sabato 29 gennaio 2011

PAOLO FRANCESCONI. O LA VITICULTURA UNDERSTATEMENT.

C'è un'Italia che lavora seriamente. 
Senza proclami, senza guardarti con gli occhi iniettati di sangue, senza alzare il livello dei decibel e procurarti un ronzio alle orecchie e al cervello. Un'Italia ai limiti dell'eversività che considera una retribuzione la diretta conseguenza della quantità e qualità del proprio lavoro. Gente che messa in un'agorà spesso caciarona e viziosa come il web o il giornalismo cartaceo, si ritroverebbe spaesata e quantomeno fuori posto. Gente che, diciamo, tende a defilarsi dalla marea di guano che parrebbe ricoprire tutto e tutti perché questa è gente che sgobba e che cerca un confronto sereno con quello che fa. Gente che coltiva il dubbio, nel senso che è nel dubbio che scatta la scintilla per migliorarsi. Gente che ha pudore. Gente che lavora, fatica, si appassiona e le chiacchiere stanno a zero. Gente che è ossigeno per questa stanzetta convulsa e sovraffollata che è l'Italia. 
Non so se in ogni casella di questo ritratto italiano possa ritrovarsi un viticultore come Paolo Francesconi da Sarna (Faenza). Se fosse un file potremmo di sicuro catalogarlo alle voci: serietà, competenza, passione. Essendo un uomo, poi, le cose si mischiano e "complessizzano". 
E così Andrea Spada lunedì scorso nel suo Noè ha presentato la serata e poi lasciato la parola a Francesconi al che è venuto da sorridere dell'ironia della cosa perché, in effetti, Francesconi non è quello che si definisce un affabulatore, uno che sta ore a raccontarti vita morte e miracoli della sua azienda con annessi aneddoti, è più il tipo che snocciola qualcosa del suo percorso (l'essenziale, diciamo) e qualche dato tecnico e poi si defila e dice una cosa del tipo: "Lasciamo parlare il bicchiere".
E la cosa buffa è che dove l'uomo è così pacato e understatement e semplice (ma non semplicistico), il bicchiere si ritrova invece a proclamare, ad esprimersi con tono baritonale, a cercare un rapporto continuo e diretto con chi lo ascolta.
Sono strani questi incroci uomo-vino. 
E dentro il bicchiere a gorgheggiare c'erano le 10 annate del suo vino di punta, l'Impavido.
Questo Merlot coltivato in un accenno di collina fuori Faenza è un capostipite della new(golden)-age romagnola. Una rivoluzione gustativa nello stitico (allora) panorama enologico romagnolo. Lui e gli altri biologici (Vigne Dei Boschi o Campiume o Il Pratello o Andrea Bragagni) che cominciarono a venire fuori nel 2000/2001 ed esplosero con quelle meraviglie che furono i 2003, capaci di vertici assoluti di consistenza e, allo stesso tempo, di solarità ed espressività. Bere quei vini procurava uno stordimento, ridisegnava i confini del sapore e ti faceva annaspare alla ricerca di qualcosa di similare, ti faceva sfogliare un catalogo mentale che riportava alla Spagna o al Meridione o a qualsiasi cosa di buono nel pianeta baciato dal sole (nota 1).
E adesso Impavido incomincia ad avere una sua storia. 10 annate che possono fornirci l'occasione per un piccolo bilancio e cronistoria.
Intanto il nome. L'Impavido non doveva essere Impavido. L'idea originaria era di chiamarlo Garibaldi. Ma, come in ogni buon romanzetto rosa, ci si è messo di mezzo il destino. Nelle vesti di un misterioso messicano che pare detenere i diritti del marchio Garibaldi: cioè, se vuoi chiamare qualcosa con quel nome, devi pagare lui. Allora il nostro Francesconi ha attuato il piano B, altro nome e un bel Garibaldi a cavallo in etichetta.
Le vigne, piantate nel 1992, iniziano a produrre, siamo nel 1999 ed ecco il primo imbottigliamento. Una resa di 45 quintali per ettaro quasi autoregolamentata da una sorta di tara genetica che ne riduce naturalmente la produzione. Naturalmente è un'altra parola chiave con Francesconi: sin dall'inizio l'idea base era lavorare in biologico, idea che poi negli anni, attraverso il confronto con altri vignaioli e tanti assaggi, si è trasformata, completata col passaggio al biodinamico. Quindi, al centro di tutto, è il lavoro in vigna e la sanità (a 360°) delle uve. E la loro trasformazione in cantina (o garage winery che dir si voglia) è la diretta conseguenza di un tentativo di conservarne l'integrità. Tentativo che ha subito delle evoluzioni: dai primi anni in cui non c'era solfitazione in vinificazione (solo qualcosa in imbottigliamento) ma si aggiungevano lieviti selezionati (nota 2), è poi passato dall'annata 2005 ad una leggera solfitazione e solo lieviti indigeni. I tempi di macerazione sono invece rimasti pressoché identici, una quindicina di giorni con le normali variazioni minime da annata ad annata. Poi barrique di 2° passaggio per 12 mesi. Tutto qua.
Ultima nota a margine. Pare divertente proporre una piccola ricostruzione della sua disomogenea fortuna critica. Il primo a incensare e letteralmente ricoprire di voti sonanti i suoi vini fu un Luca Maroni agli ultimi fuochi, il quale diede 90/100 (31-29-30) a Impavido 2003 e, addirittura, 95/100 (33-31-31) al 2004 (in realtà invertendo la qualità dei vini in una sorta di ammenda sotterranea). Il Gambero Rosso li ha sempre messi in un anonimo calderone di vini discreti, addirittura preferendo in certe annate il pur buon Sangiovese Limbecca in un delicato gioco di trasformazione della realtà. L'Espresso quasi come sopra. Slow Wine che lo doppia-premia come cantina e per il Sangiovese Riserva Le Iadi 2007. Io li amo da sempre.
Ma rulliamo i tamburi e avanti con la verticale:



1999: i primi vagiti di Impavido sono diventati una tranquilla vecchiaia. E' il più evoluto, il più caffettoso e dimagrito. Colore ancora di una certa profondità, ma tutto il resto è sulla via dell'evaporazione. Acidità discretamente presente, sapore discreto, ma la parabola è quella discendente.
2000: ecco il cambio di marcia. All'epoca primo piccolo capolavoro di Francesconi. Col problema di una partita sbagliata di tappi che offriva molte variabili da bottiglia a bottiglia. Ma quella buona era uno schianto. E quella assaggiata qui era assolutamente in forma. Carnosa, ampia. La componente più terziarizzata è venuta fuori dopo un'oretta ma senza coprire del tutto il frutto. Bocca ancora molto viva, senza scompostezze particolari. Diciamo una piena maturità.
2001: sulla falsariga del 2000, mostra i segni di uno stile-Impavido con sorprendente sicurezza. E allora polpa, frutto, speziatura non invadente. Uva matura al centro della scena. Chi dice che il Merlot dà vini tutti uguali, dovrebbe fare un pellegrinaggio a Sarna (nota 3). L'aerazione lo porta poi sul versante della decadenza e, certo, gli anni incombono. Però il gusto c'è ancora tutto così come la capacità di graffiare. Grintoso.
2002: annus horribilis dappertutto. E anche Impavido non ne è scampato. Però. Però questa bottiglia si difende. All'epoca passò molto in sordina, schiacciato da due blockbuster come la 2001 e la 2003. Tutto è sottodimensionato. Meno consistente, frutto più aspro, meno alcool (13,5° contro i soliti 14,5°/15°). Però il quadro d'insieme tiene. Acidità avvertibile però ben integrata. Sviluppo in bocca più duro però di sorprendente integrità. Però. Sorpresa della serata.
2003: i giudizi vivono di aspettative. Quindi, cosa aspettarsi ora da quello che fu uno dei vini della vita? Di ritrovare quell'esplosione di frutto, quella vertigine gustativa, quella consistenza terrosa da uva riempita di sole? Difficile. E difatti ora è buonissimo ma tutt'altra cosa. 2003. Annata bollente ma nulla intervenne a cuocere o bruciare. Solo uva all'apice del suo potenziale. Il rigoglio della gioventù è divenuto una maturità più chiusa, quasi riflessiva. Una sensazione polverosa avvolge il frutto, la potenza è scesa di qualche grado, l'acidità fa capolino. Questo splendido decatleta ora arranca in alcune gare, tira un po' il fiato. Ma sempre con grande surplace e la zampata del campione.
2004: appena sotto al 2003 all'uscita, adesso ha guadagnato terreno. E gli va davanti sul filo di lana. Davvero in grande forma, rappresenta l'ultimo di quella generazione di Impavido solare e generosa nel concedersi, comunicativa a tuttotondo. Impavido che poi muta col 2005: non in peggio o meglio, semplicemente muta stilisticamente. Qui il frutto croccante si è mantenuto quasi intatto e le note di terziarizzazione donano una nota speziata non cotta. Bocca placidissima e ampia, un sapore che resta e marchia quasi il DNA del degustatore. Praticamente immobile dall'apertura al fine serata. Highlander.
2005: il cambio di stile, si diceva. Da qui in poi Francesconi smette di usare lieviti selezionati. E, fatto strano (nota 4), i vini appaiono più precisi, in certi casi di una compostezza ai limiti della rigidità. L'annata è stata fredda e piovosa e questo Impavido è anche figlio di quel meteo. Più primario nei sapori, un'acidità da maturazione non ottimale. Discreto ma carente in fascino ed espressività. Interlocutorio.
2006: valeva la pena avere un 2005 se poi la natura ha donato il 2006. Il vino della serata. Dai valori analitici da sballo che però non riescono a spiegare la bontà di questo Merlot. Siamo sempre dalle parti di una maggior precisione stilistica. Ma, in questo caso, l'espressività non ne perde. Anzi. Tutto è teso a concentrare i valori, una gara di solidarietà tra alcool, consistenza, acidità per raggiungere il traguardo comune: l'eccellenza. Una meraviglioso ventaglio di odori lontani anni luce dal varietale. Qui c'è un quadro aromatico ridisegnato, frutta rossa mischiata con spezie dolci, un sottofondo da oliva come certi Porto senza stucchevolezza. E bocca semplicemente perfetta. Acclamazione dei partecipanti per tacito sguardo d'intesa: simply the best
2007:  di nuovo annata molto calda. E qualcosa in questo senso lo paga. Si avverte un alcool appena sopra le righe e il frutto bruciato. Niente di drammatico, sia chiaro. Ma nel complesso ora appare irrigidito e appuntito. La tanta materia pare in movimento, in assestamento sotto la coltre fumosa. Ora fatica ad imporre lo stacco gustativo dello stile Francesconi. Domani chissà. Turbolento.
2008: vino in uscita in questo periodo e decisamente più equilibrato del 2007. Il frutto torna carnoso e il legno è in via di smaltimento. Il quadro meno esplosivo tende a definirne meglio i contorni, tende ad un lavoro di sfumature ancora in divenire. Per il resto si avvertono già tutte le qualità che hanno portato l'Impavido di Paolo Francesconi ad essere una pietra di paragone. Non solo nei Merlot, non solo in Romagna. La sfida (o, meglio, il confronto) è lanciata ovunque. Lasciate solo parlare il bicchiere. 




Nota 1: della serie una nota di colore, c'è anche l'episodio di un noto enotecario di Orvieto che commerciava con Stati Uniti e Francia e Asia e beveva di tutto e poi gli capitò di sentire l'Impavido 2003 e giù di corsa a cercare di accaparrarsene quante poteva e, a domanda diretta, rispose che quelle erano per suo consumo personale e altro che Petrus o merlot vari, non ce n'era per nessuno, anche se gli sarebbe piaciuto metterlo in mezzo a qualche batteria di Bordeaux o California per la sua clientela che ragionava per compartimenti stagni e vedere metterli KO uno ad uno.  
Nota 2:  come spiegava Francesconi, ad un vignaiolo poco esperto può quasi prendere un colpo nel non vedere partire la fermentazione e allora ci si precipita a mettere giù una bella bustina di lieviti e si tira un sospiro di sollievo. Poi certe cose si imparano e se tutto viene lasciato al lavoro del lievito indigeno, basta solo armarsi di pazienza per veder partire le mille bolle rosse.  
Nota 3: sarebbe in effetti ora di finirla una volta per tutte con questo ragionar col prosciutto negli occhi e le paratie nel cervello e riequilibrare il giudizio su quei bravi ragazzi che sono il Cabernet o il Merlot. Rispetto i quali posso solo elencare alcune delle poche cose che so nella mia vita: che sono grandi vitigni; che si adattano ad un sacco di situazioni, a terre e uomini diversi, che sopportano anni di legni nuovi e a iper-tostature senza quasi mai lamentarsi; che non danno vini tutti uguali e possono essere molto ma molto seducenti.
Nota 4: in realtà strano fino a un certo punto se, come afferma Marco Casolanetti, i lieviti sono bestie strane e possono rimanere nell'ambiente della cantina per anni.        

sabato 8 gennaio 2011

DA O A 2011 E RITORNO

E' un giorno qualunque dell'inizio di un anno qualunque e apri due bottiglie e intanto riassaggi altre bottiglie mezze vuote dei giorni precedenti e vedi distratto un documentario sulla coltura del riso nel nord Italia e leggi la controetichetta di un Cereale Biologico Senza Grassi Tropicali e sbricioli con un dito la mollica della consistenza del gesso di un pane vecchio 2 giorni. 
E poi ti versi i due vini.
E li bevi.
Ed è come un raggio verde. Prima nella tua mente c'era il buio. Poi un crepuscolo. Poi forse una luce forte. 
E senti che, in qualche modo, questi due vini forniranno un trait d'union tra quel baccanale felice che è stato il 2010 e quegli anni 0 che sono stati il dopoguerra italiano. Che ti daranno una storia da raccontare.


I due vini vengono da uve considerate povere, sgraziate, i cugini scemi da fargli saltare la scuola e mandare a lavorare. Due dei tanti Calimero del panorama ampelografico italiano, massificati e mortificati a più non posso fino a qualche anno fa ed ora in odore di santità (quasi). 
E' una storia già sentita quella del recupero dell'autoctono. Una storia recente che salta fuori da una doppia ubriacatura collettiva. 
La prima da quelle forche caudine che sono stati il dopo-guerra e l'industrializzazione. Il benedetto boom economico e una lavatrice in ogni casa e una tabula rasa in ogni pezzo di terra. Una deforestazione amazzonica di vigneti e culture storiche, terre che inghiottiscono chimica come fossero mentine. Ci sono più soldi, ci vogliono più prodotti per far spendere quei soldi. Ergo, vai con le co(u)lture di massa e affanculo i cicli naturali e le varietà che producono poco. E' l'industria, baby, e ti dice questo si, questo no e un tanto al quintale. Da qualche parte, davanti alle masse, le porte spalancate di una Bengodi costruita sulle ceneri dell'agricoltura di qualità (nota 1). Avevamo tirato fuori l'argenteria e messo il vestito della domenica. Ma intanto alla casa scricchiolavano le fondamenta (nota 2).
La seconda sbronza collettiva è figlia della prima. Siamo negli anni '80. I terrorismi sbattono ancora la coda ma sono all'ipossia. Ci stiamo buttando in quella bolla euforica che è la new age del vino di qualità italiano. La Milano da bere e l'alba del dopo Sassicaia. Enotria comincia a fare le flessioni e mette su i muscoli. Basta coi complessi. Siamo tanti, siamo bravi, abbiamo le terre e le uve migliori. E abbiamo qualcosa da dimostrare. Le iperconcentrazioni, le barrique, la tecnologia. Frullano i soldi. Reimpiantare, enologicizzarci, schiantare il resto della concorrenza. Un Brunello (o, almeno, un Chianti) in ogni casa. Cantine ammassate di vino e vendere vendere vendere...
E poi puf...
La bolla è saltata.
Cataste di invenduto. La gggente è stufa. Basta blockbuster wines. Basta vini che sembrano brioche di legno pucciate nell'uva. Basta Cabernet e Merlot (nota 3). Buttiamoci sull'autoctono. Rivalutiamo l'immenso patrimonio di uve del paese. Saliamo sui monti a cercare le viti centenarie. Abbassiamo i gradi (nota 4). Riplasmiamo le uve di serie B, alleniamole e mandiamole in serie A.
E bevibilità. Ecco la parola. In continua redifinizione, dai contorni sfumati. Il concetto forte ancora in forma di slogan e in via di riempimento. C'è una pagina vuota su Wikipedia alla voce Bevibilità. E' ora di darsi da fare. 
E nel mio piccolo laboratorio, nella continua sperimentazione atta a definire tale concetto, questi due vini mi hanno ulteriormente avvicinato alla sua definizione.


Gheppio 2008 (Andrea Bragagni)- Un altro dei bio-qualcosa di Brisighella. Autore di discreti rossi, innesca la marcia superiore coi bianchi. Se qualcuno si imbattesse da qualche parte nella sua Albana Rigogolo 2006 (ma pure nelle altre annate), lo scongiuro di assaggiarla. Minerale, idrocarburica, rieslingeggiante, dolcemente (non nel senso di zuccheri residui) virile. Buonissima. Il Gheppio è il Trebbiano di Romagna. Un autoctono per anni bastonato nelle rese sul quale da poco qualcuno sta cercando di ragionare. Un'uva sparsa per l'Italia cambiando nome e/o struttura genetica (qui Jacopo Cossater  riporta le impressione di una recente degustazione). L'interpretazione che ne dà Bragagni è l'ennesimo knock-out alle idee preconcette. Nel bicchiere ti ritrovi un orange wine. Eppure fa una macerazione breve. Nasi e lo spettro acido che hai nel 90% degli altri Trebbiano, qui non c'è. Ossia, c'è ma è avvolto da altro, rimpolpato e rinvigorito. Avverti la frutta, magari quella di costituzione più aspra, però al massimo della maturità. Le varie componenti sembrano soccorrersi a vicenda, sembrano tamponare gli esuberi per il raggiungimento di uno scopo comune. Che è la beva, densa e leggermente tannica e leggermente acida e leggermente dolce. Quando leggermente+leggermente+leggermente fanno la forza. 90/100.


Pratoasciutto 2006 (Tenuta Grillo)- Dalla sua tenuta piemontese, ecco il Dolcetto di Guido Zampaglione. Dolcetto che è il paradigma perfetto dell'autoctono made in Italy. Prima, uva quotidiana da vino leggero, acido, primario nei sapori. Poi, la parkerizzazione, legni nuovi, strutture da grande vino, 3bicchieramenti e giù di lì. Poi qualche retromarcia. E quella di Zampaglione che è la terza via. Ossia, un vino che va dalle parti del Rodano. Passando per i dettami dell'azienda: vigne in biodinamica, lieviti indigeni, lunghe macerazioni. Ed eccoci un Dolcetto dal colore denso ma non inchiostro. Dagli odori amplissimi, animali e terrosi e surmaturi, e in continua mutazione nelle ore con sempre più definite la frutta e le spezie. Dalla bocca grintosa ma non nervosa, armonica e scattante.  Come un Cornas di Allemand. Come un Faugeres di Barral. Come una Nadia Comaneci. 92/100.


Nota 1: qui si vorrebbe solo parlare del coma farmacologico che ha vissuto l'agricoltura (e, in specifico, la viticoltura) fino a qualche decennio fa. Lungi da me, quindi, ogni qualsivoglia giudizio morale derivato da una sommaria ricostruzione dei fatti. Essere contadini era (ed è) una fatica immane e tutta la meccanizzazione e la fitofarmacologia propagatasi nel secolo scorso sono apparsi come una luce in fondo al tunnel del lavorare-come-bestie. Basta parlare con qualche contadino anziano (in quell'epoca si diceva vecchio). Si tratta di un'epoca in cui le parole coscienza ed ecologica non stavano nella stessa frase. Un'epoca in cui si fumava in faccia ai bambini, si buttavano le cartacce per terra, si guardavano le ciminiere fumare nel cielo la scritta "Lavoro, lavoro!". Un'epoca che aveva conosciuto le brutture più grandi ed ora voleva solo progredire e stare meglio. Contestualizzare, in certi casi, ci aiuta a focalizzare e ad aiutare uno sforzo di comprensione.


Nota 2: e tocca ripetere che questo processo di annientamento di un patrimonio agricolo è stato molto meno selvaggio in Francia, paese nel quale l'idea di patrimonio culturale è ben più di un motto per riempirsi la bocca ma viene trattato nei 360° della sua articolazione. Quelli lì (cioè i francesi) hanno trovato naturale salvaguardare ogni prodotto del comparto agro-alimentare intendendolo non solo come una conservazione del retaggio culturale della loro grandeur, ma anche come investimento economico a lungo, medio e anche breve termine. E ora le loro viti di 50, 60, 100 anni sono ancora lì, curate come giardini zen, a garantire spesso una marcia in più a chi le lavora in modo corretto.


Nota 3: siamo in una fase di riflusso o di reindirizzamento della Storia enologica. Quindi c'è grossa confusione. Fuori e dentro di noi. Un po' come quando si passa da un ideale femminile che collima al 99% con una Brigitte Bardot, verso un'immaginario efebico e ossuto tipo Kate Moss. Possono scoppiare delle guerre di religione. E possono scappare bizzarre affermazioni del tipo che Cabernet e Merlot si assomigliano tutti e che fanno vini troppo potenti e che sovrastano il territorio e che sono troppo facili da coltivare e le vere sfide sono altre, insomma, che dovrebbero vergognarsi (il Cabernet e Merlot) di essere belli e bravi e geneticamente un po' meglio del 90% delle uve.  


Nota 4: questa affermazione proprio non resisto a non metterla nella categoria Fregnacce.