giovedì 30 dicembre 2010

TEXIER© : CONTRO IL LOGORIO DELL'ENOLOGIA MODERNA


Qui si vuole decretare il vincitore della classifica sentimental-analitico-gustativa dell'anno solare 2010.
Cioè, ci sarebbe un vincitore sentimentale, un vino la cui unità di misura nella bevuta è Il Secchio. Un progetto fantastico di un grande personaggio come Gian Marco Antonuzi, e che è, oltretutto, buonissimo: 
il Litrozzo Bianco 2009. L'esplosione di entusiasmo provata a Cerea si è confermata e ampliata nei mesi. La descrizione che ne feci sul blog (e che Andrea Scanzi in un post del suo Il Vino Degli Altri ha gentilmente riportato) coglieva esattamente un punto fondamentale: un vino a cui tornare senza sosta, un creatore di sete quando si ha bevuto abbastanza, un sapore che faccio fatica ancora a togliermi dalla testa. Massì, il vino più buono a Cerea 2010.
2010 appunto.
Anno che ha donato una cavalcata selvaggia di nuovi sapori, di qualcosa di nuovo anzi d'antico, di emozioni autentiche laddove si dubitava di poterne ancora provare. Il mercato fa sempre più schifo? Le cantine traboccano di invenduto? La critica si guarda attorno ad un campo di battaglia senza più generali e le truppe in svacco? Un vago senso di fine-impero?
Non importa. Davvero. Non importa perché dal punto di vista dei prodotti l'anno è stato mirabilis. Vini sempre più centrati. Sempre più diversificati. Vini di carattere e personali. Naturali. Che è lo zeitgeist assoluto degli ultimi anni. Mai come quest'anno ci si è avvicinati all'incrocio perfetto uomo/ambiente, tecnica/natura. Tanti, sempre più prodotti che sono frutto di una fusione terra/uomo e marcano più che mai la differenza tra i vini cyberpunk (nota 1) e i nuovi biopunk. Nuovi, anzi antichi, modi di bere che sono un salto nella scala dell'evoluzione (per alcuni in avanti, per altri indietro). Una roba talmente zeitgeist che per alcuni sono vini fighetti e modaioli (provate, però, a dire in faccia ad un Antonuzi che fa vini radical-chic e verrete seppelliti sotto un quintale di corni-letame).
Ogni manifestazione, ogni fiera, ogni 3-tavoli-per-3-produttori-in-un-cantone, una novità. E l'attestazione di un miglioramento verticale. Anche da parte di chi ti faceva storcere il naso e adesso ti fa cercare il suo nome su Google per cercarne i vini (Cornelissen è il mio esempio perfetto). Prodotti di una purezza di frutto e di una rotondità sognati fino a qualche anno fa. Volatili, puzze, riduzioni, altre stramberie da assaggiatori maniacali: tutto (quasi) spazzato via dalle masse di frutto, dalle rotondità giottesche, dalle (udite udite) acidità buone. Tutto (sempre quasi) inalato, deglutito, digerito (digeribilità del vino: altro grosso zeitgeist). Tutto cangiante nel bicchiere, mutevole nelle ore di assaggio e anche nei giorni, vino finalmente amico dell'ossigeno (nota 2).  
E amici non più trascinati a forza verso il vino naturale ma, addirittura, che si avvicinano spontaneamente. E il vino naturale che gli va incontro. Con vigneti sempre migliori, vignaioli sempre più bravi. E a dargli pacche sulle spalle sempre più gente.
2010, L'anno del Contatto. Ricercavamo il Monolite e abbiamo scoperto che era qui, tra noi. Che non era uno solo. Che gli alieni sono fra noi, solo che non si chiamano più alieni ma evoluzione. Alieni che sono Paolo Babini o Paolo Francesconi o Dard & Ribo o Filippo Manetti o Gian Marco Antonuzi o Gianfranco Manca o tanti altri ancora.
Ricercavamo il Monolite. E lo cerchiamo ancora. Nonostante tutto. Anche solo per gioco. Anche solo per dire che ce n'è uno più scuro e più bello degli altri. Per mettere un po' d'ordine. Per dare dei/i numeri. Per votare. Per classificare.
E il Monolite dell'anno è 
Numero 1 2009 (Eric Texier) per acclamazione e per schienamento globale degli avversari. Un toccasana tipo gli elisir del vecchio west, solo che qui è tutto vero, nessun vecchietto con la barba che ti frega. Una panacea per tutti i mali. Un regolatore dell'umore, un corroborante, un miracolo laico di equilibrio enologico. Dopo mesi di consumo irrefrenabile, dopo averlo messo a confronto con quasi ogni cosa ottenuta dall'uva, lui è ancora lì a primeggiare. Anche a bottiglia vuota, dopo giorni di apertura, basta porgere il naso al collo della bottiglia e il suo odore riappare. Integro e potente. Come un supereroe da mitologia nordica, distaccato dalle vicende umane. E' ancora lì, colorato d'orange e miele. Profumante di dolcezza e terra, come una pera al culmine della maturità e ricoperta di zucchero e spezie. Ma, e qui sta il bello, tale dolcezza (che è un gancio per i nostri sensi sin dall'infanzia) viene, come dire, irrobustita, resa virile dalla trama tannica, innervata da una spina acida. E la casa sta in piedi su fondamenta  solidissime, su una consistenza da vertice. Pare di vedere l'uomo (Dal Monte) davanti all'uva in attesa del momento magico della perfetta maturazione e quando quel momento è giunto, cristallizzarlo, bloccarlo e metterlo in bottiglia. Senza quasi toccare niente. Ha un fantastico tappo a vite, costa 10 euro, mandategli una mail e ve lo spedisce a casa. Di più, davvero, non so cosa dirvi. 

2010. Per tante cose è una vita da cani. Ma adesso, nel 2010-quasi-2011, basta agitare la coda e annusare l'aria e saltano fuori incenso, mirra e tartufi. Basta annusare. Un'aria che sarà buonista-natalizia. Ma io sento odori dappertutto. (R)evolution is here.
 
Nota 1: per chi non mastica fantascienza, una corrente letterario-artistica degli anni ottanta che il teorico Bruce Sterling definì: "il sovrapporsi dell'high tech e del pop underground."

Nota 2: e quegli lombrosiani esperimenti, come ad esempio lasciare delle mezze bottiglie aperte per dei giorni per vederne l'evoluzione, hanno qui (quasi) sempre un lieto fine. E anche qui Diego, che lo fa già da anni, come sempre aveva ragione.

mercoledì 22 dicembre 2010

VINO PER DEFICIENTI 2: LA RESA DEI TONTI.


"Buona parte del giornalismo [rock] è composto da gente che non sa scrivere che intervista gente che non sa parlare per gente che non sa leggere."
       Frank Zappa


E' come se una parte della mia mente non ne avesse potuto più e fosse andata in una ipotetica piazza a protestare e un'altra parte della mia mente, quella vagamente larussaignazio, avesse iniziato a gridare con un megafono "Disperdetevi!" mentre manganellava qualsiasi cosa si muovesse nel raggio di qualche chilometro. 
Diciamo che nella vita di chiunque è normale avere momenti in cui baceresti i bambini sulla fronte e Amore è più di una parola di 5 lettere, e altri momenti in cui l'idea di una personale resa dei conti col resto dell'umanità pare vicina perché la tua testa è come una pentola a pressione che bolle da troppo tempo (e, come sempre, 5 minuti di uno Spike Lee rendono bene l'idea del bollore). 
E se non si vuole diventare autisticamente intolleranti, se non si vuole cadere nel Lato Oscuro della Forza per troppe ore al giorno, se si vogliono costringere alla resa quelle sinapsi maligne e un po' stronze, una soluzione è il Relativismo. Che è la negazione di verità assolute. Che non porta allo svacco di una società o alle invasioni barbariche. Relativismo che non è "tutto è lecito" ma "tutto è lecito all'interno della morale sociale" (nota 1).
Già. Morale sociale. E la Socialità. Lo stare insieme agli altri. L'adattamento del proprio spazio in quello degli altri. Lo specchio che ci viene sbattuto in faccia ogni giorno e che è il diverso, l'altro da noi. Specchio che ci dà una misura di ciò che siamo. Una costruzione interiore (l'io) e una costruzione esterna (gli altri, il sociale): così siamo assemblati. 
E quindi così dialoghiamo, ci incazziamo, andiamo in crisi, fondiamo verità (relativamente) assolute per andare avanti e le ribaltiamo quando qualcosa di più forte, di più vero si fa avanti. Mutatis mutandis
E mai cosa fu più vera (relativamente) che nel vino. Come nel mio primo Vino per Deficienti e quello slittamento di idee sul concetto di Francia e di acidità. Ecco, tutto muta e scorre: vini che si adoravano 10 anni fa, ora destano perlomeno perplessità (e il contrario, naturalmente); Luca Maroni che era il tuo migliore amico e combatteva le tue guerre e ora non gli rispondi più neanche con un sms; l'avvento dell'euro, e relativa stretta del cordone della borsa, che ci ha detto "Adesso arrangiatevi e inventatevi qualcosa" e, soprattutto, "Solo i più forti sopravviveranno"; la zero tolerance sull'alcool e la total tolerance su evasione e sulla (relativa) morale pubblica.
E tanto altro ancora.
Come le antiche magiche parole Gambero Rosso e 3 Bicchieri, cui ora si alzano le spalle, cui ci si accosta come ad una nave chiamata Titanic, il capitano che guarda da una scialuppa e tanti sul molo a contare le ore prima del suo affondamento (nota 2). Il Gambero che è il bersaglio grosso, onere/onore del potere conquistato negli anni, e in quanto tale è facile che vada a sbattere da qualche parte (i vari blog, siti webzine sono un iceberg che ad ignorarlo si ingrossa e basta). Ed è vero che quando ci appare nelle sua rappresentazione umana, quando gli avatar si avventurano nella realtà/irrealtà comunicativa internettara, sembra ancora più facile da colpire: Cernilli che se si agita nel web, pare un elefante in una cristalleria e fa sembrare La Russa il Dalai Lama; Melandri che scazzotta coi colli bolognesi perché (per amore di sintesi) dice che i loro vini fanno schifo e che di merlot e cabernet non se ne può più, che non conoscono il mondo e bevono solo Crodino e Tavernello, e insomma annullando una qualsiasi forma di dialogo col motto "Io sono il critico e io critico" per una salutare separazione dei ruoli (nota 3)
Tutto ciò è colpa/merito del Relativismo. Che nei suoi deragliamenti semantici viene spesso portato a conclusione di una discussione, è la pietra tombale di un dialogo. Il vino X, ad esempio, è preso in esame. Bene. Al signor A piace tanto. Il signor B lo metterebbe alla gogna sulla pubblica piazza e ne disperderebbe il contenuto nell'oceano. A e B iniziano a confrontarsi. A dice che quel vino gli piace per questo e quest'altro motivo. B che non gli piace per altri (e spesso coincidenti) motivi. Ognuno cerca nella propria forza dialettica i motivi per sopravanzare l'altro, per portarlo almeno un poco dalla propria parte. Stallo. La civilizzazione ha portato ad escludere la lotta a mani nude e a ridurre al minimo gli insulti (a meno che non scatti quel larussaignazio che coviamo). Allora pare che una citazione latina possa chiudere con eleganza la storia: de gustibus non est disputandum. Fine delle trasmissioni.
E' come se per un'ora A avesse parlato di Meccanica Quantistica e B di potatura dei bonsai. Ed è come fare bungee jumping da una sedia. Una cosa comoda. Ed è come se si fossero lanciati da un aereo chiedendosi a vicenda chi doveva portare il paracadute. 
Perché il paracadute è il linguaggio comune, quel minimo di (relativa) oggettività con la quale affrontare una analisi critica. Acidità, legno, dolce/amaro, consistenza, dimensione aromatica, equilibrio. Un linguaggio comune che in un faccia a faccia, davanti allo stesso liquido nel bicchiere, si potrà in qualche modo trovare, si potrà integrare assieme al linguaggio del corpo e dei segni; ma che nel reportage, nella descrizione a terzi (lettori, amici, conoscenti), nella disamina su un blog o guida o giornalino degli scout, diventa pura essenza descrittiva e si scontrerà  E sissignore, 3 parametri, dei paletti, chiamateli come volete ma diamoci qualche coordinata cartesiana e muoviamoci dentro quel diagramma. Altrimenti continueremo a fissarci con sguardo bovino e dei bicchieri in mano pensando: "Ma lui che cazzo sta bevendo?".
  
Ops, ho citato tra le righe ancora Luca Maroni. Adesso gli mando un sms per gli auguri di Natale. E magari un Tavernello in regalo.      


Nota 1:   basta prendere anche solo un dizionario di Filosofia e dare una spolverata ai concetti base che spaziano dallo Scetticismo all'Empirismo e rotolano fino al Relativismo e si potrebbero vagamente riassumere così: "La liceità o meno di un'azione è infatti regolata dai rapporti dei singoli tra loro (etica) e dei singoli con se stessi (morale)". Tanto per gradire.


Nota 2:  ma ricordiamo che i Gamberi, per conformazione, possono dare colpi di coda.


Nota 3: è (relativamente) ovvio che la critica dura pura e cazzuta dice quello che pensa e te lo dice nella maniera più diretta e stilisticamente migliore perché ha come referente ultimo (e relativamente unico) il lettore. Ed è quasi altrettanto ovvio che, in questa dialettica, se l'uomo che critica (il critico) sente il dovere di elargire consigli produttivi all'uomo criticato (il produttore), a questo possono iniziare a girare le balle stile Moulinex. E potrebbe iniziare a pensare (sempre il produttore) che qualcosa nel sano rapporto critica/criticato sia andato a puttane. E che un'altrettanto sana separazione dei ruoli non sia poi così male. Tanto per dire, è come se Tullio Kezich avesse invitato Luchino Visconti a piantarla con quei polpettoni tutti azzimati e a darsi ai western.   
P.S. (o nota nella nota): Come sentire il veronelliano Daniel Thomases ad un recente convegno affermare con piglio da El Grinta che a lui non gliene può fregare meno di come fanno il vino, basta che sia buono. Piglio che, in effetti, proviene da una durezza edonistica molto anni '80 e alla cui chiarezza non si può che dire chapeau.

giovedì 9 dicembre 2010

WIKILEAKS: LA GRENACHE VUOTA IL SACCO

File nr. 832763456.
Oggetto: GRENACHE: Dalla Francia alle Marche passando dalla Sardegna.
Inizio decriptazione.


Mentre le prime rivelazioni della creatura di Assange assumono la detonante forza di una barzelletta (ci sono una tedesca precisa ma con poca fantasia, un russo dipendente dalla vodka e dal gas, un italiano mignottaro e cazzaro, un francese arrogante e mangia-rane e da qualche parte un fantasma formaggino), i reclusi nerds al servizio di Wikileaks hanno scovato gli atti di una riunione carbonara tenutasi in località misteriosa (Enologica a Faenza). Atti la cui divulgazione rivela inquietanti verità al mondo. E cioè che la Grenache è buona, è tanta ed è, quasi, dappertutto.
Il manipolo di facinorosi seduti attorno ad un tavolo e circondato da bottiglie, si era messo in testa poi di dare una seppur parziale idea di cosa fosse la Grenache e di intraprendere, diciamo, un viaggio nell'identità sfaccettata di questo vitigno. Dal Rodano alle Marche, per precisione. 
Sicuramente sfaccettata assumendo tale vitigno nomi e identità da Mata Hari vinicola, pronta e insinuarsi nel vostro campo come Cannonau o Tocai Rosso o Alicante o Vernaccia o Gamay (nota 1) o uva-del-nonno-piantata-sotto-casa. E altrettanto sfaccettata data la sua enciclopedica declamazione di stili diversi, come capita per ogni grande (in senso qualitativo e quantitativo) uva. 
Ritrovarsi a ragionare sul termine identità è dura quando si tratta della seconda uva più diffusa nel mondo (nel totale di tutti i suoi biotipi). E crea confusione. E c'è bisogno di istituire una qualche base di ragionamento oggettivo prima che le sue (della Grenache) mille lavorazioni ed espressioni territoriali vadano ad inserire variabili meno classificabili. Si sa che è un vitigno che resiste bene al caldo e pare dia il meglio coltivata ad alberello. La sua adattabilità ai terreni aridi fa si che riesca a mantenere polifenoli e, contemporaneamente, acidità, quindi in grado di esprimere frutto e maturità senza sensazioni di cotto. Questo in natura, in chimica. Il resto sta alla mano di chi la coltiva e trasforma (nota 2). 


Pusher della giornata era tal Dario Cappelloni, giornalista del Gambero, preciso e puntuale e disponibile pur nelle frequenti cadute iper-discrettiviste dei vini (nota 3), assistito da Mr. Kurni Marco Casolanetti che la Grenache la sta iniziando a lavorare da non molto tempo ma che la beve da una vita. 
Il viaggio attorno a quest'uva è stato, per forza di cose, una specie di tour su bus turistico: tutti intruppati, qualche cenno storico, qualche premessa, via con le 7 bottiglie e tutti a casa. 7 bocce che sono un'isola nell'oceano dei vini grenacheschi, ma un'idea la potevano dare. Anche nelle assenze, come sempre rumorose come e più delle presenze (nota 4).
Ma noi divertiamoci con i presenti.
Per cominciare:
Nobile De La Rocca 1986 (Midea Vini): tanto per semplificare le cose, ecco un altro nome della Grenache. Bordò. Questo l'ha portato Casolanetti. Una dimostrazione nei fatti della parola curiosità. Lo produceva un vicino di Oasi Degli Angeli. All'epoca un prodotto molto interessante, parole di Marco. Adesso (in quella bottiglia) è in fase decomponitiva. Una terziarizzazione in realtà molto più avvertibile al naso, che la bocca una certa freschezza l'ha mantenuta. Discreta tannicità relativa all'età, una buona acidità. E poi l'aria ha cominciato a scardinare tutto e a fare irruzione nella casa portando via tutto.


Chateauneuf-du-Pape Lucile Avril 2007 (Domaine Durieu): il primo francese della giornata. Grenache circa 85%, poi Mouvedre e Syrah. Premessa: i 3 francesi della giornata erano tutti Chateauneuf-du-Pape dall'impostazione molto simile (si, certo, sfumature di tannicità, legno più o meno controllato, etc.), 3 produttori nuovelle vague a cui Parker spara punteggioni da paura e dai prezzi ancora umani (si va dai 30 ai 50 euro). In mancanza del campione in pectore della categoria, Chateau Rayas (campione anche di prezzo), questo Avril rientra nei canoni della denominazione. Forte alcolicità, molto legno e conseguenti sentori di frutta sotto spirito, mallo di noce, tostatura. Una discreta bocca che riprende questi elementi bloccando la placidità di beva. Per certi versi ricorda un Amarone nelle scompostezze e in quel cuneo alcolico non abbastanza supportato dalla materia. 84/100.


 Kupra 2008 (Oasi Degli Angeli): forse il big della giornata. La vera grande curiosità. Seconda edizione del Bordò di Casolanetti dopo la 2006 (ne parlai qui). Siamo sempre sulle 900 bottiglie e c'è più che mai la volontà di confrontarsi con i più grandi del mondo (e il prezzo è la conseguenza delle due cose). Laddove Casolanetti ha quasi il pilota automatico inserito per il Montepulciano, con la Grenache ci sono ancora cose da capire. parole sue. Doppia barrique anche qui ed è da capire se la scelta è giusta o se andrà rivista. Il vino ha un colore non scurissimo, lieve mattonatura ai bordi ma ottima intensità. Al naso saltano subito fuori note di legno dolce, non prevaricanti o sgarbate. C'è una sorta di controllo negli odori, una compostezza lontana dall'esplosività di Kurni che riporta alle agrumate speziature rodaniane, ad una frutta evoluta ma non cotta. E la bocca sembra aggregare questi elementi e a porgerli in rotondità, senza eccessi e in surplace. Un tatto così morbido con alcool avvertibile ma non eccedente cui manca forse la grinta materica per fare quello scatto in più. 90/100.


Chateauneuf-du-Pape Les Cailloux 2007 (Brunel): Grenache al 65%, anche qui giovani e rampanti e super-punteggiati. Rispetto a quello di Domaine Durieu, la dimensione pare più esile e la trama aromatica più composta. In sottofondo una nota di mallo di noce che ammanta il frutto, che ne lega l'espressività e lascia sempre una certa perplessità sull'uso dei legni. Discreta bocca, pungente e con un'acidità viva, non del tutto legata al resto. I francesi ci hanno abituato a ben altra classe. 83/100.


Ermes 2009 (San Giovenale Agricola): sarà che era il più giovane? Sarà che c'è lo zampino di Casolanetti? Sarà che era diverso da tutto il resto? Sarà quel che sarà, è stato il blockbuster di giornata. Prova di botte di un giovane produttore laziale. Grenache al 100% enologizzata dal Casolanetti. E campione extra-varietale di assoluta bontà. Nel senso che i parametri proiettati a quei livelli fanno saltare in aria il tappo di qualsiasi luogo comune sull'uva. Portano una certa uva verso una nuova sfera assoluta, fanno gridare "Si può fare!", mandando in tilt qualsiasi discussione sulla tipicità. Colore scurissimo, violaceo, iper-pigmentato. Quasi da Montepulciano. Così come il naso, dove tanto legno certo (campione di botte è), però non in grado di coprire la massa di frutta matura, le sensazioni bucciose. E bocca di assoluto impatto, densa e finemente tannica, dolce-non-dolce e lunghissima. Primario e diretto nell'espressione, semplice ma non semplicistico. Abbiamo un nuovo sceriffo in città? 92/100.


  Chateauneuf-du-Pape 2006 (Domaine de Marcoux): 2006 come annata meno calda e potente in Rodano. Così si dice. Forse per questo, forse per l'anno di più in bottiglia, forse per stile: ma dei tre francesi è quello più composto, più integrato nelle varie componenti. E il meno consistente. Colore anche qui non densissimo. Legno ce n'è (ormai s'è capito) e il frutto vira a tratti nella terziarizzazione. Bocca in un equilibrio da 6,5 e senza grandi asperità (si, qualcosa di alcolico pungente c'è anche qui) ma senza grossi pregi. Allo stato degli ultimi assaggi, una denominazione che fatica a smarcarsi dai propri canoni. Un vino meridionalista che non ha capito bene cos'è il meridione. 84/100.


Rosso 2007 (Dettori): il nostro controverso sardo di fiducia. Un Cannonau arcaico, ipse dixit. Il top della sua gamma. Niente legno, solo cemento. Gradi 17,5. Per servirvi. Vino duro, difficile, impervio (nessun luogo comune sui sardi, please). Riflessi accesissimi, niente di troppo scuro. Naso etilico, sparato ai limiti del bruciante sul frutto amarena. E bocca che pare lasciare una scia alcolica che anestetizza le altre sensazioni. Un vino che picchia duro, che forse va aspettato e/o educato. Un punker che vorrebbe fregarsene delle convenzioni e delle mode ma che forse dovrà tornare ad ascoltare del folk per fare la sua incisione migliore. Dopo l'elettricità, aspettiamo l'unplugged. 81/100.


Cannonau Mamuthone 2008 (Sedilesu): non il top della gamma di Sedilesu. Che è uno dei nomi in grande crescita in questi anni e coltiva in Barbagia. Sardegna che più Sardegna non si può. E tocca ripetersi: la nota fuori registro è l'alcool. Che non sarebbe mai un problema (e, anzi, è spesso una benedizione che indica raccolta di uva matura) se supportata da tutte le altre componenti. Ma qui è sbilanciata e sbilancia, porta il confronto col vino in zone poco piacevoli. Dove la consistenza non all'altezza va ad inficiarne l'equilibrio, dove l'integrità di frutto si perde dalle parti dell'ossidazione. C'è qualcosa che può affascinare, c'è una frustata potente che arriva e sa di speziatura salmastra e di potenza primigenia: c'è, ma io ero lì solo per bere. 82/100. 


E così la le Grenache possono essere una, nessuna o centomila. Come ogni grande uva, diventa Zelig e si adatta a terre e uomini, a natura e tecnica. Quelle che abbiamo provato noi sono solo alcune caselle di un archivio quasi infinito di espressioni. Un altro piccolo passo verso la Conoscenza (che, a questi ritmi) acquisirò solo in una delle mie prossime incarnazioni. Namaste.

Nota 1: c'è da dire che le ricerche sul nominamento delle uve sono sempre studi interessanti e portano a risultati tra l'affascinante e il lapalissiano, e così si scopre che Vernaccia e Tocai significano la stessa cosa e cioè "uva del posto" (Tocai in albanese e Vernaccia dal latino Vernaculus).
Nota 2: e così ci si ritrova ancora a sbattere il grugno in quel concetto gassoso che è il terroir. In quale Grenache troviamo l'essenza di un terroir? Fa più terroir un vino-fruttino o un vino-legno (domanda retorica)? Su 100 Cannonau, quale è il più fedele al terroir? Come facciamo a saperlo? Tocca guardare in faccia i produttori e guardare loro le mani per vedere quanto ci hanno lavorato dietro? E, ancora, è una cosa così importante?  
Nota 3: sembra a volte un'irresistibile pulsione quella di partire con  un "...e percepite il mallo di noce che esalta le note agrumate candite e bla bla..." che si, può essere pure divertente ma in occasioni pubbliche o ammutolisce il pubblico preso nel capire dove cazzo stia l'agrume candito, o scatena una sequela di interventi su cosa si percepisce o no e pare una gara al virtuosismo mnemonico e spinta fino all'ultima papilla. Il che è una gran perdita di tempo ed energie e distoglie da ragionamenti più pressanti del tipo "E' buono o no?". Il mio modesto consiglio è stare su categorie generali (legno frutto, acidità, tannini, dolcezza) e tentare una collocazione sensoriale del vino e poi scatenare un dibattito aperto nostalgicamente ispirato agli anni '70 (o, e sarebbe un sogno, ad un cineforum fantozziano). 
Nota 4: tanto per dirne un paio, il number one delle assenze era una qualsiasi cosa di Domaine Gramenon e le sue cuvée turbo-frutto e setosissime; poi, della serie "La potenza senza controllo è niente; la potenza con controllo è sarda", Panevino e le sue riserve orientaleggianti (spezia+esotico) e placide come osservare il tramonto su un nuraghes. E, almeno come categoria generale, qualcosa dalla Spagna