lunedì 25 marzo 2013

CAMERA OSCURA



Sto a Gusto Nudo e piove e in questo spazio autogestito che sembra a metà tra un casermone post-bombardamento e la Zion di Matrix (e 100 metri più in là c'è lo sciccosissimo ristorante di Marcello Leoni e davvero il mondo è tutto un Matrix) e fa un freddo riassumibile nella locuzione idiomatica Da Cani e sto vagolando pallido e assorto e confuso e felice e mi fermo da Giovanni Montisci e faccio "Ajò" e lui fa "Ajò".
E mentre sull'Ipad del Montisci scorrono immagini dello scannamento di un maiale con relativo confronto dialettico con un signore emiliano sulle tecniche di lavorazione del porco (il che aggiunge ulteriori suggestioni alla location spazio/mattatoio/cybercittà), inizio a bere i suoi Cannonau e, particolare, il Barrosu 2009 e se i pensieri fossero nuvolette dei fumetti in pop-up apparirebbe 
decodificabile in un "Discreto ma sfaldato, sfibrato" e allora si va avanti e il freddo che da Da Cani è, nel frattempo, passato a Da Bestia formando nuvolette di condensa dalle bocche così ironicamente simili a nuvolette dei fumetti e c'è il Barrosu Riserva 2010 ed è come se la fotografia prendesse forma, divenisse meno sfuocata, è come stare nella camera oscura e assistere allo sviluppo di una foto e vedere come acquista consistenza nell'arco dei minuti, vedere l'immagine definirsi e delinearsi e tutto a un tratto "BUM!", eccola e l'effetto è
ed è un mezzo capolavoro se non un capolavoro intero perché se lo riconosci (un capolavoro) lo devi dire anche solo a te stesso.
E la foto che racchiude un mondo eppure inquadra una stanza, che parte da una stanza (una singola vigna a Mamoiada) e ti apre una finestra verso il mondo e la finestra diventa un cannocchiale per vedere meglio il mondo, è il Barrosu Riserva Franzisca 2010 e Giovanni Montisci è il nostro Luigi Ghirri o il nostro Morpheus della pillola d'oro.
Ajò, Giovanni.

P.S.: Ops, dimenticavo anche una prosaica descrizione del vino.
Eccola qua.
Colore non fitto (i sardi continuano a dire a noi testoni di continentali che il Cannonau non dà vini colorati), tendente al caramello, leggermente velato.
Naso che chiude molti cerchi (l'oriente speziato e la terrosità di Panevino; la fragranza fruttosa di Gramenon; qualcosa di dolce sottospirito) e cambia nel tempo senza perdere saldezza.
In bocca è come una rete a strascico a maglie strettissime, un rete che si apre e ti lascia assaporare tutto quello che ha raccolto, i suoi 16° che non bruciano (l'alcool a Mamoiada è di una qualità diversa dalla nostra?) ma addolciscono, la sua acidità che ti allunga la materia, il delicato amaro di tannini che ci-sono/non-ci-sono, e frutta e spezie che fanno festa nella tua bocca ma al centro della festa ci sei sempre TU.
Un vino che ha potenza e complessità ed equilibrio.
Onore alla manina (?) fatata di Giovanni Montisci: 94/100.




mercoledì 13 marzo 2013

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE LONTANO (ovvero, quando non hai un buon titolo, rubalo)



Buongiorno.

Perché siamo qui? Qual è il senso di tutto questo? Chi siamo noi? 
Le grandi domande dell'umanità applicate alla carboneria bloggettara.
Domande a cui, vien da sé, non è possibile rispondere ma solo macerarsi in pseudo-risposte che generano altre domande e così via, una cavalcata selvaggia nei terreni paludosi dei dubbi e dei se e dei ma.
Vabbè. 
Per favorire una più agevole lettura di questo post, avendo della discreta carne sul fuoco e non volendo procurare un'indigestione al lettore, sono stati inseriti dei chiari segni grafici (grassetto rosso) corrispondenti ai diversi settori tematici, cosicché ognuno può saltare bellamente da uno all'altro e/o andare direttamente al settore riguardante la degustazione di un vino (settore che, lo dico subito, è in fondo al post).
Eccola riassunta qui:
1- Riflessioni sparse su internet e la critica enologica;
2- Una piccola rubrica che verrà aggiornata periodicamente;
3- Scheda degustativa di un vino.
Cominciamo.


1-RIFLESSIONI SPARSE

La mia routine giornaliera riserva mediamente un paio d'ore davanti al PC. Ci scrivo, sfoglio le news, commento a voce alta le cose che mi piacciono e (più) quelle che non mi piacciono, guardo video, ascolto musica, faccio qualche solitario. E, soprattutto, leggo di vino. Blog, fanzine, siti, socialqualcosa (poco Facebook, più Twitter, qualche foto su Instagram, Google+ quasi non pervenuto ma ci sta provando). Mi sono costruito il mio percorso, una rassegna stampa on-line fatta di alcuni punti fermi, di contenitori (cioè, i siti, blog, etc...) capaci di porsi, nella mia visione, con una certa autorità critica nei confronti del mondo del vino. Autorità che deriva da diversi fattori: serietà/affidabilità, un certo riscontro nella descrizione e valutazione che mi porti ad aver fiducia nei consigli per gli assaggi fidelizzandomi verso un degustatore.
Fin qui i meccanismi di selezione segnano, in maniera ampia, un passaggio cartaceo/digitale breve e indolore: se prima, ecco un macro-esempio, ci si metteva a cercare i 100/100 di Robert Parker (der Tufello o meno) anche solo per poter poi dire che il sig. Parker era un misto tra un gran minchione e Dart Fener, adesso cerco le faccine sorridenti () di mister X sui vari social/blog. E sono felice e, a tratti, malinconico. 
La svolta, il vero cambiamento sta altrove. Sono cose che si sanno: la Rete arriva subito sulla notizia e l'addenta; la Rete offre una malloppata di informazioni che manco un'enciclopedia; sulla Rete possiamo uscire dai canoni informativi usuali e paludati per costruirci ogni qualsivoglia idea su ogni qualsivoglia cosa; da una ricerca in Rete possiamo uscirne con la lucidità di una sbornia da Mescal e grat-grat sulla testa come a dire "Sono più confuso di prima". Oppure possiamo finalmente ritrovarci immersi nel tepore amniotico della sua rizomaticità; sulla Rete trovi un tizio che ha aperto un blog e ha bevuto quel Grignolino fatto in 200 bottiglie che hai trovato per puro miracolo in un'enoteca-fantasma e puoi andare di chat o instant messagging o di ☻ e chiedergli (al tizio) come diavolo è (il Grignolino); sulla Rete c'è un sacco di porno gratis.
Perché Internet è anche un bambino affetto di ADHD, che smonta tutto quello che trova e poi lo butta in un angolo. Frulla (quasi) ogni principio di autorità, ride in faccia a chi non si presenta nel modo giusto (ad esempio certi giornalisti che si muovono con la grazia di un elefante in quella cristalleria che è internet). 
Internet (non sempre ma spesso) è come un innaffiatore da bonsai in cui tutte le idee vengono atomizzate e spruzzate per poi riaddensarsi in una superficie scivolosa sperando che in qualche modo gli faccia bene
Internet è anche (e quindi) un convegno, un dibattito pubblico senza moderatori in cui ognuno (conseguentemente) può dire quello che vuole e gli unici modi per farsi ascoltare un minimo sono o alzare la voce e/o fare gesti inconsulti, oppure essere cristallinamente chiaro e profondo, argomentare in forme e contenuti nel tentativo di farsi una reputazione.
La reputazione su internet ho l'impressione che vada per sottrazione.
Non ci sono molti modi per costruirsi una autorevolezza (concetto che in Rete tende a dilatarsi fino ad assumere le caratteristiche dell'apparizione della Madonna, non la cantante): bisogna assaggiare tanto, possibilmente alla cieca; bisogna adottare dei criteri di valutazione e questi criteri palesarli (nota 1); bisogna tradurre le informazioni che sono nel tuo cervelletto e nelle tue papille in uno stile comprensibile e, possibilmente, bello; e bisogna mantenere una linea o spiegare perché e in che modo si sta cambiando linea.

E, certo, su internet bisogna essere brevi.

Bisogna bere tanto. Lapalisse. E bisogna bere bene. Nel modo giusto. Bene che significa qualità non solo nel bicchiere ma in tutta una serie di atti. Ad esempio, ogni tanto (almeno ogni tanto) bere alla cieca, mischiare tipologie e zone, buttare nel carrozzone coperto bocce da 10 e 100 euri, farsi della sana palestra dove le etichette non contano ma ci sei solo tu e un liquido (e di miti e mitologie enologiche ne cadranno a vagonate) Costruirsi una ferrea capacità tecnica di ascolto di un vino, ossia la corretta interpretazione del liquido in ogni sua componente (acidità, dolcezza, tannino, etc etc) che pare banale ma non lo è, che costituirà la base per comunicare con il resto del mondo quello che vogliamo sapere: "Come diavolo è quel vino?"
Ecco, la critica nell'era 2.0 tende a smontare il giocattolo, tende a togliersi ogni paludata divisa e a mettersi "un jeans e una maglietta" (cit.) e a buttarla sull'emozione, sul take it easy, sul fatto che il vino è in fondo solo un alimento incartato di poesia, una bevanda certo benedetta dagli dei ma che deve solo renderci felici una sera a cena e si, vogliamo tutti essere felici a cena con un bel bicchiere di vino, ma ogni tanto mi manca qualcuno che rompa le balle e tiri fuori un po' di critica, anzi, Critica, e inizi a fare paragoni, a spiegare, a dare voti. Qualcuno che mi schiarisca di più le idee. Qualcuno che viva si il vino come alimento e piacere ma che non si senta da questo sollevato da compiti di giudizio, da una serrata e attenta catalogazione di ciò ha bevuto nella sua vita, uno il cui database sia costantemente aggiornato e decriptato (ossia, che sia intellegibile nei giudizi e dotato di stile) e donato alla pubblica utilità. Ogni tanto mi manca una guida Guida.

Mai pensavo che l'avrei detto.

Nota non messa tra le Note in fondo perché sta meglio qui: Un esempio di quello che è un tipo di degustazione 2.0 (ovvero, Fuga Dal Giudizio) può essere ritrovato nella breve ricostruzione di un evento immaginario ma che assomiglia a decine di eventi reali. Di solito succede questo: degli appassionati/blogger decidono di imbastire una degustazione a tema Cippalippa (Sangiovese o sud della Francia o bollicine-in-ogni-sua-forma o quello che volete voi) e, volendo, di intitolare tale degustazione #cippalippa (in cui l'hashtag trasmette bene l'idea di degustazione dal basso, informale e appassionata); meritoriamente e instancabilmente ci si butta in un sacco di assaggi, di visite in cantina, di confronti coi produttori, di scremature dei prodotti (tutto questo processo è postato live sui social, specie Twitter che ben si sposa coi postaggi veloci e informativi); decidono data e location (qualcuno mi fulmini se uso ancora questo termine), fanno circolare gli inviti (tutto può essere molto aperto e libero oppure riservato agli effettivi invitati); molti blogger (sono loro, naturalmente, i primi soggetti ricercati e/o interessati) rispondono contenti, è una bella occasione per incontrarsi, bere e scambiarsi opinioni (Cristo santo, ogni tanto ci si dovrà vedere pure e bere insieme per capire chi è dall'altra parte della tastiera); l'evento ha luogo e pare con ottimi risultati; in tanti ne scrivono; e, nella pletora di complimenti e pacche sulle spalle, accade che uno scrive e ringrazia tutti e dice che però (c'è un però) i vini mica gli sono piaciuti tanto e spiega (molto velocemente in verità) perché non gli sono piaciuti e qualcuno interviene per dire che i gusti son gusti ma che forse certi giudizi tranchant mica vanno tanto bene e che lui, dopotutto, ha compreso poco della natura di quei vini e dell'Evento e della Natura in generale (probabilmente il sottotesto è "Non capisci un cazzo di vino") e che manco rispetta i produttori e il loro lavoro e che quella era solo una festa e non c'era bisogno di dare giudizi negativi, e l'altro gli risponde che la sua è solo un'opinione e poi giù di lì precisazioni e mezzi insulti che vanno dal leggero al pesante e si nasa un secondo sottotesto più confuso che, probabilmente, deriva da scazzi precedenti e antipatie ai limiti della riunione condominiale (e il Condominio, nel senso claustrofobico e sociale, è spesso la reale dimensione della frammentazione di interessi e di gruppi del web).
E in mezzo a discussioni sui concetti e i sistemi eco/bio/contadino/naturale/artigiano/industriale/nosolfito/noTav(ernello), si continua a pensare (cioè, io o qualunque disgraziato che passa di lì) "Vi prego, ma com'erano 'ste Cippalippa nel bicchiere?" e a chiedersi se il Cippalippa di Mr.X avesse davvero una volatile da trapanare il lobo frontale e se quella di Mr.Y fosse un Dead Wine Walking (=ossidata oltre ogni limite).
E toccherà comprarle tutte e farci le analisi. Senza berle. Fine Nota.

E ogni tanto incontri qualche enologo che ti riporta nel lato scuro della forza (che magari è il lato grigio o biancastro) e assaggia con te dei vini che ti piacciono tanto, che ti emozionano (per inciso, che continuano ad emozionarti), e allora inizia a smontare tutto per davvero e parte con un elenco serrato dei difetti che vanno dalla volatile, al brett, al residuo zuccherino, all'ossidazione, all'evidente e puerile incapacità di vinificare seriamente e tu cerchi di ribattere che, in fondo, qualche imprecisione va perdonata quando si arriva a tali livelli di profondità, di ampiezza, a tali sovversioni del gusto (si, cerchi pure di usare dei paroloni per impressionare anche se non impressioni nessuno, ragazzino), finché non crolli e dici "Basta, pietà" e ti autoflagelli con uno di quei Traminer precisi precisi e lievitosi e tecnicamente ineccepibili e emotivamente quasi nulli (nota 2).

Ma, alla fine, cosa viene fuori da tutto questo bere come se non ci fosse un domani? Quali linee generali troviamo nell'ultimo anno di assaggi, considerato che siamo solo dei bruti assetati di vini e di emozioni?
Conferme, scoperte, passi indietro. Qualcosa che va bene a tutti (?) e qualcosa solo per pochi, per noi (nota 3). Anzi. Vado oltre la nota 3 (rendendola di fatto quasi pleonastica) e dico che la media complessiva dei vini delle cantine si alzata di un grado, si sta mettendo su esperienza in cantina e in campo, ergo vini migliori, a volte anche più precisi rimanendo caratterialmente forti, gustativamente sfaccettati. Si avvertono il peso delle uve (se ne avvertono i sapori e le consistenze) e le mani lievi dei vignaioli. Si assaggia tanta roba buona e roba che arriva al cuore e al palato. Siamo giunti (quasi) alla democratizzazione di certi sapori. Possiamo prendere un qualsiasi Uomo Della Strada e sbatterlo tra i banchetti di Agazzano o Bologna o Cerea ed essere (quasi) certi che si divertirà e non farà facce storte (quasi mai). Possiamo (quasi) smettere di tramandare la Leggenda Delle Puzze e Volatili. Siamo lì lì per dire che l'uomo nero non esiste più. Che esiste il fascino e la precisione (così come la fascinazione e la noia) e sono due concetti che spesso possono coincidere e ognuno gli dia il peso che vuole. La viticultura artigianal/naturale/bioqualcosa ha fatto irruzione nel web (o forse solo nel nostro condominio di bevitori compulsivi), ha scoperchiato un patrimonio di sapori e odori e in tanti ci sono caduti dentro e ora vagano come Obelix alla ricerca di quella pozione.  Un muro sta crollando (quasi) ed è ora di finirla di mettere paletti e distinguo. Sgombriamo il campo, iniziamo il 3° tempo e beviamoci tutti sopra. Il divertimento sta per cominciare.

2- RUBRICA 

E qui mi viene in mente una rubrica che vorrei aprire, che forse aprirò. 
Che sto aprendo.

DIZIONARIO DEI LUOGHI COMUNI ENOICI:

Infanticidio: solitamente associato a vini che ci incutono timore e/o non sappiamo giudicare e/o non vogliamo giudicare. Modo d'uso: bere un vino, roteare gli occhi e scuotere il capo e affermare con faccia seria che è stato un infanticidio berlo a questa età (del vino o del bevitore). Poi attendere 15 anni prima di riberlo ancora (possibilmente segnando la data su Google Calendar).

3- SCHEDA DEGUSTATIVA (era ora)

Non ci giriamo attorno. E' così e basta. Se i vostri sensi non sono stati presi, schiacciati, brutalizzati e buttati nel cesso, lo capirete da soli. Questo è uno dei vini dell'anno, uno dei monumenti all'enologia etnea, siciliana, italiana, (ergo) mondiale. Un frutto di terra+mano italo/belga (e qui avrete già capito qualcosa)+anfora.

CONTADINO 9 2011 di Frank Cornelissen.


Si è già parlato di lui in queste pagine (qui e qui) ed è impossibile non riparlarne. Impossibile perché la schiettezza di questo vino è quasi imbarazzante. E' diretto, preciso, sincero; è l'amico o il conoscente o anche lo sconosciuto incontrato occasionalmente che ti dice le cose come stanno, senza giri di parola e senza aggressività, ti guarda negli occhi e, di colpo, ti chiarisce quel gran marasma che avevi dentro e ti indica la via da seguire, la tua via epperò una via che pare universale e naturale, ti scioglie i nodi del dubbio e ti dice: "Calmo, va tutto bene."
Contadino 9 è un vino che dovrebbe girare col grado alcolico coperto tipo gratta-e-vinci, prima bevi poi tiri a indovinare poi scopri che sono 15° e poi riscopri (finalmente) che i gradi non sono mai un problema in sé ma sono un problema se percepiti (cioè se manca l'equilibrio).
Questo vino, questo mix di uve etnee bianche e nere, è rubino  chiaro lampeggiante, è una cesta di frutta e spezie con la terra ancora attaccata, è dolce e rinfrescante e tuttotondo ma non scivoloso. 
Questo vino ti rimane attaccato come una cozza anche il giorno dopo e quello dopo ancora.
Questo vino è un isolante contro i clamori del mondo cattivo e un amplificatore dei clamori benefici del proprio io. Questo vino è in simbiosi col Mondo e dentro quel Mondo ci sei anche te.
Questo vino è buono senza buonismi e rende più buoni.
Direttamente, precisamente, sinceramente: 95/100.






Nota 1: Credo ancora che la semplicità del sistema maroniano sia valido, avendo cura di bilanciare secondo il proprio gusto i 3 parametri, magari toglierne anche uno, insomma, separando l'uomo Luca Maroni (e le sue attuali imbarazzanti guide) dal Metodo. E se qualcuno mi vuole insultare nei commenti sono pronto ad indossare metaforicamente i guantoni e a discuterne apertamente.
Nota 2: dico Traminer perché questo tipo di episodio mi è capitato diverse volte ma in particolare e reiteratamente con qualche enologo alto-atesino che, imperturbabilmente e metaforicamente, sembrava prendere a bacchettate nelle dita il responsabile del vino che aveva di fronte, solitamente iniziando con un "Zi, bvuono, però..."
Nota 3cioè, ora più che mai quel "per noi" ha un significato, per noi che sta per ognuno di noi e sottintende come si sia vicini al grado zero della critica enologica, alla frantumazione dell'opinione, all'uccisione (simbolica) di tutti i santi e santini e santoni, della messa in discussione e relative crepe sulle statuarie figure autorevoli che così diventano un po' meno autorevoli (va bene Cernilli, però...; va bene Masnaghetti, però...; va bene Slowine, però...); dell'opinione che così diventa qualcosa in mezzo, tra la quasi autorevolezza, tra la segnalazione e la pruriginosa curiosità ("Guarda quel blogger, dice che quel vino è buono... mah, assaggiamolo..."), argomenti da liquidare in qualche riga nei forum e ognuno dalla sua parte della barricata a darsi di gomito (vinigrassi contro vinimagri, acidità si o no, Piemonte contro il resto del mondo, Toscana contro il resto del mondo, Champagne e basta,...); e, alla fine, X milioni di consumatori con X milioni di opinioni che da qualche parte si sfiorano.
E naturalmente il relativismo descritto qui è frutto di un particolare punto di vista, di un punto di osservazione che sarebbe completamente diverso se fossi, chessò, polacco o francese o americano e leggessi ancora le guide e ci credessi profondamente e andassi alla caccia di tutti i 100/100 di Parker; il che rende tutto discretamente ironico innescando un relativismo del relativismo del relativismo.