martedì 27 dicembre 2011

SCIOCCHEZZAIO (E DIZIONARIO DEI LUOGHI COMUNI)

A) E così passò un'altra Enologica
La direzione comunica che il vino più buono della manifestazione faentina era il Campiume 2007 di Filippo Manetti nonostante la volatile (CB47, per approfondimenti vedere a metà del punto C); che i Lambruschi spaccavano (ed è una cosa positiva) e i Sorbara di Paltrinieri sono proprio dei piccoli (?) sciampagne e i Grasparossa di Fattoria Moretto delle spremute d'uva ma con gli attributi (palle pareva brutto); che Costa Archi rulez (= slang americano che letteralmente significa regna e nello specifico si potrebbe tradurre con E' il meglio) e in cantina gli covano delle uova d'oro (= sangiovesi 2009 e 2010) e vorrei averla sotto casa per andarci ogni mattina in pigiama a bere; che i Biologici di Brisighella adesso si chiamano Bioviticultori e che gli piace vincere facile, basta mettere insieme 6 fuori-quota e sparare una serie di vini strepitosi; che si, i rossi puzzano e i bianchi hanno la volatile (CB47, vedasi sempre punto C), ma ne La Stoppa c'è tanto arrosto e poco fumo; che il Sangiovese Sup. Ris. Michelangiolo 2008 di Calonga è un 88/100 quando mi era parso un 80/100 qualche settimana prima (ed era un voto alla qualità del legno più che dell'uva); che la stessa cosa è capitata col Sangiovese Calisto 2008 di Stefano Berti; che Podere Pradarolo mi lascia senza parole perché troppo impegnato a sgargarozzarmi i vini (vedere sempre punto C ma in fondo); che l'impressione generale era quella di un Armiamoci e partite, di una grande surplace collettiva in attesa che qualcuno si lanciasse verso un qualche tipo di traguardo (e, di solito, sono quei pochi fortunati che se ne fregano di tutto e fanno quello che vogliono),di un'edizione, quindi, prudente e di produttori con un macigno sulle spalle e davanti un 2012 che, bene che vada, tanto finirà il mondo, un macigno fatto di congiuntura economica e confusione interpretativo/critica (Dimmi Mercato, vuoi meno legno? Più legno? Meno concentrazione, più concentrazione? Dimmi, cosa diavolo vuoi?); che è possibile mi sia perso e/o abbia omesso qualche grande vino ma ogni tentativo di passare la nottata tra gli stand è stata coercitivamente frustrata dal servizio d'ordine.


B) Dialogo tra un Degustatore Maniacale e un Curatore Guida sul Mi Piace/Non Mi Piace e sul Perché.

Degustatore Maniacale: "Quindi a te il vino X non piace?"
Curatore Guida: "No."
D.M.: "Ma è un vino straordinario. La concentrazione, l'equilibrio, l'espressività arom..."
C.G.: "Si, va bene. Ma non mi piace."
D.M.: "Perché? Trovi la nota aromatica troppo invadente? Il carattere quasi animalesco è, appunto, troppo animalesco? Preferisci prodotti più composti? Ancora più scomposti?"
C.G.: "Non. Mi. Piace."
D.M.: "Ma perché?"
C.G.: "..."
D.M.: "..."
D.M.: "Forse la tipologia non va bene? Il colore? L'acidità? Troppa? Troppo poca? L'etichetta?"
C.G.: "No me gusta, amico"
D.M.: "Ma andando nel dettaglio..."
C.G.: "..."
D.M.: "Una qualche spiegazione tecnica? Un qualche filo logico che mi faccia capire qualcosa? Una linea da seguire leggendoti?"
C.G.: "Non mi piace: pochi punti. Mi piace: tanti punti."
D.M.: "..."
C.G.: "A te piace?"
D.M.: "Si, e i motivi sono..."
C.G.: "Fatti la tua guida."




C) Il sito Il Vino Degli Altri è il diario degusta/riflessivo di Andrea Scanzi. Il 18 dicembre viene pubblicata la risposta di Jonathan Nossiter (il signor Mondovino) ad un post precedente di Scanzi sui vini naturali e i loro difetti (presunti e/o reali). Nossiter risponde in vari punti. E ogni punto contiene sottotracce che indurrebbero ulteriori riflessioni. Eccone un paio:


Ma io sono felice – anzi mi sento fortunato – di accompagnare questo movimento…ma solo se non pago un prezzo troppo alto. Perché per me i vini naturali (come qualsiasi vino, con pochi eccezioni) dove il viticoltore chiede 40, 50 euro la bottiglia sono scandolosi;  l’etica del vino naturale è un’etica non solo in relazione all’ambiente ma anche davanti alla disuguaglianza economica.


Appena letta ho avuto un cortocircuito mentale. Come un sasso lanciato in uno stagno, mi sono messo a seguire i circoli di onde. Circoli su circoli.
Come Kurni e Casolanetti e il suo volersi confrontare con il meglio dell'enologia mondiale (ipse dixit), coi vari Borgogna o Hermitage o Chateau Rayas che costano 3, 4, 5 volte tanto e se il prezzo lo fa il mercato, allora questo mercato bisognerà perlomeno seguirlo un minimo, il prezzo anche come ragione d'orgoglio e di posizionamento (senza dire di ciò che spende Casolanetti tra doppie barrique nuove ogni anno, nuovi impianti a densità cinesi etc etc e senza fare troppi conti in tasca a nessuno). 
Come i Biologici di Brisighella (cioè, i Bioviticultori) che nel loro costare 3 volte meno di Kurni (e 8 di Kupra) faticano a sfangarsela coi ristoratori locali e magari sono adorati in Giappone o in Danimarca, secondo quella strana regola del Nemo Profeta In Patria per cui più ci si allontana radialmente dal proprio paese d'origine, più si diradano i drammatici  paletti mentali del tipo Romagna=Simpatia=Liscio=Sangiovese beverino=prezzi bassi (nota 1).
E lascio a voi tutti gli altri circuiti mentali sul rapporto vino/etica/ambiente/diseguaglianza economica.


Anche i più reazionari degustatori dei grandi Bordeaux, impazziscono per il Cheval Blanc 1947…che ha dei livelli di acidità volatile tra i più alti mai notati nella storia dei bordolesi.


Qui ho sorriso (dentro, fuori ero una maschera di ghiaccio). Che mondo piccolo. Altro che 7 gradi separazione. Mi sono autocitato mentalmente cercando di avvicinare la distanza siderale tra le mie esperienze e una delle pietre filosofali dell'enologia mondiale (davvero, sono anni che sento storie su 'sto vino e le sue meravigliose doti e, diciamolo, la mitologia piace a tutti). Il Cheval Blanc 1947. Che ha la volatile alta. Quei 3 esseri umani che l'hanno assaggiato con una certa continuità lo confermano. E' lo sdoganamento finale. E' l'arma finale da usare in ogni discussione. Appena uno arriccia il naso e dice "Ma la volatile...", basterà pronunciare 3 magiche parole. 
Cheval. Blanc. 1947. Nome in codice: CB47.
Adesso rivendo il mio SUV e vedo di comprarne una boccia.


E nel vino naturale, le qualità e le caratteristiche sono molto ampie. Va da un classico, dritto Meursault o Macon biodinamico di Dominique Lafon all’estremo del più “normale” fino a uno spumante Vej antico “270″(giorni sulle bucce) dell'emiliano Podere Pradarolo tra i più radicali. Capisco bene e accetto se il gusto di uno va verso Lafon e un altro più verso Pradarolo, anche se io ho piacere e imparo con entrambi.


Il primo orange spumante. Ancora senza parole. Me lo sto sgargarozzando. Que Viva Nossiter.


D) Scena: presentazione aziende biodinamiche e degustazione guidata. Protagonisti: presentatore (giovane, spigliato, collaboratore di guide), produttori, pubblico seduto davanti a 6 bicchieri. Introduzione. Il presentatore legge un passo dal libro di Rudolf Steiner sui principi biodinamici. Passano 10 minuti. Viene introdotto il primo viticoltore. Breve storia dell'azienda e del sistema di lavoro. Viene versato il primo vino. Il presentatore nasa. Il pubblico nasa. Il produttore nasa. Il presentatore dice che ci sente nell'ordine: il cardamomo; il pepe bianco macinato; i fiori di campo macerati; la pietra focaia grattata; un frutto che è qualcosa tra il mango e l'alchechengi e il cucumis melo reticulatus sottilmente uniti da una vena acida e, allo stesso tempo, disuniti da uno spettro glicerinoso che ricorda la dolcezza saccaroide che è sempre nei nostri cuori.
Uno in fondo alla sala grida: "BASTA... Lasciatemi bere."


E) Il più grande mensile di musica in Italia (Blow Up) ha deciso col numero 164 di gennaio 2012 di abolire i voti nelle recensioni. In Italia fu il primo ad usare sistematicamente un numero da 1 a 10 alla fine di ogni recensione, un numero che andava a condensare l'analisi di un disco, che costringeva il redattore spalle al muro, a schiacciare il frutto della sua disanima fino ad ottenere un succo tanto familiare e intellegibile. Un voto.
Le ragioni di questa scelta vengono spiegate nell'editoriale. Il direttore Stefano Isidoro Bianchi scrive di "...una pratica (ndr: quella del voto) che sembra diventata per troppi l'unico motivo di interesse al fine di fagocitare ascolti sempre più distratti e frettolosi... A cosa servono le parole di recensione, (...) se poi il riassunto numerico ne vanifica, nella sua risolutezza, ogni sfumatura e ogni dettaglio?
E pur nella differenza di due forme/oggetti differenti (la musica e il vino; una forma eterea e quasi incomunicabile verbalmente, e un prodotto della terra e un oggetto concreto-ma-non-troppo; un'industria squassata dal downloading selvaggio e dal peer-to-peer e milionate di ascoltatori con miliardate di mp3 ascoltati distrattamente, e un mondo senza più guru e democraticamente ognuno a dire quello che gli passa per la testa e intanto cantine che nascono una al giorno e sgomitano per sopravvivere), le urgenze riportate da quelle parole in qualche modo sembrano incrociarsi con altre riflessioni della critica enologica. Il tanto discutere sull'impostazione della guida Slow Food e sul suo tentativo di sfumare sempre più l'importanza del voto puntando il più possibile le luci sulle schede descrittive (meglio, sul racconto delle cantine e dei viticoltori prima ancora che dei singoli vini). Dare un taglio all'ossessione del voto, alla riduzione di ogni parola in un numero. Basta coi 100/100, coi 3 bicchieri, coi 10/10, coi 20/20. Leggetevi le descrizioni, caproni. Entrate dentro la cosa. Ascoltate, assaggiate, giudicate. Ma senza numeri. Solo fiumi di parole. 
Io che volevo solo uno di cui fidarmi che mi desse uno straccio d'un voto e una breve descrizione e che mi consigliasse cosa bere. 
Mi auto-infliggo un 5-. 
Anzi, insufficiente meno.


Nota 1: con prezzo basso si intende qualcosa sotto i 5 euro (meglio se sotto i 3) e la cosa può assumere aspetti divertenti se detta da gente che gira con dei SUV da 80.000 euro, con i quali 80.000 euro (sempre senza fare i conti in tasca a nessuno) si potrebbero tranquillamente acquistare circa 8.000 bottiglie di un qualsiasi di questi produttori.