domenica 6 febbraio 2011

GOD SAVE LES CAVES

Questo post la prenderà inizialmente alla larga rispetto all'argomento principale (il cosiddetto "punto"), butterà lì qualche banalità storica infiocchettata da luogo comune ritenendola comunque necessaria per arrivare al punto, e alla fine di questo andamento leggermente ubriaco, arriverà dove vuole arrivare. Quindi si invitano i gentili lettori ad avere un minimo di pazienza perché si giura fin da ora che il punto da raggiungere riguarda sempre e solo vino e bottiglie bevute.

In una ipotetica classifica sulla Prosopopea Nazionalista, gli inglesi sarebbero nei primissimi posti da qualche secolo e questo, di per sé, non è una cosa negativa in assoluto. Diciamo che, spaccando la prospettiva in quattro, è sempre meglio che detenere la coppa Rimet per Menefreghismo e Cialtronaggine come noi italiani. Per dire, ognuno ha i suoi problemi. 
Leggendo certa stampa britannica, quella più ingessata e ufficiale, verrebbe da pensare che Noè fosse sbarcato ai docks di Londra e che la vite abbia un accento cockney. Spesso c'è aria da tè alle cinque e sopracciglio alzato e "Adesso ti spiego come va il mondo". Ed è chiaro, cose da dire ce le hanno (gli inglesi). Tutto questo girare e colonizzare qualcosa di buono l'ha prodotto. La nascita della viticoltura in Australia e Nuova Zelanda. La conservazione e/o rivoluzione e/o commercializzazione del Porto e dello Sherry. Il Marsala. I Bordeaux. Tutto ciò che ora è divenuto classicità nel vino deve in buona parte merito del suo rango agli inglesi. E Londra ne è  tuttora la capitale economico-commerciale (riguardo la produzione del Nuovo Mondo è addirittura un hub fondamentale per la sua distribuzione).  
Va da sé che l'enorme prestigio di cui l'eno-giornalismo anglosassone godeva, e gode, sia in gran parte dovuto a ciò che scrive sulla classicità, su ciò è storicamente cristallizzato e, in qualche modo, mappizzato nella mente. Il giornalista british parla di Bordeaux, di Borgogna discernendo le annate e i cru; parla della Spagna e tratta di Vega Sicilia o Rioja storici; parla di Penfolds o Ridge, di Sassicaia o Brunello. Tutto questo va benissimo. Questa cultura enciclopedica ha prodotto wine-writers del livello di Hugh Johnson (il suo Atlante Mondiale dei Vini è stata una lettura quasi obbligata per chiunque sentisse il richiamo del vino nella sua vita, per non dire del diderottiano Il Vino: Storia, Tradizioni, Cultura) o di Jancin Robinson (per ribadire il concetto di enciclopedismo britannico, sua è la Guida ai Vitigni del Mondo). Gente in grado di ripetere a memoria le 20 migliori annate nel mondo, zona per zona e in ordine alfabetico, e di parlare di Chateau Yquem 1895 non per sentito dire.
Ma tutto questo è il suono mainstream
Perché in mezzo a questa serie di impeccabili riti e di compostezza serena, qualcosa di underground salta fuori. Qui sono pur sempre nati il punk e i Monty Python.
E l'underground in-attesa-di-santificazione nel vino ha un nome, ha un suo nucleo forte e battagliero in quel commando vino-naturalista che è Les Caves De Pyrene.
Ora, se siete andati al link e avete aperto quel pdf dall'apparenza innocua intitolato wine list, vi conviene sedervi o appoggiarvi a qualcosa di solido: è semplicemente l'ingresso verso tutto ciò che di desiderabile c'è nel vino oggi. Mettiamola così: se Dio Bacco mi puntasse il ditone addosso e dicesse: "Esprimi un desiderio e fai un elenco dei vini che vorresti avere", al 99% quell'elenco sarebbe quel pdf. 
Perché questi eco-terroiristi hanno, e cito solo alcuni nomi a caso, Barral, Dard & Ribo, Cornelissen, Panevino, Gramenon, Massa Vecchia, Pacalet. E' come un gioco: pensate di essere morti e cosa vorreste bere in paradiso.
Ma che ce frega, direte voi, questi stanno in Inghilterra e noi siamo qui a pensare che la DC non era poi così male, che il 90% della popolazione italica considera 5 euro la spesa massima per una bottiglia di vino e tu ci fai sognare e/o suggerisci l'espatrio?
Ce frega, invece. Perché Les Caves ha una succursale in Italia. Succursale rappresentata dalla persona fisica di Christian Bucci (non siamo parenti o fratelli di latte ma solo di vino e il nostro primo timido incontro fu testimoniato qui). Che è una forza della natura. Macina chilometri, promuove, fa assaggiare tutto quello che può spiegando per filo e per segno cos'hai nel bicchiere. E non è saccente, presuntuoso, arroccato. Nessuna puzza sotto il naso (giocoforza, a vino-naturale s'accoppia uomo-naturale). Un appassionato al turbo con in mano un forziere di tesori. Forziere meno ricco della casa-madre (questioni di diritti, importazioni, etc etc). Ma comunque ricco.
E l'altra settimana Les Caves di Bucci era a Casalecchio al Soul Wine a presentare una selezione delle sue chicche assieme a qualche produttore. Tanta, tanta roba e zero appunti miei. Tante conviviali chiacchierate, tanto vino nello stomaco e zero problemi. Perciò ecco  un piccolo reportage con qualche nota sui vini che mi hanno colpito di più. E il grosso del lavoro rimandato al prossimo ViniVeri e al suo banchettino sempre affollato.
Si inizia con le bolle. Champagne. Gli amanti delle rigidità, delle rasoiate acide, del vitigno in purezza non saranno d'accordo. Però nel lotto uno si elevava per complessità e piacevolezza di beva. Il Brut Nature Petraea di Francis Boulard. Uno storico biodinamico che in questa cuvèe utilizza il metodo soleras. Così è il compendio di 9 annate, dal 1997 al 2006, in prevalenza Pinot Nero e poi Chardonnay. Uno Champagne dallo stile ossidativo ma di aromaticità variopinta, dalla bocca lunga senza asperità. Uno stile Selosse per uscire dai soliti canoni e riappacificare i dubbiosi con l'universo Champagne.
L'etichetta del Poulsard di Ganevat
E poi. Questa bottiglia a sinistra è la Cuvèe De L'Enfant Terrible 2009 di Jean Francois Ganevat. Che è uno dei suoi Poulsard sans soufre (no, dico, quest'uomo è capace di produrre anche 40 cuvèe o micro-vinificazioni l'anno). Ed è una delizia borgogneggiante, purezza di frutti rossi quasi senza interferenze. Siamo nello Jura, una delle regioni che più si è spinta nella sperimentazione delle varietà autoctone. Come nell'altra bottiglia in degustazione. Che era Savagnin e, secondo Christian, una delle più grandi uve bianche francesi. E se i risultati sono quelli di Ganevat (qui c'è una descrizione molto bella dell'azienda), come non concordare. Un giallo carico, dorato. Lo stile ossidativo non scavalca mai il confine del bruciato ma diviene un rafforzativo aromatico. Dolce e speziato e minerale. Acidità perfettamente integrata al corpo. Beva ai limiti dell'indecenza. Zero SO2, zero filtraggio. Zero problemi se non quello di finirsi la bottiglia troppo in fretta.
E poi i rossi. Prima l'Arbois Cuvèe Des Geologues 2007 di Lucien Aviet. Sempre Jura. Uva Trousseau. Lasciamo da parte i muscoli. Pensiamo a rarefazioni sensoriali. Che non significa, però, perdita di trama. Tutto diviene sottile, un velo di seta. Le fragole diventano fragoline. Tutta la frutta a bacca piccola. E la speziatura a decorare l'ordito. E qualcosa in bocca interviene a dilatare il sapore. Che evapora con grazia e chiede gentilmente di essere riassaggiato. Un killer silenzioso e gentiluomo. 
Morgon Cote Du Py 2008 di Jean Foillard (sempre qui qualche informazione). Siamo in Beaujolais e quindi 100% Gamay. E l'onda lunga dell'Arbois arriva qui dove si inomisce, si amplia e complessizza. Senza nulla di decadente. Grande mineralità, un cesto di frutti rossi. Freschezza ed esuberanza. Beva devastante pare essere il motto della giornata. 


Back to Italy. In Veneto. Che non è stato ancora ridotto ad un cantone della Padania ma è molto di più. E' dove lavora anche Carolina dell'azienda Lorenzo Gatti. Donna appassionata (questo è un dato di fatto), simpatica (questa è una mia opinione che rasenta il dato di fatto) e curiosa. Che se ne frega delle guide e preferisce girare nel cyberspazio (ha anche un bel blog) e andare in giro a far sentire i suoi vini. Che sono due: un Prosecco Sur Lie e un Raboso. E io vi racconto il secondo che a Casalecchio era il 2009. Attenzione: Tannini in transito! era stato il suo avvertimento. Perché il Raboso può essere un brutto animale selvatico. Perché ha un'acidità importante. Perché si rischia l'effetto rasoiata. Ma tutto questo qui viene solo sfiorato. Tutto è ricondotto nei limiti della rusticità. Quella buona. Quindi odori quasi primari da mosto che invadono il naso. Prugna. Mela con un accenno di ossidazione. Amarena. Bocca ruvida, nervosa ma non scomposta. Deliziosamente naif dove il naif è semplice e primitiva espressione del bello. Quindi elementi forti, ingenui, che si uniscono per formare equilibrio di opposti. Senza masturbazioni mentali. Solo terra e uva. Quindi puramente contadino.  
 Finale in dolcezza. Moscato d'Asti Vigna Vecchia 2008 di Ca' D'Gal. Lavoro zen di preparazione: dimenticarsi quasi tutto quello che si è bevuto della tipologia. Qui siamo dalle parti di un Moscato che gioca con armi diverse dal solito. Che vuole essere bevuto non giovane. Che lavora su consistenze più ampie. Su carbonica ridotta. Su elementi aromatici che partono dall'uva per divenire più complessi. Dalle parti di una dolcezza che vira al caramello. Di un'acidità più dinamica che ti amplia la bocca e non permette fuoriuscite amarognole o impastanti. Dalle parti di un vino che pensa di potersi confrontare con tutte le grandi tipologie. Che pensa di essere un vino tout court e non solo un fine-pasto carino e simpatico. E che ha trovato un nuovo discepolo.


7 commenti:

  1. Ehilà Eugenio,
    innanzi tutto grazie per il tuo sms, tu assieme ad altri hai reso meno difficile il momento. Poi ci sentiremo in settimana.
    Avrei una domanda da farti pero:
    ma io che non sono un produtttore natural/eco/bio e in vigna uso il trattore invece ei buoi, cosa devo fare? Cambiare mestiere? diventare un vio/natural/etc etc o darmi all'ippica?
    A presto.
    Gabriele Succi

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  2. No caro Ga"ba"riele, qua i buoi bisogna usarli e possibilmente davanti al carro o dietro non sò . martedì 1 di marzo vengo in "asienda" da te con amici per le compere.
    Scusa Eugenio dell'uso non governativo del tuo post!
    Tornando a noi, vini molto interessanti quelli da te proposti e ben descritti...domanda , ma a forza di bevibilità non è che sono vini magri e basta; mi spiego meglio se seguo il trend nuovo dovrei abbassare il gr. alcolico aumentando la resa oppure lasciare la vigna libera di produrre quanto vuole. e qui vengono i primi dolori: 240- 300 q.li /ha .Sai che bel vino viene fuori? di acidità normalmente ho circa8-9 g/l se metti che esco come i vini della coop a 10.5 % con quella acidità al secondo sorso ti passo il malox.Ciao e scusa le chiacchere ma sto malbo mi offusca le idee!!Ciao Gian Paolo

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  3. Ma quanta ne sai!!!Mi fai vergognare del vino bevuto fino a ieri.Ciao Mugellesi Ivano.p.s Trebbiano?

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  4. @Gabriele: intanto un salutone. Recenti studi (commissionati non si sa bene da chi) hanno stabilito che i peti dei bovini sono tra le principali cause del buco dell'ozono. Non scherzo. Perciò propongo di abbatterli tutti investendoli coi trattori. Beh, adesso scherzo, però non credo che qualche trattamento porti il demonio dentro i vini. Io poi, vedendo come lavori e conoscendoti non posso non definirti "naturale". I tuoi vini, ad esempio, hanno 3 caratteristiche fondamentali: sono buonissimi e chiunque li assaggi senza il prosciutto negli occhi e con le papille gustative intatte, rimane folgorato (a riprova di ciò e per non essere considerato di parte, a chiunque li abbia fatti assaggiare, donne uomini e bambini, sono sembrate cose di estrema bontà; e poi, parlando con un produttore "bio", questo ha spontaneamente tirato fuori il tuo nome come qualcosa di ottimo, come un prodotto in cui avverti il peso specifico dell'uva); hanno "beva", per stare con quello che dice Gian Paolo, ed è ancora più clamorosa la cosa pensando alle consistenze in cui lavori; sono digeribili (altro diktat naturalista), nel mio consumo smodato mai avuto un problema (e piccola postilla sul tuo bianco sfuso che necessità di un bottiglione a persona per non rischiare di finire all'antipasto).
    @Gian Paolo: si, bevibilità spesso è associata alla magrezza, e a questa la associa molta critica enogastronomica italiana. Si tendono a definire "di grande beva" prodottini-ini-ini che hanno solo acidità e qualche grammo d'estratto. In Romagna la cosa a volte sfiora il ridicolo: facendo qualche nome, si elogia il Villa Venti 2008 (niente di personale su di un vino alla fine corretto) mentre qualcuno storce la bocca su Monte Brullo 2007, e allora proporrei un panel degustativo di 100 persone prese a caso e se ad almeno 80 persone non piace di più Monte Brullo, sono pronto a ritirarmi a vita monastica. Altra cosa è la bevibilità dei vini di cui parlo sopra. Considera intanto che avrò assaggiato una 40ina di vini e molti effettivamente erano sottili come un foglio di carta, quasi si faticava a percepire il sapore. Ma i prodotti buoni hanno anche consistenze importanti (devono averle per me che ho la bocca tarata su intensità masticabili) e un surplus data dal sapore che non è prerogativa solo dei "vini veri". Bevibilità tenderei ad associarla a Equilibrio. I Malbo di Babini o di Manetti sono iper-densi ma mantengono un equilibrio. I Cabernet e Sangiovesi di Gabriele sono come la pece, hanno anche delle buone acidità e i risultati li conosciamo bene. Credo che ognuno debba seguire il proprio percorso che è dato dalla sensibilità e dall'uva che si possiede. Per farla breve, nei mille dubbi che posso avere, nelle continue scoperte che faccio ogni volta che incontro un produttore, alcuni punti fermi mi pare rimangano: il grande vino parte dalla vigna, l'uva va colta al massimo della sua maturità, l'equilibrio è importante ma una grande consistenza è ancora il parametro fondamentale. Tutto il resto è noia e Tavernello.

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  5. @Ivano: Come dice il poeta o forse Vasco Rossi, so di non sapere. Ma so che il lavoro è spesso un noioso impedimento dal bere ancora più vini. So che assaggio e la bocca passa informazioni al cervello che mi piace condividere per poi potermi confrontare con gli altri. So che passerei ore e ore a parlare di vino. E so che il vino mi ha permesso di conoscere grandi persone e fare splendide amicizie. Basta che è lunedì mattina tutto questo miele non va bene.
    PS. Serata trebbiano il 22 febbraio, stavo per mandarti la mail coi dettagli e comunque metterò un bel post pubblicitario sul blog. Gian Paolo e Gabriele, urge anche vostra presenza.

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  6. Perfetto Eugenio ci sarò, con molto piacere!attendo particolari. Posso anche portare qualche mia bottiglia così giusto per farmi offendere o per innaffiare i fiori?ciao GP

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  7. Certo che si, in effetti tutta la serata è stata studiata come un trappolone per farti venire in zona e finalmente assaggiare i tuoi vini, discutere serenamente e finire il tutto in una simpatica scazzottata da saloon. In pratica, come in qualsiasi civile trasmissione di approfondimento politico.

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