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CAMERA OSCURA



Sto a Gusto Nudo e piove e in questo spazio autogestito che sembra a metà tra un casermone post-bombardamento e la Zion di Matrix (e 100 metri più in là c'è lo sciccosissimo ristorante di Marcello Leoni e davvero il mondo è tutto un Matrix) e fa un freddo riassumibile nella locuzione idiomatica Da Cani e sto vagolando pallido e assorto e confuso e felice e mi fermo da Giovanni Montisci e faccio "Ajò" e lui fa "Ajò".
E mentre sull'Ipad del Montisci scorrono immagini dello scannamento di un maiale con relativo confronto dialettico con un signore emiliano sulle tecniche di lavorazione del porco (il che aggiunge ulteriori suggestioni alla location spazio/mattatoio/cybercittà), inizio a bere i suoi Cannonau e, particolare, il Barrosu 2009 e se i pensieri fossero nuvolette dei fumetti in pop-up apparirebbe 
decodificabile in un "Discreto ma sfaldato, sfibrato" e allora si va avanti e il freddo che da Da Cani è, nel frattempo, passato a Da Bestia formando nuvolette di condensa dalle bocche così ironicamente simili a nuvolette dei fumetti e c'è il Barrosu Riserva 2010 ed è come se la fotografia prendesse forma, divenisse meno sfuocata, è come stare nella camera oscura e assistere allo sviluppo di una foto e vedere come acquista consistenza nell'arco dei minuti, vedere l'immagine definirsi e delinearsi e tutto a un tratto "BUM!", eccola e l'effetto è
ed è un mezzo capolavoro se non un capolavoro intero perché se lo riconosci (un capolavoro) lo devi dire anche solo a te stesso.
E la foto che racchiude un mondo eppure inquadra una stanza, che parte da una stanza (una singola vigna a Mamoiada) e ti apre una finestra verso il mondo e la finestra diventa un cannocchiale per vedere meglio il mondo, è il Barrosu Riserva Franzisca 2010 e Giovanni Montisci è il nostro Luigi Ghirri o il nostro Morpheus della pillola d'oro.
Ajò, Giovanni.

P.S.: Ops, dimenticavo anche una prosaica descrizione del vino.
Eccola qua.
Colore non fitto (i sardi continuano a dire a noi testoni di continentali che il Cannonau non dà vini colorati), tendente al caramello, leggermente velato.
Naso che chiude molti cerchi (l'oriente speziato e la terrosità di Panevino; la fragranza fruttosa di Gramenon; qualcosa di dolce sottospirito) e cambia nel tempo senza perdere saldezza.
In bocca è come una rete a strascico a maglie strettissime, un rete che si apre e ti lascia assaporare tutto quello che ha raccolto, i suoi 16° che non bruciano (l'alcool a Mamoiada è di una qualità diversa dalla nostra?) ma addolciscono, la sua acidità che ti allunga la materia, il delicato amaro di tannini che ci-sono/non-ci-sono, e frutta e spezie che fanno festa nella tua bocca ma al centro della festa ci sei sempre TU.
Un vino che ha potenza e complessità ed equilibrio.
Onore alla manina (?) fatata di Giovanni Montisci: 94/100.




Commenti

  1. Molto bello Eugenio, la dimostrazione che, ogni tanto, l'annata ha il suo peso.
    Ma faceva così tanto freddo là dentro ?

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    Risposte
    1. Guarda, sabato con giacchetta e maglioncino sembrava la Marcia dei Pinguini e il vino era tornato alla sua funzione primigenia: nutrire e scaldare. Lunedì mi sono vestito "a cipolla" (lana+lana+montone) e io stavo meglio ma i vini (specie rossi) soffrivano. In fondo nulla di veramente drammatico, andavano un po' scaldati a mano ma alla fine si percepivano (anche se molti produttori brontolavano mentre battevano i denti, a parte uno che aveva messo delle candele accanto alle bottiglie e, strano a dirsi, la cosa funzionava). Senza dubbio gli organizzatori non si potevano aspettare 3° esterni a fine marzo e che lo spazio interno si trasformasse in una specie di grotta Chauvet.
      Personalmente però la cosa ha fatto girare l'economia avendo acquistato le bottiglie che mi sembravano più interessanti da bere con calma a casa davanti al camino.
      E l'annata pesa e pure tanto se lavori in un certo modo, senza tentare di correggerla in cantina etc. E nello specifico di Montisci, è la prima volta che i suoi vini mi convincono appieno, i suoi 2010 hanno veramente una marcia in più, una saldezza ed equilibrio che non avevo ancora trovato. E a chiedergli se avesse cambiato qualcosa chessò, in vigna o in cantina, mi ha guardato con uno strano sguardo e ho ripensato al video del maiale e ho abbozzato.

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  2. Grandiosa davvero la riserva Franzisca. Condivido pienamente il riferimento a PaneVino ma soprattutto per quel qualcosa che ricorda Gramenon.

    Beh, il teatrino montato da Giovanni ed il bolognese (un suo caro amico) con tanto di video, è stato il valore aggiunto della giornata. E noi, illusi, che credevamo ci facesse vedere le immagini della preziosa vigna in Franzisca...

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  3. Lo "scannamentu du porceddu" era una roba tra un documentario di Mario Soldati e uno slasher movie e si incasella nei ricordi col reportage fotografico di qualche anno fa di un produttore croato a Villa Favorita sulla caccia ad un orso e la sua cattura e la sua dipartita cruenta.
    Ma uscendo dalla zona col bollino rosso, il Franzisca assaggiato in fiera e poi ribevuto con calma il giorno dopo, è veramente da quelle parti del gusto, una bottiglia che al tavolo finisce in poco tempo e innesca il meccanismo della ricerca frenetica. Peccato solo il prezzo, 25 € in fiera (che poi è quasi il prezzo alla ristorazione); nessuna polemica, se è il prezzo che ha stabilito Montisci va benissimo, peccato solo per me che ne vorrei delle casse e mi dovrò accontentare di qualche bottiglia.

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