mercoledì 25 maggio 2011

GEORGIA-FRIULI: 6 (e anche meno) GRADI DI SEPARAZIONE

Il diagramma della teoria dei 6 gradi di separazione (inquietantemente simile ad uno schema Punto-Croce)

Questa vita è 'na catena.
Lo cantava Dalla il Lucio probabilmente riferendosi al malinconico e doloroso andare che a volte ha la vita e, altrettanto probabilmente, sfiorando senza volontà la teoria proposta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy secondo la quale ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari (nota 1).
Nel vino la cosa è semplificata. Tendenzialmente i gradi di separazione sono ancora meno. E sottili come carta-riso. Il mondo del vino è un microcosmo, a volte pare una serra popolata da monomaniacali patologici che comunicano attraverso suoni gutturali, attraverso strani fonemi compresi solo dagli abitanti di questa serra. E, a volte, senza nemmeno comprendersi neanche tra di loro, separati da poco comprensibili dialetti e particolarismi. Forse siamo esperimenti in vitro di un qualche Bacco di terz'ordine. 
Ma quando pare di vagare soli, di girare a vuoto in una stanza sempre uguale, accade di imbattersi in qualcuno. Uno straniero. Uno mai visto. Pensi di essere in un cubo e di conoscerne ogni centimetro, e poi appare una faccia nuova. Venuta da chissà dove. 
Non so. capiti per caso nella pagina 18 di una ricerca stanca su Google sotto la voce Georgia Vino, e BUM, ti appare il blog ti un tizio australiano a cui è capitato di assaggiare lo stesso vino che hai bevuto il giorno prima e le parole che usa sono calde e familiari, descrive una cosa che hai annusato e tenuto in bocca, sulla quale hai fatto riflessioni e unito ricordi e sensazioni. Senti con lui (il tizio australiano) una comunione. E inizi a dare una sguardo a questo blog, e tante cose trovi in comune, vedi un percorso fatto di bottiglie che conosci, capisci che il tizio aussie ha curiosità verso prodotti che sono lì, nel tuo cubo. E poi vedi un'altra bottiglia, anche quella bevuta di recente, anche di quella volevi scrivere.  E i gradi e le latitudini si azzerano.
Perché, andando nello specifico e infittendo ancora di più gli intrecci tra le cose, intricando la matassa di relazioni che restringono questo mondo alle dimensioni di un pugno, i due vini di cui volevo scrivere sono uno georgiano e l'altro friulano. E così, di primo acchito, spuntano diverse paroline che uniscono queste due terre per amorose suggestioni da intrecciare a piacere: 
Vite (vabbè);
Anfora;
Macerazione;
Gravner.
E allora partiamo rintracciando le briciole di pane che da Mararo, nel Caucaso georgiano, portano a Oslavia.


Clos Des Amandiers 2007: Andrea Scanzi l'ha definito Il Bianco Più Tannico Del Mondo. E' un Triple A, un orange wine da uva Rkatziteli. Ed è, come dire, molto tannico. Molto orange. L'idea di ancestralità è al centro di questo vino. Un vino-archetipo che vorrebbe rimandare a vinificazioni antiche, provocare cortocircuiti di gusto. E l'odore iniziale si marca nell'ossidazione, in una dolcezza quasi mielosa. E poi giri e giri il bicchiere e salgono le sensazioni più floreali, la camomilla, la lavanda. Odori non esplosivi ma rilassati, ampi. In bocca la parte dura. Dura ma non granitica.

C'è ruvidezza senza sgraziature, ci sono tannini sotto il limite dell'offesa. E c'è un suo equilibrio, c'è una dolcezza che tenta di mitigare la durezza, che porta l'amico georgiano dalle parti della beva. Per tutti (nota 2)? Si, ma istruzioni per l'uso: sgombrare la mente, resettare l'hard-disc, decategorizzare il bianco/rosso, saltare a piedi pari tutto il periodo dei vini bianco-carta, sbattetersene altamente di preistoriche menate modello AIS sull'abbinamento cibo-vino (nota 3). E ascoltare l'urlo primordiale di questi vini. YAAOOARRGGGHH e 89/100.
Jakot 2005 (Radikon): the man is back. Se ne erano perse un po' le tracce. Da un paio d'anni ha abbandonato le desolate lande di Cerea per andarsene al Vinitaly. Da un paio d'anni, dopo l'uscita di quei 2004 da sballo, notizie al contagocce, pochi avvistam

martedì 17 maggio 2011

CHE SYRAH, SYRAH.

Ancora una premessa dopo la "ghost" premessa dell'altra volta:
essendo oramai guerra dichiarata tra me e il portale o-come-diavolo-si-chiama Blogger, avendomi tale Blogger cancellato 3, dico 3, volte il post su Villa Favorita ed essendosi beccato delle maledizioni bibliche il cui tenore rasentava l'Armageddon, avendo anche accertato che Blogger vive di vita propria e come noi umani sbaglia, va in palla, si resetta, forse ama e sogna, sono giunto alla salomonica decisione di andare avanti con la vita, di andare oltre, di preparare un riassuntino didascalico su Villa Favorita da postare prossimamente, e intanto di respirare la Primavera e di parlare di un singolo vino. Eccovelo qua. Oh yeah.

St. Marsan Rosso 1999 (Poderi Bertelli): o di come lo Syrah rodaneggia e piemonteggia. Oppure. Di come una serata svolta quando salta fuori un cavaliere e una dama (nota 1). Specie se il cavaliere è tale Bertelli da Costigliole d'Asti e la sua dama è uno Syrah fatto con le marze acquistate in Francia quasi strappandole ai migliori produttori franco-sudisti. E' una tenuta dalla storia (relativamente) lunga, con origini quattrocentesche e produzione di vino da circa 40 anni. Vino che, declinato dai Bertelli, assume forme di tradizione e sperimentazione insieme. Perché fanno i loro bravi Barbera d'Asti e Monferrato Bianco e Rosso e perché fanno pure dello Chardonnay (il Giarone, un borgogneggiante vinone molto woody), del Traminer (il Plissè, ovvero dalle parti dell'Alsazia) e del Merlot. Ma negli anni, una costante è sempre stata la bontà dello Syrah. Costante che non è mai stata pedissequa riproposizione dello stesso vino. Costante nell'affascinare sempre, anche in annate rigide come la 1997 o in quella meraviglia di 1998, quasi un proto-vinovero con i suoi odori così foxy, con quel minimo di stallatico iniziale e quella dolcezza scoprentesi con l'aerazione.   

Francesità, si diceva: arrotare la erre e dire Syvah di Bevtelli; essere chic e avere lo charme e dare lo choc; e, soprattutto, dare del tu ai vari Cote Rotie o Cornas (il Chaillot di Thierry Allemand, ad esempio). Rodanesità in Piemonte perché il link tra le due regioni è talmente diretto e forte qui da rischiare la sovrapposizione. E giù nel bicchiere trovi gli odori di un bosco, trovi subito una vertigine che riporta all'humus, alle radici, alle erbe selvatiche, all'organico (merde! diceva il generale); un su e giù d'odori che è subito chiaro, vanno attesi e decodificati, parlano tutti insieme ma poi iniziano a cantare all'unisono, si addolciscono e speziano. Ed è chiaro che vanno attesi sin dal primo sorso, il sorso che di rado mente, un sorso che è setoso e tondeggiante, imperfettamente perfetto, sapido e proustiano come un pasto casalingo. Virilmente trasandato, maudit e gentile: se monsieur Bertelli e la sua dama  vengono a farvi visita, aprite senza indugi, accomodatevi di fronte a un bel camino in travertino e ascoltate senza posa i suoi racconti da Mille e Una Notte. Ne vale la pena. 94/100.

P.S: Avendo il giorno dopo ancora quel sapore in bocca ed avendo libera la serata successiva alla degustazione ed essendo fondamentalmente un monomaniaco, ho deciso di sfrecciare e tagliare la Romagna come il burro salendo verso Imola e di inerpicarmi lungo la SS 610 (o Montanara) fino a Borgo Tossignano verso il ristorante detentore di tale bottiglia e di pasteggiare amabilmente con una tenerissima di manzo alla brace annaffiata da quel miracolo riproposto del St Marsan 1999 alla più che onesta cifra di euro 35 (la boccia). Ristorante che si chiama Fita e che si è seriamente candidato come un mio posto del cuore.

Nota 1: mi rendo conto che ogni frase con al suo interno le parole serata e cavaliere e dama possa prestarsi ad equivoci e destare nella mente del lettore vaghe associazioni con l'hinterland milanese e ballerine discinte e presidenti di qualcosa e lelemora vari. Tali associazioni sono assolutamente involontarie e prive di ogni malizia volontaria. E, come sempre, la malizia sta in chi legge.