spazio nei locali francesi) e il tipo inizia delle descrizioni fantastiche di terreni e spezie orientali e bocche morbide come seta con un fantasmagorico finale, indovinate, acido.
Esempio pratico: questo vino
l'ho bevuto in una cave à fromage a Nizza. Posto carino segnalato da Olivier de La Part des Anges (enoteca fantastica ricolma di ogni ben di Dio, anzi di Bio). Inizio a cercare col cameriere cosa bere. Ogni vino viene descritto al millimetro, dalla zona di produzione a cosa andrai a sentirci dentro. Non importa se le bottiglie cambiano, se le sensazioni cambiano da persona a persona: lui ti dice cosa stai per bere, ti vuole ammaliare e/o renderti la vita facile. Tira fuori questa bottiglia. Morgon P'tit Max 2005 di Guy Breton. Vigne di 70 anni di Gamay. Macerazione medio-lunga. Alcool 13°. Euro 25. E' un vino molto giovane (ed è interessante notare come quasi qualsiasi vino in Francia sia considerato giovane, da aspettare, da maturare). E starò per sentirci umori di terra e piccoli frutti rossi, una leggera nota fumosa che sparirà nell'arco di 25-30 minuti, una leggerissima pungenza aspra al naso che accompagnerà poi la sorsata rendendola più lunga. Mi fido. Arriva al tavolo, scaraffa (di solito li blocco ma lui mi era simpatico e mi sarebbe parso di deluderlo). Lo versa e sento tutto quello che aveva detto. Cioè, sento le categorie generali della sua descrizione. Però tutto in un quadro rarefatto. I suoi colori sono solo un po' più sbiaditi, la frutta inizia ad ossidarsi, gli umori di terra virano verso l'humus. L'acidità è notevole e lascia la bocca pulita e non allunga la sorsata. E in questa espressione di vino a consistenze minime ci può stare. Bere e gustare questo vino è molto esercizio mentale e rimandi poetici e costruzione di un'emozione, e meno effettiva sensazione tattile.
Ecco, i francesi mi hanno ancora regalato una grossa suggestione, mi hanno raccontato una storia bellissima e fatto rendere omaggio a le Roi le Vin e la cosa non è di per né bella né brutta, non spiacevole o inutile. Se il vino è in parte mistica, loro questa parte la usano per addobbare un Tempio al quale siamo tutti invitati prestando attenzione alla loro liturgia. E' una forma contorta di democratizzazione che a qualcuno può non piacere, che qualcuno può rinnegare alzando gli occhi all'altare e scoprendo che questo Dio non c'è o è da un'altra parte. Ma ogni tanto accendere un cero non fa male.



nota 1: Forse è da questo che deriva una certa fissazione nello scaraffare i vini, cosa che tutti ma proprio tutti (secondo una statistica personale dalle basi assolutamente scientifiche, ossia fatta-alla-cazzo), dal bar stile Caracas con qualche vino fino al 3 stelle, fanno senza chiedere nulla ma semplicemente come gesto naturale perché quella cosa che hanno in mano è preziosa e deve essere onorata e trattata coi guanti (cioè, col decanter) e deve aprirsi e respirare, e allora niente di meglio di una bella botta del signor Ossigeno. Questo naturalmente senza ignorare l'aspetto puramente coreografico della cosa che nei francesi sembra prendere spesso la forma della sostanza, non sostituendola ma, diciamo, completandola; e senza ignorare la sostanziale inutilità nel 90% dei casi.

nota 2: Il vino naturale da noi è forse ancora un vagito e tutto pare frantumarsi, atomizzarsi tra associazioni, certificazioni, scissioni che tendono a spaccare il capello in 4. Senza la capacità di fare fronte che hanno i francesi in quasi ogni ambito, ci si ritrova a fare battaglie in solitaria, a confondere il consumatore. E sarebbe un'altra interessante analisi quella che vada a capire cosa è un consumatore, cosa cazzo vuole, quanto la vuole, perché la vuole, dove finiscono i suoi soldi; ossia un'analisi che faccia capire intanto se c'è qualcuno che ascolta e, nel caso, in che lingua parlargli. Questo anche per uscire dall'orticello delle solite facce e dei soliti 4 gatti che popolano le varie ferie collaterali a cui fa riferimento ancora Radikon quando dice ciao ciao a tutti e se ne va al Vinitaly delle meraviglie commerciali. Che si fa? Tutti dietro a Radikon e ognun per ? Uniamo le fiere vino-veriste da qualche parte o da qualche parte che è il Vinitaly? La questione è lunga e dovunque la tocchi sento delle spine.

nota 3: Certo è divertente sentire come Radikon ebbe una prima intuizione verso quello che sarebbe diventata la sua ricerca nella macerazione dei bianchi:
"Un segnale "divino" arriva nell'annata '85. Siamo in giugno, una grandinata dirada notevolmente l'uva in vigna. Però quel poco che rimane è sano e figlio di un'annata ottima, sebbene con uve che hanno minore acidità rispetto ai parametri abituali. Per aumentarne il livello, ci vuole un'integrazione con l'acido tartarico, ma dai dati delle analisi di laboratorio, emerge che si dovrebbe fare un'aggiunta notevole, esagerata, e così si decide di lasciare tutto come la natura ha stabilito in quell'annata. I risultati furono sorprendenti, vini ottimi che però il mercato non apprezzò. Per Stanko era, però, il chiaro segnale che la via, che il destino aveva indicato, era quella giusta."

Il resto dell'articolo con intervista è qui.

nota 4: Ma tu guarda cosa scriveva qui qualche anno fa Roberto Gatti riguardo alla nuova tendenza critica demolitrice dei vinoni tutta ciccia e alcool. Per me è 1 a 0 e palla al centro.


lunedì 16 agosto 2010

IL RE (ANZI, IL CONTE) E' NUDO (ANZI, ABBASTANZA VESTITO)

Facciamo un gioco. Proviamo ad unire due cose, a fare delle libere associazioni mentali, a buttare lì dei concetti. Circuitiamo mentalmente (siamo su internet la cui struttura è basata sull'idea di link, di rimandi continui ad altri concetti, di "io apro una pagina e questa mi porterà ad un'altra pagina e poi un'altra fino all'infinito", di rizoma*). Le due cose sono queste:
1) 1970
2) Sicilia.

Il 1970 è l'epoca della post-sbornia euforica degli anni '60, dell'Italia-Germania 4 a 3, delle lotteoccupate e del contestatutto, del primo volantino BR, dello scudetto al Cagliari, si sciolgono i Beatles, si vara lo Statuto dei lavoratori, nasco io.
La Sicilia e il sole, l'Etna, la Mafia, gli agrumi, Pirandello, la cassata, il Barocco, i normanni, il mare, Franchi e Ingrassia, i Greci. Il vino.

Nel '70 l'Italia vinicola è ancora sotto lo schianto industrializzante. Iperproduzione, abbandono delle varietà poco redditizie, conoscenza delle zone vocate ridotta al lumicino. Le zone storiche (Piemonte e Toscana) vivono di qualche sprazzo isolato. I francesi invece sono pronti e coscienziosi, tutto catalogato e diviso per terroir metro per metro. E il nuovo mondo è ancora di là da venire.
Oddio, qualche barlume da noi c'è. Da un paio d'anni si imbottiglia Sassicaia. Dei signori in Piemonte che continuano ostinatamente a cercare la qualità. Veronelli che corre come un matto a cercare là dove trova una scintilla per poi martellare come può la testa di noi poveri italiani.
Ma soprattutto è ovunque la grande massa. Di gente che può arrivare a consumare di più, a concedersi qualche lusso. Di vino, di milioni di bottiglie che cercano di far
conoscere il vino italiano, anche nel mondo (ricordate quei bei film dalla fotografia color fluo con sullo sfondo una bottiglia di Punt e Mess e in tavola una di Corvo di Salaparuta?). Ecco, la Sicilia degli sterminati vigneti era una vera locomotrice in questo senso. E la Sicilia, però, covava in sé un tesoro ampelografico di rara importanza. Il Grillo, l'Insolia, il Cataratto, i Nerello, il Frappato, il Perricone, il Nero d'Avola. Tutto sarebbe stato più chiaro nei decenni successivi. Ma una qualche intuizione ci fu. E proprio dall'interno di una di quelle tenute milion-bottiglianti. La Tasca d'Almerita. Quella del Conte. E proprio un Conte in quei duri-e-puri anni '70 compì un atto politico importante (laddove un atto politico è azione diretta e cosciente di miglioramento della realtà presente): la creazione di un vino il cui scopo prefissato era il raggiungimento del massimo grado di qualità.
Parlo naturalmente del Rosso Del Conte.

Ne parlai qui, spiegando soprattutto quello che rappresentò per un'epoca e cosa è diventato adesso. Ma ora voglio concentrarmi sulla gloria e sui fasti antichi ma, se fortunati, ritrovabili ancora. E se parlo di fortuna, intendo la fortuna di imbattersi nelle annate 1992, 1993 e 1994.


Allora. Rosso Del Conte nasce, appunto, nel 1970 ed è Nero d'Avola di vecchie vigne ad alberello e una piccola
aggiunta di Perricone. Affinato in grandi botti di castagno fino al 1988, poi botti di rovere di Slavonia da 30 e 40 ettolitri e dall'annata 1992 botti di rovere francese da 350 litri. Vini di detonante potenza, di spettro olfattivo fuori scala (immaginate di mettere nella vostra pozione terra, frutti rossi, spezie, zucchero, ali di pipistrello, agrumi, alcole mescolate e fate la magia). In tutto ciò, un equilibrio quasi misterico, niente di seduto o molle. E una percezione di naturalità che ne avrebbe (pensavo) mantenuto la bontà per decenni. Ma vediamo come sono andate le cose. Vediamo se il Re (di Sicilia) è nudo o anche solo in mutande.

1992: all'uscita era una delle edizioni meno potenti pur mantenendo le caratteristiche del vino. Cioè, era lui ma tutto più in piccolo. E ora, alla maggiore età, qualche cedimento lo accusa. Qualche ruga. Un dolorino al ginocchio. Meno capelli. La terziarizzazione si è quasi completata. Niente di drammatico. Solo un ulteriore assottigliamento per una bottiglia ancora buona e con quel velo di acidità a dargli un tono. E cui concedere degli sconti critici per i 18 anni. 84/100.



1993: "cosa? si può fare un vino così?" Questo più o meno pensai all'epoca dell'uscita. Magari le esperienze erano diverse, magari ero giovane, magari tutto ma quello fu un riparametrizzare il gusto del vino. Se il vino è uva + terra + sole e qualche uomo che non sbagli niente, allora qui eravamo vicino alla deità. Un incastrarsi di componenti (tannini, alcool, acidità) in grado di formare un monolite dagli angoli smussati. E ora? Ora Esso c'è. Di ottima freschezza, di aromaticità placida e distesa (qualcosa di stallatico certo, ma ancora frutta rossa e marmellata non ossidata). Bocca che richiede una seconda sorsata perché la prima è scesa quasi senza accorgersene. Quasi selvaggio il rimando ai sapori che mutano (non decadono). I primi cedimenti paiono poca roba. Se tutto invecchia e si deteriora e poi muore, qui questa discesa appare rallentata e rarefatta. E ciò che si perde in agilità e potenza, si compensa in accortezza e misura. 90/100.


1994: grande edizione anche questa del signor Conte. Bevuto all'epoca se la giocava col 1993. Chi lo riteneva inferiore, lo trovava meno espressivo, più fermo e duro negli odori. Altri invece ne presagivano una grandiosa terza età proprio per questo suo promettere e non mantenere fino in fondo. E' forse quello dei tre che è cambiato meno. Quello che un vestito aveva e anche ora ha. Più spiegazzato e con qualche toppa, ma sempre lui. Difficile trovare difetti se non, ancora, l'età e il conseguente alleggerimento dei sapori. Difficile pensare quanto ancora potrà rimanere così, cedendo poco a poco i rimandi al frutto alle speziature, ai sapori di terra e fungo. Di certo nell'arco delle ore nel bicchiere poco o nulla ha ceduto. Ma poco importa, qui si celebra un inno alla vita/e ancor più quando si va al declino. 88/100.


*Da, naturalmente, Wikipedia: La metafora del rizoma è stata adottata da Gilles Deleuze e Felix Guattari per caratterizzare un tipo di ricerca filosofica che procede per multipli, senza punti di entrata o uscita ben definiti e senza gerarchie interne; questa è anche la prospettiva di scrittura e di interpretazione proposta in una delle loro opere principali, Millepiani, ovvero la seconda parte dell'Antiedipo, dedicato alla ricostruzione dei nessi profondi fra capitalismo e schizofrenia. In questa opera, Deleuze-Guattari contrappongono la concezione rizomatica del pensiero a una concezione arborescente, tipica della filosofia tradizionale, la quale procede gerarchicamente e linearmente, seguendo rigide categorie binarie ovvero dualistiche; il pensiero rizomatico, invece, è in grado di stabilire connessioni produttive in qualsiasi direzione.

martedì 3 agosto 2010

E GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI.



Citare la Bibbia mi sembra appropriato. Non perché un raggio di luce mi abbia colpito sulla fronte. Nessun voce tonante a dirmi due paroline sul senso della vita (a quello hanno già pensato i Monty Python). Neanche un mezzo Cristo a darmi conforto nell'ora del TG1 delle 20.
Mi sembra appropriato buttarla sulla Bibbia perché il vino di cui parlo è spuntato dalla terra con l'aiuto di Dio e di un uomo sardo,
Gianfranco Manca, il quale sardo ha dato come nome alla sua azienda una roba mistico-evangelica. Panevino. E guarda caso, il vino (pardon, prodotto-della-terra-e-del-buon-Dio) di cui vorrei proferire verbo è stato bevuto per ultimo e, riguarda caso, è stata la cosa più buona. Beato lui.
La prenderei larga e partirei, in effetti, dall'inizio come consigliano nelle migliori scuole di scrittura.
La serata era divisa in fasi. Siamo alcolisti ma
con del metodo, questo ci va riconosciuto. La prima fase consisteva in una mini-verticale del 16 Anime, il Riesling di Paolo Babini di Vigne Del Bosco. Riesling biodinamico brisighellese autore di grandi performance nelle annate 2004 e 2005, specie la prima, prodotta solo in magnum e capace di unire densità estrema ad un profilo extra-varietale (cioè, se cercate quelle acidità spacca-lingua e tutto quel bel idrocarburo andate da altre parti) di impatto olfattivo assoluto, grande beva sotto un manto di dolcezza (le uve erano quasi completamente botritizzate) per nulla stucchevole. Non ne esiste quasi più quindi credo che dobbiate credermi sulla parola. Qui Babini ha portato i 2007, 2008 e 2009. La prima è una specie di prova che non verrà commercializzata. Le uve sono state raccolte meno mature proprio per vedere di aumentare l'acidità del vino. In questa fase mostra una tendenza all'ossidazione e la ricerca dell'acido buono (mica quello spacca-lingua) ha portato ad uno smagrimento eccessivo del vino. La 2008 è l'annata attualmente in commercio. E' il Riesling forse più ragionato di Babini. Quello che assomiglia di più agli altoatesini, il più preciso negli odori e nel sapore, il più riconoscibile per gli amanti di quest'uva. Quindi quasi nulla fuori posto ma manca quel qualcosa per renderlo veramente emozionante. Con la 2009 (prova di botte) si torna ad uno stile simile al 2005, si sale di consistenza e di dolcezza (più alcolica che da residui), si avvertono delle note animali che ne allargano lo spettro olfattivo. Un'ottima promessa.
Fase 2: batteria di altoatesini. Intanto si è riassaggiato il
Lamarein 2008. Il quale prodotto-del-buon-Dio-e-di-Mayr è apparso leggermente meglio della bottiglia precedente (di cui parlai qui). Ma solo leggermente, confermandosi un'annata minore e con un'idea di vino costruito molto bene ma senza slancio emotivo, senza che la sua solita massa carnosa si distenda e rilassi. Tant'è vero che gli altri due vini, che in altre annate Mr. Muscolo/Lamarein avrebbe schiantato alzando solo il mignolo, se la sono giocata, hanno provato qualche spallata, han cercato di tirare fuori i muscoli. Ve lo dico subito, alla fine ha vinto il Lamarein. Ma solo ai punti.
Lui è il
Lagrein Mirell 2007 di Tenuta Waldgries. Frutto di "...vendemmia tardiva e selettiva". Premiato e strapremiato. Luca Maroni gli diede 96/100 con l'annata 2003 (ed in effetti quella era una gran bottiglia). Le cose cambiano, i gusti cambiano, tutto muta e blah blah blah; però da quel grande 2003 c'è stato un lento declinare. E la 2007 conferma un altro gradino di discesa. Se oramai trovare ai massimi livelli un parametro come la consistenza non è raro, allora la guerra del gusto si combatte da altre parti (n.b.: è chiaro che la consistenza rimane parametro fondamentale, anche ora che viene contestato e associato a sgraziature, a forzature, a colpe che, di per se, la consistenza non ha; e anche ora che si tenta di ribaltare le cose verso un presunto equilibrio che è spinta verso le acidità e la poca matericità, ora che si spinge verso uve geneticamente deboli perché "la gente è stufa e vuole bere spensieratamente", anche ora produrre vini consistenti costa fatica sforzi e rischi) . Perché qui c'è densita oleosa e volendo anche frutto (fumoso e cupo), ma l'equilibrio latita. E se vogliamo associare l'equilibrio alla beva, al modo in cui scorre in bocca, il Mirell 2007 non ti porta a grandi sorsi. Frena non tanto la tannicità tutto sommato controllata, quanto la dolcezza glicerinosa. Una dolcezza sfasata rispetto al resto, scissa con l'andamento della deglutizione senza riuscire ad amalgamarsi. Facendo due calcoli: 84/100.
Ecco il signor
Cabernet Sauvignon Freienfeld 2006 della Cantina Cortaccia. Chiedo scusa, prima sentite cosa dicono nella scheda tecnica: "La maturazione in bottiglia serve a tranquillizare il bouquet drammatico che ricorda un mazzetto di erbe selvatiche e anche la terra umida in cui crescono alloro, rosmarino, maggiorana, lavanda e menta piperita". Giuro che questa non l'avevo mai sentita. Al naso, oltre al bouquet drammatico, viene fuori quell'affumicatura piuttosto tipica (?) nei vini altoatesini. Siamo su intensità medie, un vino che nella prima mezz'ora era quasi muto e anche dopo si faticava a percepire. Vino corretto (c'è bisogno ormai di dirlo?), con un certo sbilanciamento verso l'acidità, ma di sicuro ci si aspettava molto di più. 81/100.

E venne la 7a bottiglia (toh...) e il signore (cioé io, rigorosamente in minuscolo) la assaggiò e disse: "E' cosa buona e giusta".

Però Vignevecchie 2008
di Panevino. Dei suoi vini ho già scritto qui. E siccome a Gianfranco Manca piace che ogni cosa abbia un suo nome e che i suoi figlioli abbiano ognuno un loro nome, così si chiama il suo perlopiù Cannonau 2008 (ciò che era Perdacoddura nel 2005 e Ogu nel 2007). E ancora siccome che ci piace essere complicati, esso non è da confondere con il Però Tankadeddu 2008 che è sempre Cannonau (perlopiù) dalle vigne giovani. Meglio dirlo subito: è meno buono delle altre annate. Assaggiato più volte, è sempre parso meno carico, leggermente più appuntito, non in grado di aprire completamente il ventaglio olfattivo (diciamo che se i fratelli maggiori arrivavano a 360°, qui siamo sui 280°).

Però giochiamo con Manca.

Però è arrivato alla fine di una buona serata in mezzo a buoni vini.
Però eravamo pieni e però è scattata a tutti una lampadina.

Però!, qualcuno ha detto mentre lo beveva.
Però ci ha fatto capire cosa significa essere distesi e rilassati, cool e fighi senza avere bisogno di dimostrarlo.

Però abbiamo guardato gli altri vini e pensato che erano di un'altra categoria (senza offesa, inferiore).
Però il vino naturale quando ci è e non ci fa.
Però come si fa a darci dei voti a vini così (93/100 ho pensato ma non ditelo a nessuno).

Però ci siamo finiti la bottiglia. E tutto il pane.
Amen.