venerdì 3 maggio 2013

EUROPA 2013


Ero lì che stavo editando e meditando su quel Rave continuo che sono stati Villa Favorita, Cerea, Sorgente del Vino (e, prossimamente, Albana Dei e Vini Ad Arte e Enodissidenze, tanto per dirne alcuni a cui parteciperò) e stavo letteralmente scrivendo come, andando per sommi capi e ragionando un po' con l'accetta, nel complesso degli anta-mila assaggi effettuati, in quel Giochi Senza Frontiere che passa dalla Spagna alla Slovenia alla Germania all'Austria alla Georgia alla Francia etc etc e che a volte appare più come un Risiko inkazzoso, stavo scrivendo di getto come nella finalissima dei miei pensieri Italia batte Francia 2 a 0.
Questo perché nel vortice ebefrenico di quelle fiere, spesse volte i francesi erano vini affascinanti ma anche problematici (nota 1), giocati molto sulle acidità e le ossidazioni oppure su legnosità scorbutiche. Con le dovute eccezioni, certo. Ogni tanto se ne incontrava uno veramente buono. Ma per uno buono ce n'erano il triplo tra gli italiani. Andavi da Collecapretta e poi da Dario Princic (signori, qualsiasi cosa produce quest'uomo, è un nettare) e poi da Le Coste (Litrozzo Bianco 2012 è ormai una sicurezza) e poi da Eugenio Rosi e poi da tutti i friulani e se potevi abbracciare una regione l'avresti fatto. E poi e poi.
E poi i francesi e la mineralità e le acidità che spaccano il palato (credo sia spesso inteso come complimento) e ogni tanto uno buonissimo (beh si, gli Chenin e i Pineau d'Aunis di Jean-Pierre Robinot sono a prova di cretino).
E a smontarmi il giocattolino che mi sono costruito, a battermi sulle spalle e a dirmi: "Ehi, ciccio, non è bello fare certe divisioni perché adesso siamo nel 2013 e siamo tutti europei e bla bla bla... Però intanto bevi questo e canta la Marsigliese con me."



E ho cantato e mi sono, metaforicamente, inginocchiato di fronte al Crozes Hermitage Foufoune 2011 de Les Champs Libres.
Che è un progetto di René-Jean Dard (uno dei due supereroi)e Hervé Souhaut (l'uomo dietro il Domaine Romaneaux-Destezet, e se trovate dei loro vini, fidatevi, fatene scorta).
Questo Syrah al 100% è vinificato con uve di amici, colleghi della zona, secondo la filosofia dei due: niente diraspatura, lunga macerazione, veloce passaggio in botti vecchie e una leggera solfatura all'imbottigliamento.
E tappo nero sintetico. E tappo che, appena stappato e imbevuto di vino, sembra una caramella ai frutti neri. Credo di avergli dato anche un morso.
E il colore è una massa violacea, impenetrabile (inscalfibile quasi). Che esplode al naso in una delle ceste di frutta più appetitose mai capitate, un naso irrealmente definito eppure non costruito, niente mollezze e svasature. Un naso così dolce al primo atto dell'inspirazione e subito bilanciato dall'amarognolo alla fine. Un naso così superbo da temere per la bocca. Da temere che non ne sia all'altezza.
Prendete la descrizione di sopra, fate un copia/incolla e sostituite naso con bocca. Identiche sensazioni. 11,5° che potrebbe essere un titolo messo a caso. Perché l'alcool è si quasi inavvertito ma veicola, rilassa e addolcisce la tannicità setosa. Un tatto non massiccio ma appagante. Davvero, appagante. Un vin de soif totale come non se ne fanno (quasi) in Italia. Ma se ne fanno in Europa.
95/100

Nota 1: un esempio sono i vini di Domaine Labet: ossidativi nelle intenzioni e, ancor più, nei fatti, vini che tendono agli sherry secchi, che giocano sull'acidità e il frutto spremuto ed estenuato, su consistenze minime; quindi tesi nel bicchiere e tesi nel cercare l'amante del genere, la persona che ami in particolare modo certe sensazioni. Affascinanti, quindi, nell'uscire dai parametri normali, alla ricerca di un equilibrio sul filo del rasoio. Affascinanti ma lontani da un'idea di godibilità sensoriale. 

lunedì 25 marzo 2013

CAMERA OSCURA



Sto a Gusto Nudo e piove e in questo spazio autogestito che sembra a metà tra un casermone post-bombardamento e la Zion di Matrix (e 100 metri più in là c'è lo sciccosissimo ristorante di Marcello Leoni e davvero il mondo è tutto un Matrix) e fa un freddo riassumibile nella locuzione idiomatica Da Cani e sto vagolando pallido e assorto e confuso e felice e mi fermo da Giovanni Montisci e faccio "Ajò" e lui fa "Ajò".
E mentre sull'Ipad del Montisci scorrono immagini dello scannamento di un maiale con relativo confronto dialettico con un signore emiliano sulle tecniche di lavorazione del porco (il che aggiunge ulteriori suggestioni alla location spazio/mattatoio/cybercittà), inizio a bere i suoi Cannonau e, particolare, il Barrosu 2009 e se i pensieri fossero nuvolette dei fumetti in pop-up apparirebbe 
decodificabile in un "Discreto ma sfaldato, sfibrato" e allora si va avanti e il freddo che da Da Cani è, nel frattempo, passato a Da Bestia formando nuvolette di condensa dalle bocche così ironicamente simili a nuvolette dei fumetti e c'è il Barrosu Riserva 2010 ed è come se la fotografia prendesse forma, divenisse meno sfuocata, è come stare nella camera oscura e assistere allo sviluppo di una foto e vedere come acquista consistenza nell'arco dei minuti, vedere l'immagine definirsi e delinearsi e tutto a un tratto "BUM!", eccola e l'effetto è
ed è un mezzo capolavoro se non un capolavoro intero perché se lo riconosci (un capolavoro) lo devi dire anche solo a te stesso.
E la foto che racchiude un mondo eppure inquadra una stanza, che parte da una stanza (una singola vigna a Mamoiada) e ti apre una finestra verso il mondo e la finestra diventa un cannocchiale per vedere meglio il mondo, è il Barrosu Riserva Franzisca 2010 e Giovanni Montisci è il nostro Luigi Ghirri o il nostro Morpheus della pillola d'oro.
Ajò, Giovanni.

P.S.: Ops, dimenticavo anche una prosaica descrizione del vino.
Eccola qua.
Colore non fitto (i sardi continuano a dire a noi testoni di continentali che il Cannonau non dà vini colorati), tendente al caramello, leggermente velato.
Naso che chiude molti cerchi (l'oriente speziato e la terrosità di Panevino; la fragranza fruttosa di Gramenon; qualcosa di dolce sottospirito) e cambia nel tempo senza perdere saldezza.
In bocca è come una rete a strascico a maglie strettissime, un rete che si apre e ti lascia assaporare tutto quello che ha raccolto, i suoi 16° che non bruciano (l'alcool a Mamoiada è di una qualità diversa dalla nostra?) ma addolciscono, la sua acidità che ti allunga la materia, il delicato amaro di tannini che ci-sono/non-ci-sono, e frutta e spezie che fanno festa nella tua bocca ma al centro della festa ci sei sempre TU.
Un vino che ha potenza e complessità ed equilibrio.
Onore alla manina (?) fatata di Giovanni Montisci: 94/100.




mercoledì 13 marzo 2013

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE LONTANO (ovvero, quando non hai un buon titolo, rubalo)



Buongiorno.

Perché siamo qui? Qual è il senso di tutto questo? Chi siamo noi? 
Le grandi domande dell'umanità applicate alla carboneria bloggettara.
Domande a cui, vien da sé, non è possibile rispondere ma solo macerarsi in pseudo-risposte che generano altre domande e così via, una cavalcata selvaggia nei terreni paludosi dei dubbi e dei se e dei ma.
Vabbè. 
Per favorire una più agevole lettura di questo post, avendo della discreta carne sul fuoco e non volendo procurare un'indigestione al lettore, sono stati inseriti dei chiari segni grafici (grassetto rosso) corrispondenti ai diversi settori tematici, cosicché ognuno può saltare bellamente da uno all'altro e/o andare direttamente al settore riguardante la degustazione di un vino (settore che, lo dico subito, è in fondo al post).
Eccola riassunta qui:
1- Riflessioni sparse su internet e la critica enologica;
2- Una piccola rubrica che verrà aggiornata periodicamente;
3- Scheda degustativa di un vino.
Cominciamo.


1-RIFLESSIONI SPARSE

La mia routine giornaliera riserva mediamente un paio d'ore davanti al PC. Ci scrivo, sfoglio le news, commento a voce alta le cose che mi piacciono e (più) quelle che non mi piacciono, guardo video, ascolto musica, faccio qualche solitario. E, soprattutto, leggo di vino. Blog, fanzine, siti, socialqualcosa (poco Facebook, più Twitter, qualche foto su Instagram, Google+ quasi non pervenuto ma ci sta provando). Mi sono costruito il mio percorso, una rassegna stampa on-line fatta di alcuni punti fermi, di contenitori (cioè, i siti, blog, etc...) capaci di porsi, nella mia visione, con una certa autorità critica nei confronti del mondo del vino. Autorità che deriva da diversi fattori: serietà/affidabilità, un certo riscontro nella descrizione e valutazione che mi porti ad aver fiducia nei consigli per gli assaggi fidelizzandomi verso un degustatore.
Fin qui i meccanismi di selezione segnano, in maniera ampia, un passaggio cartaceo/digitale breve e indolore: se prima, ecco un macro-esempio, ci si metteva a cercare i 100/100 di Robert Parker (der Tufello o meno) anche solo per poter poi dire che il sig. Parker era un misto tra un gran minchione e Dart Fener, adesso cerco le faccine sorridenti () di mister X sui vari social/blog. E sono felice e, a tratti, malinconico. 
La svolta, il vero cambiamento sta altrove. Sono cose che si sanno: la Rete arriva subito sulla notizia e l'addenta; la Rete offre una malloppata di informazioni che manco un'enciclopedia; sulla Rete possiamo uscire dai canoni informativi usuali e paludati per costruirci ogni qualsivoglia idea su ogni qualsivoglia cosa; da una ricerca in Rete possiamo uscirne con la lucidità di una sbornia da Mescal e grat-grat sulla testa come a dire "Sono più confuso di prima". Oppure possiamo finalmente ritrovarci immersi nel tepore amniotico della sua rizomaticità; sulla Rete trovi un tizio che ha aperto un blog e ha bevuto quel Grignolino fatto in 200 bottiglie che hai trovato per puro miracolo in un'enoteca-fantasma e puoi andare di chat o instant messagging o di ☻ e chiedergli (al tizio) come diavolo è (il Grignolino); sulla Rete c'è un sacco di porno gratis.
Perché Internet è anche un bambino affetto di ADHD, che smonta tutto quello che trova e poi lo butta in un angolo. Frulla (quasi) ogni principio di autorità, ride in faccia a chi non si presenta nel modo giusto (ad esempio certi giornalisti che si muovono con la grazia di un elefante in quella cristalleria che è internet). 
Internet (non sempre ma spesso) è come un innaffiatore da bonsai in cui tutte le idee vengono atomizzate e spruzzate per poi riaddensarsi in una superficie scivolosa sperando che in qualche modo gli faccia bene
Internet è anche (e quindi) un convegno, un dibattito pubblico senza moderatori in cui ognuno (conseguentemente) può dire quello che vuole e gli unici modi per farsi ascoltare un minimo sono o alzare la voce e/o fare gesti inconsulti, oppure essere cristallinamente chiaro e profondo, argomentare in forme e contenuti nel tentativo di farsi una reputazione.
La reputazione su internet ho l'impressione che vada per sottrazione.
Non ci sono molti modi per costruirsi una autorevolezza (concetto che in Rete tende a dilatarsi fino ad assumere le caratteristiche dell'apparizione della Madonna, non la cantante): bisogna assaggiare tanto, possibilmente alla cieca; bisogna adottare dei criteri di valutazione e questi criteri palesarli (nota 1); bisogna tradurre le informazioni che sono nel tuo cervelletto e nelle tue papille in uno stile comprensibile e, possibilmente, bello; e bisogna mantenere una linea o spiegare perché e in che modo si sta cambiando linea.

E, certo, su internet bisogna essere brevi.

Bisogna bere tanto. Lapalisse. E bisogna bere bene. Nel modo giusto. Bene che significa qualità non solo nel bicchiere ma in tutta una serie di atti. Ad esempio, ogni tanto (almeno ogni tanto) bere alla cieca, mischiare tipologie e zone, buttare nel carrozzone coperto bocce da 10 e 100 euri, farsi della sana palestra dove le etichette non contano ma ci sei solo tu e un liquido (e di miti e mitologie enologiche ne cadranno a vagonate) Costruirsi una ferrea capacità tecnica di ascolto di un vino, ossia la corretta interpretazione del liquido in ogni sua componente (acidità, dolcezza, tannino, etc etc) che pare banale ma non lo è, che costituirà la base per comunicare con il resto del mondo quello che vogliamo sapere: "Come diavolo è quel vino?"
Ecco, la critica nell'era 2.0 tende a smontare il giocattolo, tende a togliersi ogni paludata divisa e a mettersi "un jeans e una maglietta" (cit.) e a buttarla sull'emozione, sul take it easy, sul fatto che il vino è in fondo solo un alimento incartato di poesia, una bevanda certo benedetta dagli dei ma che deve solo renderci felici una sera a cena e si, vogliamo tutti essere felici a cena con un bel bicchiere di vino, ma ogni tanto mi manca qualcuno che rompa le balle e tiri fuori un po' di critica, anzi, Critica, e inizi a fare paragoni, a spiegare, a dare voti. Qualcuno che mi schiarisca di più le idee. Qualcuno che viva si il vino come alimento e piacere ma che non si senta da questo sollevato da compiti di giudizio, da una serrata e attenta catalogazione di ciò ha bevuto nella sua vita, uno il cui database sia costantemente aggiornato e decriptato (ossia, che sia intellegibile nei giudizi e dotato di stile) e donato alla pubblica utilità. Ogni tanto mi manca una guida Guida.

Mai pensavo che l'avrei detto.

Nota non messa tra le Note in fondo perché sta meglio qui: Un esempio di quello che è un tipo di degustazione 2.0 (ovvero, Fuga Dal Giudizio) può essere ritrovato nella breve ricostruzione di un evento immaginario ma che assomiglia a decine di eventi reali. Di solito succede questo: degli appassionati/blogger decidono di imbastire una degustazione a tema Cippalippa (Sangiovese o sud della Francia o bollicine-in-ogni-sua-forma o quello che volete voi) e, volendo, di intitolare tale degustazione #cippalippa (in cui l'hashtag trasmette bene l'idea di degustazione dal basso, informale e appassionata); meritoriamente e instancabilmente ci si butta in un sacco di assaggi, di visite in cantina, di confronti coi produttori, di scremature dei prodotti (tutto questo processo è postato live sui social, specie Twitter che ben si sposa coi postaggi veloci e informativi); decidono data e location (qualcuno mi fulmini se uso ancora questo termine), fanno circolare gli inviti (tutto può essere molto aperto e libero oppure riservato agli effettivi invitati); molti blogger (sono loro, naturalmente, i primi soggetti ricercati e/o interessati) rispondono contenti, è una bella occasione per incontrarsi, bere e scambiarsi opinioni (Cristo santo, ogni tanto ci si dovrà vedere pure e bere insieme per capire chi è dall'altra parte della tastiera); l'evento ha luogo e pare con ottimi risultati; in tanti ne scrivono; e, nella pletora di complimenti e pacche sulle spalle, accade che uno scrive e ringrazia tutti e dice che però (c'è un però) i vini mica gli sono piaciuti tanto e spiega (molto velocemente in verità) perché non gli sono piaciuti e qualcuno interviene per dire che i gusti son gusti ma che forse certi giudizi tranchant mica vanno tanto bene e che lui, dopotutto, ha compreso poco della natura di quei vini e dell'Evento e della Natura in generale (probabilmente il sottotesto è "Non capisci un cazzo di vino") e che manco rispetta i produttori e il loro lavoro e che quella era solo una festa e non c'era bisogno di dare giudizi negativi, e l'altro gli risponde che la sua è solo un'opinione e poi giù di lì precisazioni e mezzi insulti che vanno dal leggero al pesante e si nasa un secondo sottotesto più confuso che, probabilmente, deriva da scazzi precedenti e antipatie ai limiti della riunione condominiale (e il Condominio, nel senso claustrofobico e sociale, è spesso la reale dimensione della frammentazione di interessi e di gruppi del web).
E in mezzo a discussioni sui concetti e i sistemi eco/bio/contadino/naturale/artigiano/industriale/nosolfito/noTav(ernello), si continua a pensare (cioè, io o qualunque disgraziato che passa di lì) "Vi prego, ma com'erano 'ste Cippalippa nel bicchiere?" e a chiedersi se il Cippalippa di Mr.X avesse davvero una volatile da trapanare il lobo frontale e se quella di Mr.Y fosse un Dead Wine Walking (=ossidata oltre ogni limite).
E toccherà comprarle tutte e farci le analisi. Senza berle. Fine Nota.

E ogni tanto incontri qualche enologo che ti riporta nel lato scuro della forza (che magari è il lato grigio o biancastro) e assaggia con te dei vini che ti piacciono tanto, che ti emozionano (per inciso, che continuano ad emozionarti), e allora inizia a smontare tutto per davvero e parte con un elenco serrato dei difetti che vanno dalla volatile, al brett, al residuo zuccherino, all'ossidazione, all'evidente e puerile incapacità di vinificare seriamente e tu cerchi di ribattere che, in fondo, qualche imprecisione va perdonata quando si arriva a tali livelli di profondità, di ampiezza, a tali sovversioni del gusto (si, cerchi pure di usare dei paroloni per impressionare anche se non impressioni nessuno, ragazzino), finché non crolli e dici "Basta, pietà" e ti autoflagelli con uno di quei Traminer precisi precisi e lievitosi e tecnicamente ineccepibili e emotivamente quasi nulli (nota 2).

Ma, alla fine, cosa viene fuori da tutto questo bere come se non ci fosse un domani? Quali linee generali troviamo nell'ultimo anno di assaggi, considerato che siamo solo dei bruti assetati di vini e di emozioni?
Conferme, scoperte, passi indietro. Qualcosa che va bene a tutti (?) e qualcosa solo per pochi, per noi (nota 3). Anzi. Vado oltre la nota 3 (rendendola di fatto quasi pleonastica) e dico che la media complessiva dei vini delle cantine si alzata di un grado, si sta mettendo su esperienza in cantina e in campo, ergo vini migliori, a volte anche più precisi rimanendo caratterialmente forti, gustativamente sfaccettati. Si avvertono il peso delle uve (se ne avvertono i sapori e le consistenze) e le mani lievi dei vignaioli. Si assaggia tanta roba buona e roba che arriva al cuore e al palato. Siamo giunti (quasi) alla democratizzazione di certi sapori. Possiamo prendere un qualsiasi Uomo Della Strada e sbatterlo tra i banchetti di Agazzano o Bologna o Cerea ed essere (quasi) certi che si divertirà e non farà facce storte (quasi mai). Possiamo (quasi) smettere di tramandare la Leggenda Delle Puzze e Volatili. Siamo lì lì per dire che l'uomo nero non esiste più. Che esiste il fascino e la precisione (così come la fascinazione e la noia) e sono due concetti che spesso possono coincidere e ognuno gli dia il peso che vuole. La viticultura artigianal/naturale/bioqualcosa ha fatto irruzione nel web (o forse solo nel nostro condominio di bevitori compulsivi), ha scoperchiato un patrimonio di sapori e odori e in tanti ci sono caduti dentro e ora vagano come Obelix alla ricerca di quella pozione.  Un muro sta crollando (quasi) ed è ora di finirla di mettere paletti e distinguo. Sgombriamo il campo, iniziamo il 3° tempo e beviamoci tutti sopra. Il divertimento sta per cominciare.

2- RUBRICA 

E qui mi viene in mente una rubrica che vorrei aprire, che forse aprirò. 
Che sto aprendo.

DIZIONARIO DEI LUOGHI COMUNI ENOICI:

Infanticidio: solitamente associato a vini che ci incutono timore e/o non sappiamo giudicare e/o non vogliamo giudicare. Modo d'uso: bere un vino, roteare gli occhi e scuotere il capo e affermare con faccia seria che è stato un infanticidio berlo a questa età (del vino o del bevitore). Poi attendere 15 anni prima di riberlo ancora (possibilmente segnando la data su Google Calendar).

3- SCHEDA DEGUSTATIVA (era ora)

Non ci giriamo attorno. E' così e basta. Se i vostri sensi non sono stati presi, schiacciati, brutalizzati e buttati nel cesso, lo capirete da soli. Questo è uno dei vini dell'anno, uno dei monumenti all'enologia etnea, siciliana, italiana, (ergo) mondiale. Un frutto di terra+mano italo/belga (e qui avrete già capito qualcosa)+anfora.

CONTADINO 9 2011 di Frank Cornelissen.


Si è già parlato di lui in queste pagine (qui e qui) ed è impossibile non riparlarne. Impossibile perché la schiettezza di questo vino è quasi imbarazzante. E' diretto, preciso, sincero; è l'amico o il conoscente o anche lo sconosciuto incontrato occasionalmente che ti dice le cose come stanno, senza giri di parola e senza aggressività, ti guarda negli occhi e, di colpo, ti chiarisce quel gran marasma che avevi dentro e ti indica la via da seguire, la tua via epperò una via che pare universale e naturale, ti scioglie i nodi del dubbio e ti dice: "Calmo, va tutto bene."
Contadino 9 è un vino che dovrebbe girare col grado alcolico coperto tipo gratta-e-vinci, prima bevi poi tiri a indovinare poi scopri che sono 15° e poi riscopri (finalmente) che i gradi non sono mai un problema in sé ma sono un problema se percepiti (cioè se manca l'equilibrio).
Questo vino, questo mix di uve etnee bianche e nere, è rubino  chiaro lampeggiante, è una cesta di frutta e spezie con la terra ancora attaccata, è dolce e rinfrescante e tuttotondo ma non scivoloso. 
Questo vino ti rimane attaccato come una cozza anche il giorno dopo e quello dopo ancora.
Questo vino è un isolante contro i clamori del mondo cattivo e un amplificatore dei clamori benefici del proprio io. Questo vino è in simbiosi col Mondo e dentro quel Mondo ci sei anche te.
Questo vino è buono senza buonismi e rende più buoni.
Direttamente, precisamente, sinceramente: 95/100.






Nota 1: Credo ancora che la semplicità del sistema maroniano sia valido, avendo cura di bilanciare secondo il proprio gusto i 3 parametri, magari toglierne anche uno, insomma, separando l'uomo Luca Maroni (e le sue attuali imbarazzanti guide) dal Metodo. E se qualcuno mi vuole insultare nei commenti sono pronto ad indossare metaforicamente i guantoni e a discuterne apertamente.
Nota 2: dico Traminer perché questo tipo di episodio mi è capitato diverse volte ma in particolare e reiteratamente con qualche enologo alto-atesino che, imperturbabilmente e metaforicamente, sembrava prendere a bacchettate nelle dita il responsabile del vino che aveva di fronte, solitamente iniziando con un "Zi, bvuono, però..."
Nota 3cioè, ora più che mai quel "per noi" ha un significato, per noi che sta per ognuno di noi e sottintende come si sia vicini al grado zero della critica enologica, alla frantumazione dell'opinione, all'uccisione (simbolica) di tutti i santi e santini e santoni, della messa in discussione e relative crepe sulle statuarie figure autorevoli che così diventano un po' meno autorevoli (va bene Cernilli, però...; va bene Masnaghetti, però...; va bene Slowine, però...); dell'opinione che così diventa qualcosa in mezzo, tra la quasi autorevolezza, tra la segnalazione e la pruriginosa curiosità ("Guarda quel blogger, dice che quel vino è buono... mah, assaggiamolo..."), argomenti da liquidare in qualche riga nei forum e ognuno dalla sua parte della barricata a darsi di gomito (vinigrassi contro vinimagri, acidità si o no, Piemonte contro il resto del mondo, Toscana contro il resto del mondo, Champagne e basta,...); e, alla fine, X milioni di consumatori con X milioni di opinioni che da qualche parte si sfiorano.
E naturalmente il relativismo descritto qui è frutto di un particolare punto di vista, di un punto di osservazione che sarebbe completamente diverso se fossi, chessò, polacco o francese o americano e leggessi ancora le guide e ci credessi profondamente e andassi alla caccia di tutti i 100/100 di Parker; il che rende tutto discretamente ironico innescando un relativismo del relativismo del relativismo. 

sabato 11 febbraio 2012

MOMPRACEM


E' quasi inutile spiegare in cosa consista il concetto di Fascino dell'Esotico (e di una sua sottoforma degradata che è riassumibile col detto "L'erba del vicino è sempre la più verde"), essendo questa fascinazione verso ciò che ci è lontano e sfumato (e, come dire, tra/sognato), un sentire comune, un richiamo verso luoghi cari al National Geographic della nostra mente. Luoghi reali o irreali.
Capita spesso di sognare questi luoghi e di scriverne come un qualsiasi Salgari (il quale, si sa, descriveva Mompracem in mutande e ciabatte dal salotto di casa sua) e la cosa è ancor più accentuata quando si ha tra le mani un oggetto/feticcio che ti linka lì, tra le giungle sud-asiatiche o tra i cru della Francia verso quegli chateau o garage su cui si magnifica toccando lo schermo del proprio PC o un Atlante Mondiale Dei Vini.
E' quasi ridondante descrivere come ogni bottiglia, che sia un Carmenere cileno o un Pineau d'Aunis della Loira, rimandi alla velocità di un protone al CERN verso quelle terre, quella gente, scateni un misto di gioia e malinconia per tutti i vigneti non visitati e i viticoltori non abbracciati (anche una stretta di mano può bastare). Ma è proprio lì, in quell'oggetto/feticcio che è la bottiglia che, in qualche modo, avviene un contatto, il vetro diventa uno Stargate e pare di essere tutti più vicini e, alla fine della bottiglia, tutti più ubriachi e felici, pare di poter fare, di avere fatto il giro del mondo.
Eppoi c'è la realtà a portata di mano, i luoghi o le persone incontrate e visitate, a portata di poche ore o, addirittura, minuti, le cantine che diventano famiglia per te perché si aprono, ti accolgono, ti fanno toccare e assaggiare tutto e ti chiedono veramente cosa ne pensi, diventano Cantine Aperte 365 su 365 e quando si è fortunati ( e capita spesso, capita ovunque) e quando si è abbastanza lucidi e onesti da ammetterlo e da fregarsene delle scale di valore scritte su carta, questi luoghi diventano la tua Mompracem e ringrazi Dio di averne così vicini a casa. 
Perché la sottile linea rossa che unisce i 3 vini di cui vi parlerò oggi è proprio questa: l'esotico vs l'indigeno.
L'esotico inteso anche come immaginario, che è il sistema di collegamento quasi perfetto tra realtà diversissime. E' il formarsi di stratificazioni attorno ad un concetto o un oggetto, uno qualsiasi. Come prendere la parola India e, pur non essendoci mai stati, iniziare a riempirla di ogni filmato, racconto, frammento di foto, e impastare il tutto per bene sino ad ottenere qualcosa. Reale, irreale, semi-reale. L'immaginario che sta così bene col vino. L'immaginario che è pappa e ciccia con parole come Bordeaux, terroir, Champagne (si, i francesi la fanno da padrona in questa cosa). E che spesso si distrae e dimentica quello che è vicino, tangibilmente a portata di mano. Oppure lo deforma e lo ingigantisce per una sorta di orgoglio territoriale (nota 1). Ma una forza dell'immaginario è quella di ricrearsi quasi da solo i collegamenti tra l'esotico e il quotidiano, di crearsi, a volte, la propria Mompracem nel salotto di casa. E questo è ancor più vero col vino. 
Un'unica controindicazione: fare attenzione a non doparlo (l'immaginario) con dosi massicce di immaginazione (nota 2). Per il resto, facciamo volare la mente.
Il mio viaggio è iniziato con questo 
Che è il Faugeres Cuvée Jadis 2008. E la fa Leon Barral che è un  pasdaran del vino naturale, lavora in Linguadoca e qui ci mette Carignan e Syrah e un po' di Grenache. Il fatto è che me ne parlò Gian Marco Antonuzi de Le Coste. Ci aveva lavorato e stava per mettere la mano sul fornello giurando sulla qualità di quelle uve, sulla totale onestà produttiva del produttore, sulla straordinarietà di quel connubio. Andava assaggiato. E dall'annata 2005 ho iniziato a comprarlo. E la 2008 fa il botto. Perché se l'inverno vi ha felpato i sensi e ficcato la testa sotto un metro di neve, questo vi riporterà ad una primavera perenne. Una primavera di frutti rossi, di fiori, di sottobosco. Un vino sudista, senza prepotenze alcoliche o durezze iper-legnose. Un vino nella categoria Croccante, dalla grande beva, cangiante per tutto il tempo della sua apertura senza virare all'ossidato. Un vino che mi ha ricordato il Montepulciano d'Abruzzo 2008 di Pepe. E che in altre annate mi aveva ricordato un altro vino, specie nell'annata (appunto) 2005 che proprio sembravano parenti stretti. 

E quest'altro vino è la seconda tappa del viaggio che 
porta dritti dritti a qui 
SettePievi 2005 di Vigne Dei Boschi. E lo fanno Paolo e Katia Babini a Brisighella e sono naturali loro e i loro vini, e qui ci mettono soprattutto Malbo e poi un po' di Cabernet e Merlot. Grandi bianchisti (l'Albana MonteRe  e il Riesling 16 Anime e il Sauvignon Borgo Casale, concedetegli un assaggio), ma il SettePievi è un vino del cuore. Un vino che con la 2003 sballò i parametri del sottoscritto riguardo Romagna, Malbo, bio-qualcosa. Potenza e controllo. La 2005 ha tutti i parametri spinti e coadiuvantisi: la consistenza che riempe la bocca, i tannini che amarizzano e irrobustiscono, l'alcool che addolcisce e riequilibria, il frutto maturo che accompagna. E note selvatiche e speziature e pura dinamica naso/bocca. Tutti i parametri che non si annullano ma giocano per la stessa squadra. Un vino da bottiglia finita, testa lucida, sguardo fiero verso la collina (brisighellese o languedociana che sia). 
Così come un altro rosso dei Babini getta lo sguardo oltre la collina, verso la Toscana. Il Sangiovese, il Poggio Tura. Verso la Toscana perché, nel bene e nel male, è lo specchio naturale per chi produce Sangiovese (nota 3). E questo ha portato da altre parti. Ad un rimbalzo tra zone.
Che è finito proprio qui
Lo so. Sono due vini. Ma sono due facce della stessa medaglia. Uno è il Sangiovese Superiore Riserva Monte Brullo 2007 di Costa Archi. L'altro è il Fontalloro 2007 di Felsina. Due Sangiovese (d'accordo, Monte Brullo ha un 3% di Ancellotta). Due idee sul vitigno applicate a terre diverse. Il Fontalloro che è un super-tuscan "atipico", concettualmente più alla ricerca della formula per produrre un vino da invecchiamento (sentite le parole di Mazzocolin, il gestore di Felsina, su cosa vuole e può essere questo vino). Il Monte Brullo che, invece, si inserisce in un'idea di super. A casa Costa Archi l'enologo è Gabriele Succi, che è anche il proprietario, viticoltore, cantiniere, commercialista, designer. A Felsina l'enologo è Franco Bernabei che segue decine di aziende in Italia (in Romagna, ad es, La Palazza). Il Montebrullo è un vino tanto. E' un vino potente, estrattivo, coloratissimo. Ma non pensate male (tanto=troppo). Qui la materia è in equilibrio. La maturità totale dell'uva ha le spalle per reggere tutto, il legno, l'alcool, l'acidità. Qui il frutto trova una canalizzazione poderosa ma non bruciante. Qui i fattori terra+annata+Succi hanno portato ad un blockbuster che teme pochi confronti nel genere. Il Fontalloro è un vino scorbutico. Cupo e amaro all'apertura. C'è un frutto ai limiti della terziarizzazione, affumicato dal legno. Ci sono tannini raschianti su livelli di consistenza non massimi. Epperò c'è l'uva. C'è della materia che fatica ad emergere dalla durezza generale, che inizia ad esprimersi, ad addolcire il tutto, solo dopo qualche tempo. La decadenza generale, quei rimandi all'humus e alla frutta cotta, diventa un motivo di fascino. La decadenza come chiave interpretativa del vigneto, il concetto che la durezza porterà la longevità, su una presunta o reale necessità di fare il vino così se vuole durare nel tempo. E tutto bloccato ad un passo dall'immediatezza espressiva. E un'altra variazione sul tema Sangiovese-In-Toscana. E un altro viaggio da fare.




Nota 1: questo orgoglio per ciò che è prodotto nella propria terra, è un sentimento che nel 90% dei casi non si applica al settore enologico romagnolo. Cioè, i produttori vanno molto spesso fieri di quello che fanno e cercano di scrollarsi di dosso quell'inferiority complex verso Toscana o Piemonte e la loro forza comunicativa; quello che si percepisce è, invece, una corsa ad handicap nel pubblico autoctono pronto ad amplificare ogni difetto nei suoi romagnoli e magari a magnificare tali difetti in Barbere e Baroli. La Storia, nel vino è spesso legata al concetto di esotico.
Nota 2: c'è una sterminata casistica riguardante il potere della mente che soverchia il potere dei propri sensi, il legare i sentori di un vino al territorio di provenienza e alle sue genti (come, ad esempio, il percepire lo iodio in vini provenienti da appezzamenti sul mare, o associare la forte tostatura di una barrique mischiata a forti acidità alla nota cupezza e ritrosia di certe popolazioni). E, ben inteso, non c'è nulla di male. 
Nota 3: e non la Super-Toscana guarda Babini. Più verso Montalcino o esempi come Pergole Torte. Vini più naturalmente misurati, sempre nei limiti del liso. Alla ricerca di un equilibrio in un'uva difficile come il Sangiovese.

mercoledì 1 febbraio 2012

RIEN NE VA PLUS: GRAMENON 2010

Chissà. Nella schizofrenica insensatezza di questa vita il cui muoversi, a volte, appare quello di una pallina schizzata a folle velocità in un flipper cosmico, potrebbe anche accadere (potrebbe) che fra 10, 20 anni le cose tornino com'erano e, nello specifico, che i vini di Domaine Gramenon tornino non dico ai livelli iperuranici delle cuvée 2004, ma perlomeno alla sofisticata rotondità dei 2006 o alla potenza turbo-fruttosa dei 2007.
E invece mi ritrovo a contare col pallottoliere da una parte le bottiglie e dall'altra le annate che, a conti fatti, risultano essere
3 
No, dico.
Tre.
III.
Ripeto, 3 annate che qualcosa nei vini di Madame Michelle Aubery-Laurent non va.
Intendiamoci. Nulla di drammatico, non si tratta di un crollo verticale né una sorta di contraffazione stilistica, non di un passaggio dall'eccellente allo schifo. I vini sono ancora molto buoni, costano sempre il giusto (dai 15 euro de La Sagesse ai 32 de La Mémé, ben inteso se acquistati in enoteche francesi senza balzelli da importatore e l'e-commerce, in questo senso, aiuta): insomma, danno ancora la loro soddisfazione. 
E' qualcosa di più sotterraneo, di qualcosa di legato alla cifra stilistica. Che poi tanto sotterranea non è (mi piace contraddirmi di riga in riga). E' qualcosa di simile ad uno smottamento del sapore. Hai due immagini della stessa area. Hai un prima e un dopo. Hai un confronto tra ciò che era e ciò che è. E' il "Trova le differenze" de La Settimana Enigmistica.
E per confrontare, partiamo dal prima (Nota 1).
Il Cotes-Du-Rhone La Mémé 2004, la Grenache ceppo-centenaria passata al volo in legno e commercializzata nella primavera 2005, era un'estasi di rotondità e ciccia, un'esplosiva bottiglia floreal/fruttata con 0,0000 mollezze e tannini, come si dice, setosi, e virilizzanti (i tannini sono maschi?). Era un vino vero (finalmente un qualcosa che definiva il concetto, l'esempio fatto vino), pulito e gourmande e complesso (odori e sapori cangianti) e semplice (ogni elemento conteneva la spiegazione in se stesso e nulla da aggiungere). Era un incontro tra te e semplicemente l'uva. Era un vino che ti passava in bocca, ti lobotomizzava riguardo ogni esperienza passata, ti riformattava il cervello e poi se ne andava bello e tranquillo giù per la gola lasciandoti un enorme appetito e un "Ancora, ancora!" e una ricerca spasmodica del quantitativo necessario per un consumo giornaliero nei successivi 20 anni (Nota 2).
Insomma, era un vino molto buono.


La Mémé 2010 (ora Vin De Table) è meno buona. Molto meno buona. Perché, come nella 2009 (e, in parte, nella 2008), almeno un paio di elementi sono andati sopra le righe. Prima di tutto la maturità percepita. Quell'equilibrio maturità/frutto si è rotto. La maturità ha scavallato un confine e si è portata verso il bruciato, verso la surmaturazione, verso quelle sensazioni da uva cotta e, di conseguenza, verso una dolcezza caramellosa (di sicuro non un fattore primario per la beva). In secondo luogo, il legno. Non preponderante, non massiccio. Ma c'è. Si avverte e incupisce il quadro generale. E fatica ad andare via. Qualcosa si pulisce col passare delle ore, si fonde maggiormente col frutto. Ma il suo timbro, per quanto alleggerito, non sparisce. E sotto questi due elementi (surmaturità e legno), i dominanti dello stile Gramenon, (florealità e surplace) rimangono invischiati, vengono annacquati e imbastarditi. Sono ancora lì ma resi grevi. Attendiamo i 2011. Attendiamo la loro liberazione. Per ora, 89/100.




Nota 1: tralasciando (o implicitando nei ragionamenti) la questione relativa ai cambiamenti intrinsechi del degustatore (io) e il suo invecchiamento e/o cambiamento di gusto e/o nostalgia verso vini che ne hanno segnato il percorso gustativo (come, appunto, i 2004 di Gramenon).
Nota 2: continuando negli imbarazzanti paragoni vino/donne (questo davvero un campo minato), era come fare sesso travolgente  con miss X (mettete chi volete) che poi ringrazia e ti saluta e tu vorresti incatenarla da qualche parte e sposarla e costringerla a rimanere con te per sempre.

martedì 24 gennaio 2012

RADIKON. 2005. (PIUTTOSTO). STANKO.


Stanislao (Stanko) Radikon sta nel Collio. Dal 1980 fa vini. Dal 1995 ha smesso di usare prodotti chimici. Dal 1999 ha smesso di usare la solforosa in alcuni vini. Dal 2002 in tutti i vini. E' un capostipite delle lunghe macerazioni nei vini bianchi. Cioè, no, perché 'sta cosa la facevano già i nostri nonni. 
Stanko Radikon nel 2009 fece una serata da Noè a Faenza. Portò i suoi 2004. Spiegò la sua filosofia produttiva. Parlò di macerazioni tentate fino ai 9 mesi per poi assestarsi sui 3/4. Parlò di solfiti, di formati di bottiglia (mezzo litro e litro per ottimizzare il contatto aria/vino), di plance di sughero (che diventano mini-tappi in quelle bottiglie a garanzia di maggiore qualità), di territorio. Schiantò la platea con un succo d'uva come l'Oslavje (l'uvaggio Pinot Grigio, Sauvignon, Chardonnay), abbagliò i presenti col Jakot (il Tocai o Friulano) e la Ribolla Gialla. Creò dipendenza in qualcuno.
Stanko Radikon è questo (lode ai video e ai siti ben fatti).
I vini di Radikon possono essere diverse cose. A volte buonissimi, altre volte interlocutori. Ogni annata col suo campione. Fino al 2004. Dove tutto era buonissimo e dove l'Oslavje lo era di più. Un fuori categoria, uno straccia-etichette (bianco? macerato? friulano? No, Vino). Costringendo ad entrare sempre più nel bicchiere di questo Paròn del vino, a cercare le altre annate, a tentare di ricostruirne il percorso.
Poi l'annata successiva che tardava ad uscire. 
Stanko Radikon che saltava VinoVinoVino 2011 per andare al Vinitaly.
Un fugace assaggio del Jakot 2005 che qualche perplessità ha lasciato perché discreto, ma discreto con Radikon non basta.
E, alla fine, l'avvistamento, l'acquisto, l'apertura, la bevuta.


Oslavje 2005: questo orange fino al midollo ha un inizio cupo. Fatica ad esprimere le sfumature olfattive abituali. Il ventaglio rimane chiuso, niente speziature o variazioni sul tema uvosità. Un naso dritto, vagamente plastico. Pungente e duro. Poi qualcosa cede, ma sono solo crepe nel tannico/acido. Questa resa austera (dritta, impalata, formale) si specchia nella bocca. Verticale. Asciutta. Fredda. Poca dolcezza a tamponare. Questa resa problematica solo alla fine, dopo qualche ora, tende a sciogliersi, a lasciar intravedere quella assolutezza che, sappiamo, i vini di Radikon possono dare. Lascia intravedere qualcosa. Ma, per il momento, è troppo poco. Per il momento nella 2005 è pieno inverno. Uno di quegli inverni del Carso. Brrrrr... e 83/100.