lunedì 28 febbraio 2011

SFIDA TRA TREBBIANI: CRONACA E MOVIOLA (SOTTOTITOLO: LA NOIA)


"Cos'è il Trebbiano?"
Se fossi il discepolo di una qualche antichissima disciplina orientale e accanto avessi il mio sensei e se anche solo mi passasse per la testa l'insensata idea di porgli tale domanda, questo (il sensei) mi guarderebbe come se avesse di fronte una bestia immonda e/o un bambino deficiente, mi bacchetterebbe le dita con un ramo di giunco e mormorerebbe: "Domanda sbagliata".
E' chiaro che la sapienza la si raggiunge anche facendo le domande sbagliate e venendo corretti (a bastonate o meno). 
E allora, ancora feriti nell'orgoglio e nelle nocche, ci fermiamo un attimo a riflettere, ci mordicchiamo le labbra come i bambini che siamo, e tentiamo una riformulazione della domanda attraverso una serie di domande sparse atte a capirci lo straccio di qualche cosa: Quanti sono i Trebbiani? Cosa si può arrivare ad ottenere da un dato clone di Trebbiano in un dato posto (ovvero, the sky is the limit)? Cosa vuole fare chi tratta con l'uva Trebbiano? E, anche se questa domanda è figlia diretta di quella precedente, cosa ci si aspetta bevendo un Trebbiano (una lunghetta ma forse interessante nota 1)
Le risposte possono essere diverse:
-Boh.
-Dipende.
-Il meglio.
-Sopravvivere.
Nel nostro piccolo, in quel microcosmo chiamato Romagna-Imola-Anonimafornelli, si è tentato di dare una chiave di lettura per diradare la coltre dai nebbiosi dubbi e arrivare così ad intravedere la luce di una qualche risposta.
Che non è arrivata, è bene chiarirlo subito.
Perché forse aldilà delle nostre (mie) capacità. O perché la struttura della serata era più un "buttiamo 'sti trebbiani nell'arena e lasciamo che si scannino da soli". O perché l'eterogeneità delle bottiglie  e perché l'imprinting umano è parso schizofrenico. 
Allora, cos'è venuto fuori? 
Primariamente che è la manona dell'uomo a decidere, nel bene e nel male. In 8 bottiglie  un bel campionario di stili, di idee, di approcci riguardo questo vigneto (che, per dovere di cronaca, una profetico-disfattista Jancin Robinson definì "zavorra anonima" qualche anno fa).
E questa manona riesce, in certi casi, a far uscire il Trebbiano da sé, a farlo scattare verso qualcos'altro oltre l'immaginario (l'aspettativa) che si ha, tendenzialmente un immaginario di vini sottili, aspri e poco profumati. In mezzo ai 100 parametri che portano a formare un vino (dico a casaccio biotipo, terreni, annata, forme d'allevamento etc etc), è sempre l'uomo che interviene e compie delle scelte. Più o meno coerenti.
E a sentir parlare gli uomini dietro a queste scelte, qualcosa di più chiaro viene fuori, l'immaginario si riveste finalmente di fatti concreti, di atti compiuti da uomini per cercare di arrivare ad un dato prodotto. Uomini che spesso un progetto ce l'hanno e questo progetto, spesso, si ritrova nel bicchiere.
Sentir parlare Andrea Bragagni, dei suo terreni esposti a nord-est, della sua filosofia non-interventista, di un certo fatalismo sui suoi prodotti ("Io cerco di essere bravo e attento ma poi il vino segue un percorso tutto suo"). Oppure Pietro Bandini di Quinzan e delle origini della sua fattoria didattica e della scelta biologica che ne è diretta conseguenza. Oppure Stefano Bariani di Fondo San Giuseppe che parte dalla sua esperienza di degustatore e dal concetto di noia che può derivare da tale esperienza (nel caso ci fosse bisogno di una nota 2) e spiega come solo nella verità dell'uva e del territorio ci si può riscattare. 
Oppure sentire parlare i bicchieri. Qualcosa da dire l'avevano, eccome.


Come i 3 vini più semplici della serata: il Trebbiano di Romagna 2009 di Leone Conti,  il Mattinale 2009 di Ferrucci, il Floresco 2009 di La Berta. 3 zone diverse eppure 3 espressioni simili. 3 Trebbiani base dall'espressività quasi muta, onestamente tecnici e fedeli al pensiero dominante sul vitigno degli ultimi decenni: dimensione minima, scheletro acido, aromaticità appena accennata. Vini che puntano forse ad un mercato che chiede pochi svolazzi e prezzo contenuto. Basta non chiedergli altro.


A salire il Fragelso 2009 di Casetta Dei Frati. Azienda di Modigliana che punta molto sul Trebbiano, tanto da farne quasi il vino di punta (e un plus per il tappo a vite). C'è l'enologo (Francesco Bordini, molto attivo nel territorio), ma la sua mano in questo vino è abbastanza contenuta. E' un Trebbiano pulito, anche tecnico nella definizione aromatica, ma non privo di personalità. Paradigmatico negli odori (la mela verde con una lieve ossidazione, qualcosa di floreale) e con una bocca nervosa ma sostenuta da una discreta consistenza. Vino capace di una certa mutazione nella serata, di far intravedere un lavoro serio sulle uve. Però sempre troppo controllato. Ecco, un vino perfettino che avrebbe bisogno di sporcarsi le mani per avere quella marcia in più.


Poi il Bianco Di Castelraniero 2009 di Quinzan. Azienda sulle prime colline di Faenza passata al biologico dal 2001. "La personalità della tradizione": se volete un titolo, eccolo. Quindi, il Trebbiano trattato con molti elementi dal passato. Ricerca della massima maturità. Breve macerazione sulle bucce. Veloce passaggio in botte. Ed è un vino con del fascino. Colore di pigmentazione tendente allo scuro. Naso che da una sensazione verde (mallo di noce) poi cambia e muta, si inspessisce e vira verso il floreale e una dolcezza ossidativa non decadente. Leggera carbonica iniziale e poi assestamento verso una discreta bocca, anche leggermente tannica, con acidità e alcool che raggiungono un buon equilibrio. Sorpresa della serata.


E il Téra 2009 di Fondo San Giuseppe. A conferma dell'ottimo lavoro fatto da Bariani con Albana e Riesling, ecco una piccola chicca dal loro fratellino minore. Trattato come gli altri: zero chimica, zero solfiti. L'uva al centro di tutto, nel bene e nel male: questo il motto aziendale. E vino preciso senza essere ingessato, all'interno del varietale ma andando anche oltre. Bocca di acidità buona, quella che non viaggia da sola e ti crepa il palato ma è inserita e contestualizzata nel vino. Un vino che è un silent killer, che non si esalta in esibizioni muscolari ma lavora di fino, ti costringe a berne ancora attraverso l'eleganza fino a farti inconsapevolmente finire la boccia. Tutto il resto è gioia. 


Gheppio 2008 di Andrea Bragagni. Cos'altro aggiungere a quanto scritto qui? Niente. Qualcuno storce il naso per la volatile, qualcun'altro per gli aromi strani (quell'incenso, quell'oliva in salamoia, quella pepatura), perché è troppo. E a qualcun'altro scoppia una passione irrefrenabile e ne diviene dipendente. Si, forse Marilyn aveva lo strabismo di Venere e le ginocchia storte: ma io le volevo bene lo stesso. Per me numero 1 e poche storie.


Ed infine la bottiglia X, la fuori regione che doveva darci un confronto e tarare il gusto. Ovvero, Trebbiano Marina Cvetic 2007 di Masciarelli Che è entrato sbattendo la porta, ha fatto caciara tutta la sera e se è andato sgommando nel parcheggio. Insomma, c'entrava poco. Perché è un vino legno (tanto legno) che assomiglia ad altri 100 vini legno fatti con una qualsiasi uva. Perché era pieno di ciccia e glicerina, di aromi vanigliati e di zero fragranza. Perché ci ha fatti tornare indietro di 10 anni all'invasione-degli-chardonnay-barriquati-e-dei-lieviti-selezionati. Perché mica faceva schifo ma adesso posso non riberlo per un bel po'. Perché tutto questo è noia.


Nota 1: parrebbe quasi ridondante ribadire come le aspettative determinino quasi sempre le conclusioni critiche o, perlomeno, vadano ad incidere grandemente nel giudizio. Se, ad esempio, bevo un vino X che è un vino di una data tipologia e zona (ovviamente) oppure di un produttore di cui ho assaggiato quasi tutto, mi aspetto che questo vino X rimanga in tale range gustativo. Ma più mi aspetto certe cose, più è probabile che io stia andando col pilota automatico. Ed è probabile che gli schemi e le impostazioni automatiche della mia testa vadano ricalibrate. Ed è, ancora, probabile che incominci a fare confusione tra tradizione e territorio e innovazione e tecnologia (ossia, l'intervento dell'uomo), tra il modo in cui è stata trattata un'uva e il dove può arrivare tale uva. Ora. Mettiamo che il vino X sia un Sangiovese di Romagna. Romagna che ha una tradizione, certo, ma non così soverchiante come in altre zone. Eppure qualcuno si aspetta ancora che il Sangiovese sia chiaro e aspro e sottile e beverino (che è la somma dei tre fattori, credo). E allora tende a negare l'esistenza di vini scuri e concentrati, tende a resettarne mentalmente il gusto e a rigettarne la validità. Basta. Troppa roba. Troppo scuro. Troppo sapore. De gustibus e tutti a casa. L'aspettativa diventa una guerra di religione. Così, come nelle grandi storie d'amore, forse è meglio non aspettarsi niente. E' meglio usare il proprio vissuto come una rampa di lancio, non come un'ancora legata ad un piede. Parrebbe ridondante farlo notare ma io lo faccio.
Nota 2quando nella vita di un assaggiatore (o degustatore o semplice-uomo-della-strada-appassionato-di-vini) si è bevuto tanto e di tutto e di più, la frequenza principale nell'aria è la noia. Non c'è bisogno di spiegare il concetto. Accade in qualsiasi campo. Musica. Arti figurative. Anche calcio. Col salire della competenza o anche solo dell'esperienza, l'asticella dell'emozione si alza. Ci si annoia di vini tutti uguali. L'assaggio di un sapore provato 100, 1000 volte non può che portare ad una forma di deja-vu, non ne rinnova proustianamente il ricordo, non ricostruisce il presente attraverso il passato ma lo sfalda, lo opacizza. Una goccia nel mare del "già sentito". E' qualcosa che ha a che fare con l'omogeneizzazione del gusto ma non solo. E' qualcosa che richiede una partecipazione attiva dell'assaggiatore, un suo interrogarsi su cosa va a scavare nel proprio inconscio, su cosa arriva a penetrarlo (l'inconscio) innervando i sensi. Che per Bariani è il riconoscimento di un territorio e dell'uva, un'unione naturale, un surplus nell'assaggio che trascende categorie come buono/cattivo (cioè, le trascende inglobandole, fornendo tale risposta nelle premesse) per riportarlo ad uno stato primigenio dove scompare la noia. E a ognuno la sua risposta.

mercoledì 9 febbraio 2011

ITA-LIA-NI! ACCORRETE E BEVETE!

Dopo un iter organizzativo degno delle migliori coppie dello spettacolo (Garinei & Giovannini, Lele Mora & Emilio Fede), siamo giunti al programma (quasi) completo di quella che potrebbe essere la serata definitiva sul Trebbiano.
La Campovinato Production in associazione con la Audiodivino Industries (nella persona del responsabile Alessandro Costa), è così lieta di invitare la popolazione alla seratona in programma il 22 febbraio presso il ristorante Anonima Fornelli di Imola.
Questa convocazione degli Stati Generali si propone, come detto, di sviscerare l'uva Trebbiano, di capire chi è e cosa fa e perché lo fa; ha come obbiettivo di anche solo iniziare a comprenderne le diverse sfaccettature, i diversi sistemi produttivi con l'aiuto della presenza di diversi viticoltori pronti a metterci la faccia e qualche parola; e, soprattutto, di berne a secchiate.
Il tutto per la modica spesa di 35 euro (comprendente cena e quelle secchiate di vino di cui sopra).
La struttura della serata sarà all'insegna dell'informalità (non discinta) e, per quel che si potrà, dello scambio culturale. Così si partirà con 8 vini assolutamente romagnoli + 1 intruso (che qui non verrà rivelato neanche sotto tortura).
Ecco gli 8 aspiranti campioni (su certi l'annata non è stata ancora decisa):
-Gheppio 2008 (Bragagni);
-Tèra 2009 (Fondo San Giuseppe);
-Fragelso (Casetta Dei Frati);
-Trebbiano di Romagna (Leone Conti);
-Mattinale (Ferrucci);
-Floresco (La Berta);
-Capomaggio 2007 (Tenuta Valli);
-Trebbiano 2010 (Alessandro Costa Private Reserve).
Non si escludono cambiamenti, aggiunte, revisioni, ma la struttura è questa. Dopodiché molti produttori porteranno nuove annate, curiosità, qualsiasi-cosa-gli-passi-per-la-testa, e partirà la gara dello stappo libero.
Riassumendo: Trebbiano, Imola, Anonima Fornelli, 35 euro, produttori presenti perché gli rompiate le balle il più possibile, simpatia, allegria. A tutto il resto penseranno le vostre escort di fiducia.
E se volete entrare in questo vortice, contattate me o il ristorante.

domenica 6 febbraio 2011

GOD SAVE LES CAVES

Questo post la prenderà inizialmente alla larga rispetto all'argomento principale (il cosiddetto "punto"), butterà lì qualche banalità storica infiocchettata da luogo comune ritenendola comunque necessaria per arrivare al punto, e alla fine di questo andamento leggermente ubriaco, arriverà dove vuole arrivare. Quindi si invitano i gentili lettori ad avere un minimo di pazienza perché si giura fin da ora che il punto da raggiungere riguarda sempre e solo vino e bottiglie bevute.

In una ipotetica classifica sulla Prosopopea Nazionalista, gli inglesi sarebbero nei primissimi posti da qualche secolo e questo, di per sé, non è una cosa negativa in assoluto. Diciamo che, spaccando la prospettiva in quattro, è sempre meglio che detenere la coppa Rimet per Menefreghismo e Cialtronaggine come noi italiani. Per dire, ognuno ha i suoi problemi. 
Leggendo certa stampa britannica, quella più ingessata e ufficiale, verrebbe da pensare che Noè fosse sbarcato ai docks di Londra e che la vite abbia un accento cockney. Spesso c'è aria da tè alle cinque e sopracciglio alzato e "Adesso ti spiego come va il mondo". Ed è chiaro, cose da dire ce le hanno (gli inglesi). Tutto questo girare e colonizzare qualcosa di buono l'ha prodotto. La nascita della viticoltura in Australia e Nuova Zelanda. La conservazione e/o rivoluzione e/o commercializzazione del Porto e dello Sherry. Il Marsala. I Bordeaux. Tutto ciò che ora è divenuto classicità nel vino deve in buona parte merito del suo rango agli inglesi. E Londra ne è  tuttora la capitale economico-commerciale (riguardo la produzione del Nuovo Mondo è addirittura un hub fondamentale per la sua distribuzione).  
Va da sé che l'enorme prestigio di cui l'eno-giornalismo anglosassone godeva, e gode, sia in gran parte dovuto a ciò che scrive sulla classicità, su ciò è storicamente cristallizzato e, in qualche modo, mappizzato nella mente. Il giornalista british parla di Bordeaux, di Borgogna discernendo le annate e i cru; parla della Spagna e tratta di Vega Sicilia o Rioja storici; parla di Penfolds o Ridge, di Sassicaia o Brunello. Tutto questo va benissimo. Questa cultura enciclopedica ha prodotto wine-writers del livello di Hugh Johnson (il suo Atlante Mondiale dei Vini è stata una lettura quasi obbligata per chiunque sentisse il richiamo del vino nella sua vita, per non dire del diderottiano Il Vino: Storia, Tradizioni, Cultura) o di Jancin Robinson (per ribadire il concetto di enciclopedismo britannico, sua è la Guida ai Vitigni del Mondo). Gente in grado di ripetere a memoria le 20 migliori annate nel mondo, zona per zona e in ordine alfabetico, e di parlare di Chateau Yquem 1895 non per sentito dire.
Ma tutto questo è il suono mainstream
Perché in mezzo a questa serie di impeccabili riti e di compostezza serena, qualcosa di underground salta fuori. Qui sono pur sempre nati il punk e i Monty Python.
E l'underground in-attesa-di-santificazione nel vino ha un nome, ha un suo nucleo forte e battagliero in quel commando vino-naturalista che è Les Caves De Pyrene.
Ora, se siete andati al link e avete aperto quel pdf dall'apparenza innocua intitolato wine list, vi conviene sedervi o appoggiarvi a qualcosa di solido: è semplicemente l'ingresso verso tutto ciò che di desiderabile c'è nel vino oggi. Mettiamola così: se Dio Bacco mi puntasse il ditone addosso e dicesse: "Esprimi un desiderio e fai un elenco dei vini che vorresti avere", al 99% quell'elenco sarebbe quel pdf. 
Perché questi eco-terroiristi hanno, e cito solo alcuni nomi a caso, Barral, Dard & Ribo, Cornelissen, Panevino, Gramenon, Massa Vecchia, Pacalet. E' come un gioco: pensate di essere morti e cosa vorreste bere in paradiso.
Ma che ce frega, direte voi, questi stanno in Inghilterra e noi siamo qui a pensare che la DC non era poi così male, che il 90% della popolazione italica considera 5 euro la spesa massima per una bottiglia di vino e tu ci fai sognare e/o suggerisci l'espatrio?
Ce frega, invece. Perché Les Caves ha una succursale in Italia. Succursale rappresentata dalla persona fisica di Christian Bucci (non siamo parenti o fratelli di latte ma solo di vino e il nostro primo timido incontro fu testimoniato qui). Che è una forza della natura. Macina chilometri, promuove, fa assaggiare tutto quello che può spiegando per filo e per segno cos'hai nel bicchiere. E non è saccente, presuntuoso, arroccato. Nessuna puzza sotto il naso (giocoforza, a vino-naturale s'accoppia uomo-naturale). Un appassionato al turbo con in mano un forziere di tesori. Forziere meno ricco della casa-madre (questioni di diritti, importazioni, etc etc). Ma comunque ricco.
E l'altra settimana Les Caves di Bucci era a Casalecchio al Soul Wine a presentare una selezione delle sue chicche assieme a qualche produttore. Tanta, tanta roba e zero appunti miei. Tante conviviali chiacchierate, tanto vino nello stomaco e zero problemi. Perciò ecco  un piccolo reportage con qualche nota sui vini che mi hanno colpito di più. E il grosso del lavoro rimandato al prossimo ViniVeri e al suo banchettino sempre affollato.
Si inizia con le bolle. Champagne. Gli amanti delle rigidità, delle rasoiate acide, del vitigno in purezza non saranno d'accordo. Però nel lotto uno si elevava per complessità e piacevolezza di beva. Il Brut Nature Petraea di Francis Boulard. Uno storico biodinamico che in questa cuvèe utilizza il metodo soleras. Così è il compendio di 9 annate, dal 1997 al 2006, in prevalenza Pinot Nero e poi Chardonnay. Uno Champagne dallo stile ossidativo ma di aromaticità variopinta, dalla bocca lunga senza asperità. Uno stile Selosse per uscire dai soliti canoni e riappacificare i dubbiosi con l'universo Champagne.
L'etichetta del Poulsard di Ganevat
E poi. Questa bottiglia a sinistra è la Cuvèe De L'Enfant Terrible 2009 di Jean Francois Ganevat. Che è uno dei suoi Poulsard sans soufre (no, dico, quest'uomo è capace di produrre anche 40 cuvèe o micro-vinificazioni l'anno). Ed è una delizia borgogneggiante, purezza di frutti rossi quasi senza interferenze. Siamo nello Jura, una delle regioni che più si è spinta nella sperimentazione delle varietà autoctone. Come nell'altra bottiglia in degustazione. Che era Savagnin e, secondo Christian, una delle più grandi uve bianche francesi. E se i risultati sono quelli di Ganevat (qui c'è una descrizione molto bella dell'azienda), come non concordare. Un giallo carico, dorato. Lo stile ossidativo non scavalca mai il confine del bruciato ma diviene un rafforzativo aromatico. Dolce e speziato e minerale. Acidità perfettamente integrata al corpo. Beva ai limiti dell'indecenza. Zero SO2, zero filtraggio. Zero problemi se non quello di finirsi la bottiglia troppo in fretta.
E poi i rossi. Prima l'Arbois Cuvèe Des Geologues 2007 di Lucien Aviet. Sempre Jura. Uva Trousseau. Lasciamo da parte i muscoli. Pensiamo a rarefazioni sensoriali. Che non significa, però, perdita di trama. Tutto diviene sottile, un velo di seta. Le fragole diventano fragoline. Tutta la frutta a bacca piccola. E la speziatura a decorare l'ordito. E qualcosa in bocca interviene a dilatare il sapore. Che evapora con grazia e chiede gentilmente di essere riassaggiato. Un killer silenzioso e gentiluomo. 
Morgon Cote Du Py 2008 di Jean Foillard (sempre qui qualche informazione). Siamo in Beaujolais e quindi 100% Gamay. E l'onda lunga dell'Arbois arriva qui dove si inomisce, si amplia e complessizza. Senza nulla di decadente. Grande mineralità, un cesto di frutti rossi. Freschezza ed esuberanza. Beva devastante pare essere il motto della giornata. 


Back to Italy. In Veneto. Che non è stato ancora ridotto ad un cantone della Padania ma è molto di più. E' dove lavora anche Carolina dell'azienda Lorenzo Gatti. Donna appassionata (questo è un dato di fatto), simpatica (questa è una mia opinione che rasenta il dato di fatto) e curiosa. Che se ne frega delle guide e preferisce girare nel cyberspazio (ha anche un bel blog) e andare in giro a far sentire i suoi vini. Che sono due: un Prosecco Sur Lie e un Raboso. E io vi racconto il secondo che a Casalecchio era il 2009. Attenzione: Tannini in transito! era stato il suo avvertimento. Perché il Raboso può essere un brutto animale selvatico. Perché ha un'acidità importante. Perché si rischia l'effetto rasoiata. Ma tutto questo qui viene solo sfiorato. Tutto è ricondotto nei limiti della rusticità. Quella buona. Quindi odori quasi primari da mosto che invadono il naso. Prugna. Mela con un accenno di ossidazione. Amarena. Bocca ruvida, nervosa ma non scomposta. Deliziosamente naif dove il naif è semplice e primitiva espressione del bello. Quindi elementi forti, ingenui, che si uniscono per formare equilibrio di opposti. Senza masturbazioni mentali. Solo terra e uva. Quindi puramente contadino.  
 Finale in dolcezza. Moscato d'Asti Vigna Vecchia 2008 di Ca' D'Gal. Lavoro zen di preparazione: dimenticarsi quasi tutto quello che si è bevuto della tipologia. Qui siamo dalle parti di un Moscato che gioca con armi diverse dal solito. Che vuole essere bevuto non giovane. Che lavora su consistenze più ampie. Su carbonica ridotta. Su elementi aromatici che partono dall'uva per divenire più complessi. Dalle parti di una dolcezza che vira al caramello. Di un'acidità più dinamica che ti amplia la bocca e non permette fuoriuscite amarognole o impastanti. Dalle parti di un vino che pensa di potersi confrontare con tutte le grandi tipologie. Che pensa di essere un vino tout court e non solo un fine-pasto carino e simpatico. E che ha trovato un nuovo discepolo.