sabato 11 febbraio 2012

MOMPRACEM


E' quasi inutile spiegare in cosa consista il concetto di Fascino dell'Esotico (e di una sua sottoforma degradata che è riassumibile col detto "L'erba del vicino è sempre la più verde"), essendo questa fascinazione verso ciò che ci è lontano e sfumato (e, come dire, tra/sognato), un sentire comune, un richiamo verso luoghi cari al National Geographic della nostra mente. Luoghi reali o irreali.
Capita spesso di sognare questi luoghi e di scriverne come un qualsiasi Salgari (il quale, si sa, descriveva Mompracem in mutande e ciabatte dal salotto di casa sua) e la cosa è ancor più accentuata quando si ha tra le mani un oggetto/feticcio che ti linka lì, tra le giungle sud-asiatiche o tra i cru della Francia verso quegli chateau o garage su cui si magnifica toccando lo schermo del proprio PC o un Atlante Mondiale Dei Vini.
E' quasi ridondante descrivere come ogni bottiglia, che sia un Carmenere cileno o un Pineau d'Aunis della Loira, rimandi alla velocità di un protone al CERN verso quelle terre, quella gente, scateni un misto di gioia e malinconia per tutti i vigneti non visitati e i viticoltori non abbracciati (anche una stretta di mano può bastare). Ma è proprio lì, in quell'oggetto/feticcio che è la bottiglia che, in qualche modo, avviene un contatto, il vetro diventa uno Stargate e pare di essere tutti più vicini e, alla fine della bottiglia, tutti più ubriachi e felici, pare di poter fare, di avere fatto il giro del mondo.
Eppoi c'è la realtà a portata di mano, i luoghi o le persone incontrate e visitate, a portata di poche ore o, addirittura, minuti, le cantine che diventano famiglia per te perché si aprono, ti accolgono, ti fanno toccare e assaggiare tutto e ti chiedono veramente cosa ne pensi, diventano Cantine Aperte 365 su 365 e quando si è fortunati ( e capita spesso, capita ovunque) e quando si è abbastanza lucidi e onesti da ammetterlo e da fregarsene delle scale di valore scritte su carta, questi luoghi diventano la tua Mompracem e ringrazi Dio di averne così vicini a casa. 
Perché la sottile linea rossa che unisce i 3 vini di cui vi parlerò oggi è proprio questa: l'esotico vs l'indigeno.
L'esotico inteso anche come immaginario, che è il sistema di collegamento quasi perfetto tra realtà diversissime. E' il formarsi di stratificazioni attorno ad un concetto o un oggetto, uno qualsiasi. Come prendere la parola India e, pur non essendoci mai stati, iniziare a riempirla di ogni filmato, racconto, frammento di foto, e impastare il tutto per bene sino ad ottenere qualcosa. Reale, irreale, semi-reale. L'immaginario che sta così bene col vino. L'immaginario che è pappa e ciccia con parole come Bordeaux, terroir, Champagne (si, i francesi la fanno da padrona in questa cosa). E che spesso si distrae e dimentica quello che è vicino, tangibilmente a portata di mano. Oppure lo deforma e lo ingigantisce per una sorta di orgoglio territoriale (nota 1). Ma una forza dell'immaginario è quella di ricrearsi quasi da solo i collegamenti tra l'esotico e il quotidiano, di crearsi, a volte, la propria Mompracem nel salotto di casa. E questo è ancor più vero col vino. 
Un'unica controindicazione: fare attenzione a non doparlo (l'immaginario) con dosi massicce di immaginazione (nota 2). Per il resto, facciamo volare la mente.
Il mio viaggio è iniziato con questo 
Che è il Faugeres Cuvée Jadis 2008. E la fa Leon Barral che è un  pasdaran del vino naturale, lavora in Linguadoca e qui ci mette Carignan e Syrah e un po' di Grenache. Il fatto è che me ne parlò Gian Marco Antonuzi de Le Coste. Ci aveva lavorato e stava per mettere la mano sul fornello giurando sulla qualità di quelle uve, sulla totale onestà produttiva del produttore, sulla straordinarietà di quel connubio. Andava assaggiato. E dall'annata 2005 ho iniziato a comprarlo. E la 2008 fa il botto. Perché se l'inverno vi ha felpato i sensi e ficcato la testa sotto un metro di neve, questo vi riporterà ad una primavera perenne. Una primavera di frutti rossi, di fiori, di sottobosco. Un vino sudista, senza prepotenze alcoliche o durezze iper-legnose. Un vino nella categoria Croccante, dalla grande beva, cangiante per tutto il tempo della sua apertura senza virare all'ossidato. Un vino che mi ha ricordato il Montepulciano d'Abruzzo 2008 di Pepe. E che in altre annate mi aveva ricordato un altro vino, specie nell'annata (appunto) 2005 che proprio sembravano parenti stretti. 

E quest'altro vino è la seconda tappa del viaggio che 
porta dritti dritti a qui 
SettePievi 2005 di Vigne Dei Boschi. E lo fanno Paolo e Katia Babini a Brisighella e sono naturali loro e i loro vini, e qui ci mettono soprattutto Malbo e poi un po' di Cabernet e Merlot. Grandi bianchisti (l'Albana MonteRe  e il Riesling 16 Anime e il Sauvignon Borgo Casale, concedetegli un assaggio), ma il SettePievi è un vino del cuore. Un vino che con la 2003 sballò i parametri del sottoscritto riguardo Romagna, Malbo, bio-qualcosa. Potenza e controllo. La 2005 ha tutti i parametri spinti e coadiuvantisi: la consistenza che riempe la bocca, i tannini che amarizzano e irrobustiscono, l'alcool che addolcisce e riequilibria, il frutto maturo che accompagna. E note selvatiche e speziature e pura dinamica naso/bocca. Tutti i parametri che non si annullano ma giocano per la stessa squadra. Un vino da bottiglia finita, testa lucida, sguardo fiero verso la collina (brisighellese o languedociana che sia). 
Così come un altro rosso dei Babini getta lo sguardo oltre la collina, verso la Toscana. Il Sangiovese, il Poggio Tura. Verso la Toscana perché, nel bene e nel male, è lo specchio naturale per chi produce Sangiovese (nota 3). E questo ha portato da altre parti. Ad un rimbalzo tra zone.
Che è finito proprio qui
Lo so. Sono due vini. Ma sono due facce della stessa medaglia. Uno è il Sangiovese Superiore Riserva Monte Brullo 2007 di Costa Archi. L'altro è il Fontalloro 2007 di Felsina. Due Sangiovese (d'accordo, Monte Brullo ha un 3% di Ancellotta). Due idee sul vitigno applicate a terre diverse. Il Fontalloro che è un super-tuscan "atipico", concettualmente più alla ricerca della formula per produrre un vino da invecchiamento (sentite le parole di Mazzocolin, il gestore di Felsina, su cosa vuole e può essere questo vino). Il Monte Brullo che, invece, si inserisce in un'idea di super. A casa Costa Archi l'enologo è Gabriele Succi, che è anche il proprietario, viticoltore, cantiniere, commercialista, designer. A Felsina l'enologo è Franco Bernabei che segue decine di aziende in Italia (in Romagna, ad es, La Palazza). Il Montebrullo è un vino tanto. E' un vino potente, estrattivo, coloratissimo. Ma non pensate male (tanto=troppo). Qui la materia è in equilibrio. La maturità totale dell'uva ha le spalle per reggere tutto, il legno, l'alcool, l'acidità. Qui il frutto trova una canalizzazione poderosa ma non bruciante. Qui i fattori terra+annata+Succi hanno portato ad un blockbuster che teme pochi confronti nel genere. Il Fontalloro è un vino scorbutico. Cupo e amaro all'apertura. C'è un frutto ai limiti della terziarizzazione, affumicato dal legno. Ci sono tannini raschianti su livelli di consistenza non massimi. Epperò c'è l'uva. C'è della materia che fatica ad emergere dalla durezza generale, che inizia ad esprimersi, ad addolcire il tutto, solo dopo qualche tempo. La decadenza generale, quei rimandi all'humus e alla frutta cotta, diventa un motivo di fascino. La decadenza come chiave interpretativa del vigneto, il concetto che la durezza porterà la longevità, su una presunta o reale necessità di fare il vino così se vuole durare nel tempo. E tutto bloccato ad un passo dall'immediatezza espressiva. E un'altra variazione sul tema Sangiovese-In-Toscana. E un altro viaggio da fare.




Nota 1: questo orgoglio per ciò che è prodotto nella propria terra, è un sentimento che nel 90% dei casi non si applica al settore enologico romagnolo. Cioè, i produttori vanno molto spesso fieri di quello che fanno e cercano di scrollarsi di dosso quell'inferiority complex verso Toscana o Piemonte e la loro forza comunicativa; quello che si percepisce è, invece, una corsa ad handicap nel pubblico autoctono pronto ad amplificare ogni difetto nei suoi romagnoli e magari a magnificare tali difetti in Barbere e Baroli. La Storia, nel vino è spesso legata al concetto di esotico.
Nota 2: c'è una sterminata casistica riguardante il potere della mente che soverchia il potere dei propri sensi, il legare i sentori di un vino al territorio di provenienza e alle sue genti (come, ad esempio, il percepire lo iodio in vini provenienti da appezzamenti sul mare, o associare la forte tostatura di una barrique mischiata a forti acidità alla nota cupezza e ritrosia di certe popolazioni). E, ben inteso, non c'è nulla di male. 
Nota 3: e non la Super-Toscana guarda Babini. Più verso Montalcino o esempi come Pergole Torte. Vini più naturalmente misurati, sempre nei limiti del liso. Alla ricerca di un equilibrio in un'uva difficile come il Sangiovese.

mercoledì 1 febbraio 2012

RIEN NE VA PLUS: GRAMENON 2010

Chissà. Nella schizofrenica insensatezza di questa vita il cui muoversi, a volte, appare quello di una pallina schizzata a folle velocità in un flipper cosmico, potrebbe anche accadere (potrebbe) che fra 10, 20 anni le cose tornino com'erano e, nello specifico, che i vini di Domaine Gramenon tornino non dico ai livelli iperuranici delle cuvée 2004, ma perlomeno alla sofisticata rotondità dei 2006 o alla potenza turbo-fruttosa dei 2007.
E invece mi ritrovo a contare col pallottoliere da una parte le bottiglie e dall'altra le annate che, a conti fatti, risultano essere
3 
No, dico.
Tre.
III.
Ripeto, 3 annate che qualcosa nei vini di Madame Michelle Aubery-Laurent non va.
Intendiamoci. Nulla di drammatico, non si tratta di un crollo verticale né una sorta di contraffazione stilistica, non di un passaggio dall'eccellente allo schifo. I vini sono ancora molto buoni, costano sempre il giusto (dai 15 euro de La Sagesse ai 32 de La Mémé, ben inteso se acquistati in enoteche francesi senza balzelli da importatore e l'e-commerce, in questo senso, aiuta): insomma, danno ancora la loro soddisfazione. 
E' qualcosa di più sotterraneo, di qualcosa di legato alla cifra stilistica. Che poi tanto sotterranea non è (mi piace contraddirmi di riga in riga). E' qualcosa di simile ad uno smottamento del sapore. Hai due immagini della stessa area. Hai un prima e un dopo. Hai un confronto tra ciò che era e ciò che è. E' il "Trova le differenze" de La Settimana Enigmistica.
E per confrontare, partiamo dal prima (Nota 1).
Il Cotes-Du-Rhone La Mémé 2004, la Grenache ceppo-centenaria passata al volo in legno e commercializzata nella primavera 2005, era un'estasi di rotondità e ciccia, un'esplosiva bottiglia floreal/fruttata con 0,0000 mollezze e tannini, come si dice, setosi, e virilizzanti (i tannini sono maschi?). Era un vino vero (finalmente un qualcosa che definiva il concetto, l'esempio fatto vino), pulito e gourmande e complesso (odori e sapori cangianti) e semplice (ogni elemento conteneva la spiegazione in se stesso e nulla da aggiungere). Era un incontro tra te e semplicemente l'uva. Era un vino che ti passava in bocca, ti lobotomizzava riguardo ogni esperienza passata, ti riformattava il cervello e poi se ne andava bello e tranquillo giù per la gola lasciandoti un enorme appetito e un "Ancora, ancora!" e una ricerca spasmodica del quantitativo necessario per un consumo giornaliero nei successivi 20 anni (Nota 2).
Insomma, era un vino molto buono.


La Mémé 2010 (ora Vin De Table) è meno buona. Molto meno buona. Perché, come nella 2009 (e, in parte, nella 2008), almeno un paio di elementi sono andati sopra le righe. Prima di tutto la maturità percepita. Quell'equilibrio maturità/frutto si è rotto. La maturità ha scavallato un confine e si è portata verso il bruciato, verso la surmaturazione, verso quelle sensazioni da uva cotta e, di conseguenza, verso una dolcezza caramellosa (di sicuro non un fattore primario per la beva). In secondo luogo, il legno. Non preponderante, non massiccio. Ma c'è. Si avverte e incupisce il quadro generale. E fatica ad andare via. Qualcosa si pulisce col passare delle ore, si fonde maggiormente col frutto. Ma il suo timbro, per quanto alleggerito, non sparisce. E sotto questi due elementi (surmaturità e legno), i dominanti dello stile Gramenon, (florealità e surplace) rimangono invischiati, vengono annacquati e imbastarditi. Sono ancora lì ma resi grevi. Attendiamo i 2011. Attendiamo la loro liberazione. Per ora, 89/100.




Nota 1: tralasciando (o implicitando nei ragionamenti) la questione relativa ai cambiamenti intrinsechi del degustatore (io) e il suo invecchiamento e/o cambiamento di gusto e/o nostalgia verso vini che ne hanno segnato il percorso gustativo (come, appunto, i 2004 di Gramenon).
Nota 2: continuando negli imbarazzanti paragoni vino/donne (questo davvero un campo minato), era come fare sesso travolgente  con miss X (mettete chi volete) che poi ringrazia e ti saluta e tu vorresti incatenarla da qualche parte e sposarla e costringerla a rimanere con te per sempre.