lunedì 29 novembre 2010

TERROIRISMO

"Il terroir può essere definito come un'area ben delimitata dove le condizioni naturali, fisiche e chimiche, la zona geografica ed il clima permettono la realizzazione di un prodotto specifico ed identificabile mediante le caratteristiche uniche della propria territorialità."  
da Wikipedia.

"A tale concetto (il terroir) si ispirano le leggi o le denominazioni che dovrebbero tutelare e garantire le origini di un vino. Esse derivano dalla “zonazione”, cioè una delimitazione in macro o micro zone di territorio, che si concreta nel nome geografico del vino. In passato la zonazione seguiva usi e consuetudini locali, peraltro affidabili e costanti. Oggi ci si avvale di mezzi scientifici. Non di rado la scienza ha attestato ciò che la consuetudine, ossia l’esperienza, aveva già stabilito."
dal blog di Gian Luca Mazzella su ilfattoquotidiano.it .

L'Armani (Giulio, quello vero che non fa vestiti, profumi, cellulari) stava introducendo dei vini ad una degustazione di bianchi macerati. Eravamo in circa 20 ad ascoltarlo a Faenza e, più precisamente, alla Fiera di Faenza dove era in corso Enologica 2010. Io, che macererei 6 mesi anche i cereali nel latte, ero discretamente interessato al laboratorio in questione intitolato "Macerati d'Autore". Condotto dalla spigliata presenza di Antonio Boco, journalist del gambero e autore d'un articolo sul mensile del gruppo, vedeva la presenza di molti produttori pronti a spiegare i perché e percome delle bottiglie in degustazione. Per contestualizzare la cosa: eravamo in una saletta bianca stile laboratorio d'analisi, impilati a stretto gomito, abbacinati da una spettrale sfilata di neon, incalzati da quel tiranno che è il tempo (un'oretta e mezza e poi smammare tutti).
E l'Armani Giulio era lì in piedi a farci una sinossi di tre vini (che poi saranno 4 con un coup de theatre finale) che enologizza lui. Riassumendo il riassunto che ci ha fatto lui, i concetti cardine sono: individuazione delle uve migliori possibili a seconda della sensibilità del vignaiolo e della costituzione del terreno; tanto lavoro in vigna e zero chimica; approccio alle uve bianche come se fossero rosse, ossia, basta razzismi e trattare tutto allo stesso modo (nota 1), ossia, le bucce devono stare a macerare e magari pure per mesi e poche palle.
Questi concetti sono belli, buoni e giusti. Ma anche a tratti fumosi (di sicuro una fumosità data anche dall'orologio che faceva tic tac), larvatamente anascientifici e, quindi, attaccabili. E allora l'Armani ha tentato un passo esplicativo in avanti: ha respinto al mittente le richieste più tecniche (ma quanti giorni macerano? che volatile hanno? etc) e ha pronunciato la parola: terroir.
Cos'è esattamente? Una supercazzola inventata dai francesi per sciacquarsi la bocca, arrotare le loro super-arrotate R e dire "Non rompere, paga e bevi i miei vini" (nota 2)? Un'effettiva area delimitata ecc ecc (come dice Mr. Wikipedia) di cui un giorno un team di 50 scienziati dei campi più disparati (allora, un geologo, un climatologo, un chimico, un alcolizzato, un virologo, più un tot a casaccio tra le menti più brillanti di quella generazione) finalmente fornirà dei dati scientifici certi e più o meno incontrovertibili sulla specificità di tale sito? Solo una zona dove le cose vengono meglio? C'azzecca il termine zonazione o la parola è non solo più brutta di terroir, ma pure più sfuocata come concetto?
E a noi che vogliamo bere e godere in questa briciola che è la nostra vita, interessa davvero?
Si e no. 
No, se ce ne freghiamo di tutto e quello che conta per noi è il bicchiere e cosa c'è dentro e il resto serve solo a fare quattro chiacchiere.
Si, se le chiacchiere innescano circuiti virtuosi di pensiero in chi beve e chi produce (e le due cose assieme), se il vino è "... un prodotto culturale perché prevede una trasformazione sulla materia" (come dice, tra l'altro, il vinoveristologo Giovanni Bietti) e questa trasformazione è l'intervento dell'uomo nel suo apporto tecnico (ossia la techné, arte nel saper operare, la perizia anche nell'estensione tecnologica) e sensibile (ossia la capacità di percepire attraverso gli organi di senso gli stimoli esterni e decodificarli per dargli, appunto, un senso). E il terroir forse allora riguarda la sensibilità del viticoltore, di generazioni di viticoltori che hanno indirizzato certe scelte: perché mettere l'uva in certi posti e perché mettere un certo tipo d'uva. perché adottare un certo impianto e perché vinificare in un certo modo. Una casualità mista a sensibilità che hanno darwinianamente portato all'adattamento e alla consacrazione come habitat d'elezione del, chessò, Pinot Nero in Borgogna. Dunque il terroir potrebbe diventare un concetto meno nebbioso e aiutarci a spiegare certe cose. Spiegare anche il quasi inspiegabile concetto di vino del territorio (anche se territorio è una sottocategoria di terroir). Che è concetto biforcuto, modernista o ultraconservatore a seconda da come lo si giri. Perché se, ad esempio, a Montalcino l'uva storica è il Sangiovese e il vino per antonomasia è il Brunello e, più precisamente, il Brunello scarico di colore e tenuto minimo 2 anni in botte, allora per molti questo sarà un vino del territorio. Ma se un produttore, secondo la sua sensibilità, pensa che in questo modo di territorio non è che ce ne rimanga molto e ritenga che un prodotto più fresco, ottenuto da uve sane e magari (bestemmia...) uve che non sono Sangiovese ma che nel suo terreno danno prodotti eccezionali, allora il concetto si ribalta. In Romagna, che è terra di/dei cachi, territorio si associa e/o confonde con tradizione: sangiovesi aspri e affilati come lame e sottili come fogli di carta sarebbero figli del territorio, rievocherebbero la gloriosa terra di Romagna in tutte le sue sfumature; cabernet e merlot densi e cicciuti e fragranti no, anche in terreni che parrebbero pronti a matrimoni d'elezione con queste uve. 
E allora? E allora terroir è una bella parola che va riempita, allargata, contestualizzata; che è base per discorsi via via sempre più ampi e concreti e serve a spiegare come dal punto A (terreno, uve, clima) si è arrivati al punto B (il vino). Ed in mezzo tante chiacchiere sempre col bicchiere in mano e l'occhio che ogni tanto fa capolino dentro al bicchiere per vedere il Miracolo della Trasmutazione del Vino in Terroir.

Ed ecco i 9+1 campioni della Fede:
Esor 2010 (Fondo San Giuseppe)- Dei loro vini ne avevo già parlato qui. Questo era una prova. Sia di botte, sia nel senso più sperimentale del termine. Si tratta di Chardonnay con una piccola percentuale di Moscato Rosa. Macerati insieme. Stefano Bariani (il titolare) alla presentazione ha chiesto clemenza. Ed in effetti si è trattato di una curiosità, di un progetto in divenire, di una piccola testimonianza di un'idea. Dal colore discretamente ambrato, al naso era una coltre di odori di fermentazione che faticavano a lasciar passare altro. La bocca meglio con qualcosa del frutto che fuoriusciva e una notevole acidità. Non giudicabile.
Bianco Macerato (Valturio)- Annata (credo) 2009, è anche qui un esperimento di un'azienda amata dal Gambero i cui rossi esprimono generalmente compostezza e pulizia di un grado sotto l'emozione. Questo è un mix di uve con macerazione non estrema. E il colore più chiaro della batteria, giallo paglierino molto acceso. Naso floreale e tendenzialmente dolce. Bocca senza grande dimensione, qualcosa di zucchero bruciato nel finale e discreta acidità. L'idea del progetto sarebbe fare un macerato senza i difetti dei macerati. Allo stato attuale, pochi difetti e pochi pregi. 80/100.
Baccabianca 2005 e 2006 (Tenuta Grillo)- L'azienda piemontese di Guido Zampaglione produce questo Cortese in purezza con la consulenza dell'Armani. 30/40 giorni di macerazione. L'uva ha caratteristiche quasi da bacca rossa. Specie nella tannicità. E il Baccabianca è in effetti un vino duro. Ruvido e aspro e con meno concessioni alla dolcezza di altri esemplari della categoria. Un vino che nell'evoluzione inizia a mostrare meno tensione e un addolcimento dei tannini. E sia il 2005 che il 2006 mostrano una struttura simile, con il primo allo stato attuale leggermente più composto. Due piemontesi austeri e anche affascinanti. 85/100 e 84/100.
Dinavolo 2008 (Denavolo) e Ageno 2005 (La Stoppa)- Le due aziende piacentine di Giulio Armani. La prima di sua proprietà, la seconda di Elena Pantaleoni. Il Dinavolo è Malvasia di Candia Aromatica, Ortrugo e Marsanne. Vino che sembra nordico d'impostazione, che sembra non del tutto sbloccato in fase aromatica. Tannino avvertibile, frutto maturo senza dolcezze, speziatura accennata. In una fase ancora irrigidita. 85/100. L'Ageno è sempre Malvasia e Ortrugo, con in più del Trebbiano. L'espressione aromatica è qui più definita e vira verso la dolcezza e la florealità. Tannini composti, lunghezza e una discreta freschezza acida finale. Non siano ai livelli dell'ottimo 2006, ma una buona edizione. 88/100.
Vej 2005 (Podere Pradarolo)- Chi è? La domanda è venuta spontanea appena visto in elenco. E' la grande sorpresa della giornata, è stata la risposta appena assaggiato. E' un'azienda di Serravalle, nel parmense. Ed è l'azienda di Alberto Carretti, grande stagionatore di formaggi e salumi, e dal 2004 produttore di vino. E pur cercando di mantenere tutto il distacco professionale possibile, Carretti e i suoi vini vanno di pari passo. Solari, comunicativi, affabili, seri. Il terroir qui è terreni+uve+Carretti. Il Vej è Malvasia Di Candia Aromatica al 100% senza alcuna aggiunta di solfiti o lieviti. Macera circa 3 mesi ed è buonissimo. Lo dico prima di perdermi in riduttive cifre descrittive. Un'esplosione di odori, un range di sensazioni che spaziano lo scibile umano: frutta, fiori, spezie, miele, terra. E l'ingresso in bocca di questo liquido ambrato amplifica e inquadra queste sensazioni, le rinserra e conduce attraverso tannini dolcissimi e una rotondità rara nel genere. Nulla fuori posto, nessuna caduta nello stucchevole o nel rigido. Un fuoriclasse quieto, di una pace zen come il suo fautore. 93/100.
Ribolla 2004 (Gravner)- Bisogna dire qualcosa del produttore? Uno dei Presidenti della Repubblica del vino italiano. Mesi e mesi di macerazione e le famose anfore. Quindi massimo rispetto. E la Ribolla che tanto buona non era. Colori stranamente da bianco tradizionale. Naso pungente in alcool, nettamente marcato da una nota da Glen Grant. Bocca fragile, ossidata e bruciante. Di difficile collocazione concettuale laddove la collocazione sensoriale è bassa. Davvero dura scomporlo e trovarci uno straccio di voto. Dimentico chi è Gravner e dico 79/100
Rosato 2007 (Massa Vecchia)- Boco voleva assolutamente un vino di Massa Vecchia. Come non capirlo. Il bianco non c'era e allora si è fatto mandare del rosato. Che è un assemblaggio di uve, perlopiu Merlot e Malvasia Nera. E che è un fantastico mangia-e-bevi. Frutto meravigliosamente netto, dolce e placido. Bocca tutta-tonda, in equilibrio perfetto tra amaro/dolce/acido. Un'incosciente bomba di beva che in due è meglio ordinare una magnum sperando non finisca prima dell'antipasto. 92/100
E last but not leastDon Chisciotte 2006 (Il Tufiello)- Il Fiano di Zampaglione nella sua spettacolare edizione 2006. Se non lo conoscete, prendete adesso la macchina e andate a cercarlo in giro per l'Italia. La quintessenza degli orange wine. Se uno vi dice che i macerati puzzano e hanno la volatile alta, punitelo facendogli sentire solo il naso di questo vino e poi beveteglielo davanti. Perché qui tutto è a posto senza essere precisino. Puro frutto di natura al massimo della sua espressione, prodotto assoluto che mette d'accordo tutti, uomini e donne, cani e gatti, astemi e alcolizzati. Difetto minore? Forse una lieve rusticità gli donerebbe quel pizzico di grinta in più. Forse. Difetto maggiore? Troppe poche bottiglie per il globo terracqueo. E il tempo che passa e lo allontanerà dall'esperienza totale che è adesso. 95/100.

nota 1: l'Armani, da uomo di campo, ci ha invitati ad assaggiare l'uva  dove la polpa è tutta uguale mentre è nella buccia che stanno i sapori e le sostanze e, quindi, fate 1+1. 
nota 2:  c'è un aneddoto risalente a qualche anno fa e narra di un tale  (enotecario in gita premio in Borgogna, mi pare) che, in visita da un viticoltore, fu portato nei vigneti e ad ogni solco nel terreno il buon viticoltore mulinava un braccio e diceva che da lì in poi era un terroir diverso e, quindi, un cru diverso e, quindi, un prezzo diverso; e il tale (l'enotecario) che guardava e intanto si chiedeva come cacchio potesse esserci tutta 'sta differenza in 50 cm. ma poi si è tenuto la cosa per sé e la leggenda ha sfumato tutto.
                               

mercoledì 17 novembre 2010

IO SONO UN AUTARCHICO: ENOTECA LE LUNE

Diego che era maroniano quando ancora la parola Maroni indicava o dei frutti autunnali o cose che si potevano rompere per noia o molestie.
Diego che la testa e il palato gli funzionano bene e conseguentemente in maniera autonoma. 
Diego che poi di Maroni si è rotto (e non solo di lui) e ha continuato a farsi la sua guida personale, tutta nella sua testa e al servizio dei clienti.
Diego che a noi piacevano tanto le concentrazioni e il frutto e lui faceva Mah e ci parlava di beva e digeribilità e naturalità quando forse ancora queste parole associate al vino non esistevano.
Diego che è sempre 10 anni avanti.
Diego che la Francia ha qualcosa (e oltre) da insegnarci e noi credevamo che fosse solo fuffa.
Diego Amaducci è l'uomo dietro l'Enoteca Le Lune a Imola. Un uomo che ha fatto formazione culturale. Nel senso più ampio del termine. In un mondo ideale, ognuno fa il mestiere che gli piace: Diego si è creato questo mondo, pur nelle enormi difficoltà del Mondo. Non è retorica: riuscire a fare un mestiere che piace, restare in campo per tanti anni e non perdere un millimetro di credibilità, non è una cosa facile.
E Diego, con la moglie Cinzia, continua a curiosare, ad assaggiare, a lottare in una situazione economico-sociale eufemisticamente difficile. Ad analizzare con lucidità dov'è, dov'era e dove sta andando il mercato.
E Diego continua a proporre nella sua enoteca degustazioni mirate, invita i suoi produttori d'adozione ad aprire bottiglie e scambiare opinioni e/o impressioni. Tutto molto semplice. Quasi old school.
E siccome che Diego ne è un fan della prima ora, sabato scorso da lui c'erano Marco Casolanetti e la compagna Eleonora di Oasi Degli Angeli. A proporre un massivo olio del peso specifico del trizio e da usare con la parsimonia di uno Chanel n°. 5 (cioè, due gocce sull'insalata prima di andare a cena). E, naturalmente, a proporre il Kurni edizione 2008.
 Non credo serva dirlo ma è Montepulciano in purezza, piante ad una densità da metropoli cinese e doppio passaggio di 9 mesi in barrique nuove. Sfogliando il manuale Cencelli della pratica enologica, dovrebbe venir fuori una doppia mano di coppale  su un 30 cm. di legno. Un seppellimento del frutto. Ma per chi è avvezzo a questo vino, la realtà è diversa. Qui è come una scommessa. Vincente. Si raddoppia tutto. Doppio frutto. Doppia dimensione. Legno anche, ma bucato come un groviera, disciolto in quel liquido nerastro ottenuto da uva matura. C'è come la volontà di fare un braccio di ferro tra legno e uva. E quasi sempre vince l'uva. Ma ogni anno fa storia a sé. E questo 2008 è diverso dal solito. Diverso anche dall'assaggio a primavera a Vini Veri. Assaggio fugace e imperfetto allora (e di un assemblaggio non definitivo), ma che trasmise potenza e dolcezza  in un equilibrio ancora in divenire. Mentre ora vince la misura. Una misura in stile Kurni. Ossia, se di solito la consistenza è 33/33 qui siamo sui 30/33. Epperciò si può dire che è un'edizione di misura. E di dolcezza derivata da un'idea di zucchero residuo, qui non c'è quasi traccia. Già dalla veste si intuisce uno stacco: siamo sempre dalle parti del nero opaco, ma col violaceo che sfuma verso il rosso acceso. Se lo si agita nel bicchiere, il liquido pare aggrapparsi con le unghie al vetro. Poi nasi e, senza bisogno di tirare forte, il cesto di frutta montepulcianese ti arriva tutto. La prugna, la bacca rossa.  E la speziatura dolce, solare. Leggermente bruciata, quel filo di affumicatura che ne blocca l'armonia completa. E la bocca è si vellutata e grassa, ma non massiccia e sciropposa. Si viaggia dalle parti della compostezza, di un'acidità più marcata del solito e naturalmente integrata. Acidità che è un velo, una trama appena percettibile, ma in qualche modo nuova nel Kurni. Non un nuovo corso, non un cambiamento di filosofia: il 2008 ha dato questo, dice Casolanetti, e lui ne è soddisfattissimo. E il 2008 gli ha dato la solita caterva di riconoscimenti a rimpolpare la medagliera. E allora gli si snocciola un 90/100 con una lacrimuccia in fondo al cuore al pensiero di quel capolavoro che fu il Kurni 2005.                    

venerdì 12 novembre 2010

GIOVINBACCO REMIX: LA FORBICE DEL GUSTO

Conclusioni: può apparire singolare iniziare un post con le conclusioni e magari poi concluderlo con le premesse, ma preferisco fornire subito il succo della spremuta di idee che l'assaggio di un centinaio di vini nell'arco di 2 giorni mi ha procurato. E cioè che la forbice si sta allargando. Dentro di me e fuori di me. Quella forbice gustativa che mette da una parte i vini tecnici, legnosi e tessodermizzati, che dopo il primo bicchiere dici "Basta grazie, sono pieno" e chiedi un diger-selz, che poi ci ripensi e ti viene in mente che da qualche parte l'uva doveva pur esserci anche se al momento c'è la scritta "CHIUSO PER RISTRUTTURAZIONE", vini che a 2 ore dall'apertura hanno già il rigor mortis e ogni componente abbandona la barca e ognun per sé. Dall'altra parte i vini naturali, o pseudotali o che sembrano a tutti gli effetti tali al di là delle certificazioni, vini che magari hanno qualche difettuccio ma, per restare con una metafora in natura, insomma, è meglio una mela saporita col verme di una disegnata col goniometro che non sa d'un cazzo; vini che assecondano il palato come un grande sarto e che finiscono nello stomaco, il quale stomaco poi te li digerisce; vini dai contenuti aromatici capaci di trasportarti in un campo fiorito, in un suq di spezie, dentro un chicco d'uva matura; vini che reggono giorni aperti e mezzi scolmi e non si bruciano come vampiri al sole ma attraversano le stagioni.
Insomma, l'ho messa giù poeticamente dura e ovviamente la realtà presenta molte più sfaccettature. Ma la forbice si allarga. Non si possono usare mezze misure. Altrimenti ci si taglia.


Giovinbacco è una simpatica manifestazione che si tiene nella simpatica cornice del Pala De André nella simpatica cittadina di Ravenna nel simpatico mese di novembre.
E' giunta alla sua 8edizione. Organizzata da Slow Food, dura 3 giorni 3 (e qualche produttore si interroga da qualche anno sul perché non ridurla ad un numero di giornate compreso tra 1 e 3, diciamo circa 2) ed è incentrata sul Sangiovese con la simpatica novità di quest'anno della possibilità alle aziende di portare anche un altro vino.
Giovinbacco è una creatura strana. Strana innanzitutto per problemi di calendario. Dal 19 al 21 novenbre c'è Enologica a Faenza che è la manifestazione sul vino in Romagna (nota 1) e che quindi è, diciamo, l'Olimpiade romagnola e pone il simpatico Giovinbacco nella condizione di un meeting preparatorio. Ed è strana perché il fattore calendario unito alla marginalità della posizione di Ravenna (anche geografica, per molti è letteralmente una scocciatura arrivarci) unito al sovraffollamento di manifestazioni sul vino, fanno si che assomigli molto ad una fiera paesana da visitare in famiglia per farsi un aperitivo e mangiarsi una piadina.
Ma di cantine ce n'erano tante. E anche di piadine. C'era la possibilità di acquistare il vino il cui ricavato andava in beneficenza (ma solo Sangiovese e se ti piaceva un altro prodotto potevi tentare di dare appuntamento al produttore coraggioso in un vicolo buio). C'erano diversi produttori presenti coi quali scambiare quattro chiacchiere. C'erano tanti banchetti gestiti da sommelier nella simpatica divisa da pinguino che se facevi una faccia leggermente contrariata appena messo in bocca un vino recitavano il comma 1 dell'articolo 1 da "La Professione Del Sommelier": "Vede, questo è un Sangiovese del 1980, non è ancora pronto..."(nota 2). C'era la gara del Sangiovese Riserva 2007 vinta quasi d'ufficio come sempre da un vino minore, l'Amarcord D'un Ross della faentina TreRè (che di cose buone ne fa ma pensavo che l'essenza di una gara fosse decretare il migliore) e da un vino blockbuster, il Sangiovese Riserva Tempora 2007 di Altavita (di cui dirò dopo). C'era la presentazione della guida Slow Wine  e il tentativo di creare un diagramma rappresentativo della gragnuola di premi diversificati (vino slow, grande vino, vino quotidiano) e il tentativo di fare luce nella mia limitata e scolastica mente di come poter rapportare le cose in termini di punteggio (vino slow? più di 90; grande vino? circa 90 punti; vino quotidiano? bevi godi e spendi poco) (nota 3).
E c'erano vini buoni e vini medi(ocri) e vini pessimi. No, pessimi no, sarebbe necessaria quasi una suprema volontà per produrre cose cattive al giorno d'oggi.
Ecco una breve panoramica per zona:

FAENTINO: come sempre una delle potenze, un'armata con diversi generali con un unico obbiettivo: la qualità.
Costa Archi del buon Gabriele Succi si muove sempre da quella zona d'ombra critica (snobbato da Gambero o Espresso o AIS, lodato dal veronelliano Brozzoni) verso una luce più rassicurante che è la prova sul campo. Ossia, vini come sempre detonanti e apprezzamento di chi lo beve a mente sgombra. Qui aveva il Sangiovese Superiore Il Beneficio 2008 e la Riserva Monte Brullo 2006: il primo, migliorato esponenzialmente nel corso dei mesi, ha ora raggiunto una amalgama frutto/legno/acidità ottima, potente ma con una vena acida che porta freschezza e beva; il secondo è il super-romagnol di sempre, nero (si, giuro che il sangiovese può essere nero) glicerinoso e con estratti lattei, laccato il giusto e di un gusti infinito, pronto a bastonare toscani e consanguinei. E il 2007 in uscita sarà il nuovo impenetrabile, stordente monolite kubrickiano.
Paolo Francesconi, fresco dei premi slow (cantina e vino col Sangiovese Riserva le Iadi 2007), presentava il Sangiovese Superiore Limbecca 2008 e Le Iadi 2005, 2006 e 2007. Piacevole il primo, apprezzatissimo come sempre dal pubblico, in una buona edizione con le sue note primarie e un'acidità appena sopra le righe, vino che mai vuole porsi in consistenze elevate; Iadi 2007 che a qualche mese dall'ultimo assaggio pare aver raggiunto una compostezza e croccantezza di alto profilo, non ai vertici del meraviglioso 2004 ma comunque uno dei grandi sangiovesi romagnoli, una spanna sopra ai 2006 e 2005, problematici sia nella resa aromatica (in riduzione ed eccessiva evoluzione) che nella dimensione.
Ca' Di Sopra è a Marzieno (remember Zerbina?) ed è della famiglia Montanari. Sono giovani ed emergenti e le due cose, in questo caso, non sono negative. Presentavano il Sangiovese Crepe 2009 e il Rosso Ravenna Remel 2008. Il primo è il prodotto d'annata, quasi tutto in acciaio, un vino che punta tutto sulla semplicità aromatica e gustativa; 
il Remel invece è un uvaggio di sangiovese, cabernet e merlot e con la prima annata, la 2007, fece a modo suo il botto. 17,5 da L'Espresso e altri votoni sparsi. La 2008 è sulla stessa scia. E' vino quasi didascalico nella sua espressione di frutto e legno, nella sua compostezza bordolese con quel quid in più di dimensione che hanno i grandi romagnoli. Vino con un'espressività ancora un filo troppo tecnica, troppo precisina per fornirgli quella marcia in più. Però c'è uva, c'è materia, c'è cura e, per dirne una, mangia in testa a tutti i sanpatrignani del caso.
Gallegati: cioè, la cantina emergente del Gambero Rosso 2010. La cosa non si sa bene se abbia portato notorietà o meno e qualche soldino in più in cascina. Di certo lo stile dei vini è rimasto quello, muscolare toscaneggiante (nota 4). Il Sangiovese Riserva Corallo Nero 2007 è quasi sintomatico in ciò: materia tanta, maturità di frutto ma anche legno a laccare il tutto, a irrigidire olfatto e bocca. Intendiamoci, se la competizione è con questo genere di vini, il Corallo Nero si pone tra i top di categoria. Però la domanda che vale in generale è: come sarebbero questi vini curati come sono al massimo grado in vigna se venisse ridotto il manto legnoso?

CESENATE: zona alla ricerca di una definizione stilistica e dalle grandi potenzialità territoriali (ma in Italia c'è forse un 5% del territorio senza potenzialità). Interessante l'assaggio mirato per farsi un'idea.
Ecco la grande sorpresa della manifestazione: Azienda Agricola Guerra. Si trova a Borghi, nella valla del Rubicone. Il proprietario ha anche un agriturismo e imbottiglia da qualche anno. Buono il primo assaggio del sangiovese, vino di una certa potenza pur nei suoi squilibri di volatile e alcool. Poi un coup de coeur:
lo Syrah E' Nir 2009. E' Nir in dialetto significa "Il Nero", nome che già si palesa nel liquido violaceo e vivissimo nei toni. La prima nasata rivela una minima riduzione che tende a velare il manto fruttoso e foxy, quasi selvatico. Poi con l'aria questa membrana si scioglie ed inizia a sgorgare la placidità esotica dell'uva: il pepe, le spezie dolci, il frutto al momento della maturità. Siamo dalle parti del Rodano, sissignore, del naturale porsi senza troppi intermediari tecnici, dell'equilibrio come quadratura del cerchio. L'impressione di ritrovarsi un piccolo campioncino nato dove non ti aspetti. Azienda da monitorare e da andare a trovare (e lo Syrah da bere e ribere, dal sottoscritto acquistato nel famigerato vicoletto buio alla modica cifra di 9 euro).
La Cantina Bartolini fa tanti, troppi vini. Prodotti mediamente tecnici, senza difetti ma poco emozionanti. Belli senz'anima. Ma la zampata ogni tanto la piazza. Il Sangiovese Riserva Rocca Saracena 2007 zampetta eccome e mostra i denti. Ne avevo già parlato qui. A distanza di mesi conferma quanto di buono scritto. Materico e legnoso senza essere caricaturale. Tannico ma non duro.  Un vino anche tecnico nell'accezione più positiva del termine.
Villa Venti: nuovo tribicchierato col Primo Segno 2008. Qui aveva ancora il 2007 che così diverso dal 2008 non è. E non è ben chiaro cosa sia scattato nella testa di Cernilli & sons, cosa li abbia fatti innamorare (e so anche che entrare nella testa degli altri è compito da lasciare a chirurghi e jungiani). Il vino è buonino, simpatico, mediamente consistente, discretamente acido, primarimente fruttoso. Un vino senza particolari difetti e senza particolari pregi. 
Altavita si è buttata nel mondo del vino da poco. Cantina nuova, atrrezzature nuove e ha una sfilza di barrique belle nuove. E se hai speso un capitale per questa popò di roba, non devi usarla tutta? Ecco quindi il Sangiovese Riserva Tempora 2007. Che del vino legno ipertecnico ha tutto e, per non farsi mancare niente, ci mette anche una bocca glicerinosa e impastante. Vino parkerizzato o come Parker li voleva 20 anni fa. Oggi forse neanche lui ci crede più tanto.

FORLIVESE: conferme e sorprese. La conferma viene dai vini di Castelluccio e dal sentire il proprio cuore piangere per l'abisso stilistico dai vini che furono. Laddove a cavallo tra 1980 e '90, i vari Ronchi erano unici, riconoscibili, naturali nell'accezione più ampia, ora sono maschere, simulacri legnosi e torrefatti, caffelatte e menta, iperboli del vino modernizzato, idee che all'atto del bicchiere svaniscono e lasciano fumo. 
Sorprese dai vini biologici di Maria Galassi che coi 2007 cambia decisamente marcia e da quel filo di gas e gusto delle annate precedenti, innesta una quinta marcia sicura e senza sbandamenti. Specie col Sangiovese Riserva Nato Re: apprezzato fino a ieri dai fans della piacevolezza naturale del gusto a cui si univa però una bocca troppo sottile e lisa, questo 2007 aggiunge densità e trama tannica senza svilire le sue caratteristiche principali. Grande annata o cambio di registro? (nota 5).

BERTINORO: una delle culle storiche del vino romagnolo.
E già che siamo in clima di storicità, veronelli lodava la Fattoria Paradiso in tempi non sospetti (cioè quando a quasi nessuno fregava niente del vino di qualità): sembra che quella della storicità sia una specie di maledizione poiché anche qui le ultime annate soffrono di quel complesso di modernizzazione che produce vini costruiti, bloccati nella componente aromatica e che li gettano nel cerchio dei dannati vini mediocri.
Ben altro spessore per il vino sorpresa dello scorso, il Sangiovese Riserva Tre Pastori di Uva delle Mura: riassaggiata la 2004 che si conferma come uno dei grandi di Romagna, ergo d'Italia (qui davvero l'uva è avvertita massiccia e fragrante), si trova conferma con la nuova 2007, meno distesa e fragrante e con una nota legnosa appena fuori le righe ma sempre gustosissimo.


RAVENNATE: nella bassa desolata del ravennate, qualcosa si muove (partendo dai Burson di cui si parlerà prossimamente).
Come questo nuovo biotipo, l'Uva Del Tundè, oggetto di analisi ampelografiche e di vinificazione da parte di un paio di cantine. La prima è l'Azienda Agricola Sbarzaglia, che ne fa due versioni: Silente 2009 fa circa un anno in tonneaux di rovere il quale rovere si sente tutto, copre il vino e lo imbavaglia e lo omologa, di sicuro la calibrazione (e/o la necessità) del legno da rivedere; Sospiro 2009 è la versione in acciaio, acida e nervosa, con una forte componente vegetale e amara, e anche qui le future vendemmie serviranno ad individuare meglio quello che quest'uva può dare.
La seconda cantina è L'Azdora il cui Sangiovese presenta una volatile di rara intensità oltre ad altri difettucci, ma il cui Uva Del Tundè possiede una rusticità piacevole, una serie di odori animali non dissociati dal frutto e una morbidezza in bocca sorprendente, quasi l'opposto dei vini di Sbarzaglia. 


Arrivederci al prossimo anno. E occhio a non tagliarvi.



nota 1: per quanto la si possa criticare o manifestare dissenso, l'Enologica di sua gamberossità Giorgio Melandri è l'arca del vino romagnolo, il contenitore che attrae operatori del settore, il luogo dove ogni produttore disperato può vedere un barlume di speranza e ripetersi come un mantra "Venderò bancali di vino, venderò bancali di vino...", una potente e gioiosa macchina da guerra capace di farti ingollare (se si dispone di mano fredda, sputacchiera al proprio fianco e uno stomaco da bovino) ogni goccia di vino prodotta nel territorio romagnolo. E poi nei laboratori degustativi avrete la possibilità impagabile di insultare e/o abbracciare direttamente diversi giornalisti del settore mentre tentano di farvi capire cosa succede nel resto d'Italia e del Mondo.

nota 2: e naturalmente il comma 2 dell'articolo 1 è riassumibile nella seguente scena:
Uomo-Della-Strada: "Mi scusi, ma il vino sa di tappo".
Sommelier: "Si sbaglia, gentile uomo-della-strada, quello che lei percepisce come una interferenza del tappo è in realtà un piacevole odore di botte sporca unita a note di humus e vernice idrorepellente, sentori tipici in questo vino e vitigno".
U.-D.-S.: "Ma vede, io questo vino lo conosco e le assicuro che sa di tappo".
S.: "Impossibile. Lei fa disinformazione e terrorismo. Lei vuole denigrare il comparto vino e chi ci lavora. Lei vuole rovinare tutte le famiglie che vivono di vino. Il tappo non è un problema. Fissi per bene la mia divisa, si beva questo vino, riconosca i suoi peccati e si levi dalle palle."
U.-D.-S.: "..."
S.: "E poi questa è una riserva del 1980. Non è ancora pronta..."

nota 3: so che la facile ironia può essere un insano virus o una forma mentis capace di ridurre a brandelli ogni realtà, anche la più sana ed encomiabile. La guida Slow Wine, ad una prima lettura, pare un progetto editoriale serio (che certo era più che sospettabile data la, appunto, serietà dei personaggi coinvolti). Le schede paiono ben fatte nell'individuazione degli elementi da sottolineare nelle aziende. La volontà di visitare ogni azienda possibile è sicuramente il plus nell'approccio verso il vino. Molti vini segnalati escono dalle logiche decennali di altre guide e tendono una mano verso il movimento naturale. Epperò rimangono perplessità. Grafiche perché non è semplice individuare subito cosa a loro è piaciuto di più (e ho il sospetto che la cosa sia voluta, sia un sottolineare il distacco mentale verso la categoria voto, sia un dire "Si, certe cose ci sono piaciute più di altre ma non fissatevi sul singolo vino, leggete tutto). E, conseguentemente, perplessità di metodologia critica: se non lo si era ancora capito, io qualche votarello lo avrei gradito.

nota 4: siccome la Toscana è da sempre riferimento per l'espressione del sangiovese (leggasi, a tutti i romagnoli rompono le balle sulla presunta superiore capacità dei cugini d'oltre-appennino nel lavorare il sangiovese e, soprattutto, nello spuntare prezzi da oro nero), in questa edizione sono state invitate 3 cantine per, così dire, rapportarsi e meditare, e per la precisione le 3 cantine erano la Ruffino, la Melini e Dievole, e sulle sensazioni suscitate dai vini da esse presentati si potrebbe adottare una doppia scala di valore sensoriale, il legno in ogni sua espressione e la natura in ogni manifestazione di decadenza, e, come disse un mio amico riassumendo ed estremizzando leggermente,  parevano "Cadaveri in una bara di rovere". 

nota 5: la domanda non è capziosa e/o retorica. Si viene da un filotto di annate potenti, di uva maturate anche solo a guardarle e tutto ciò a portato ad aumenti di consistenze quasi generalizzate. Insomma, l'uva di ciccia ne aveva tanta e di acidità poca ma buona, di asprezze taglia-lingua sempre meno anche da parte di chi fa dell'asprezza il proprio marchio di fabbrica. Con la 2009 e la 2010 si torna ad annate più problematiche, da interpretare (cioè lavorando in vigna per tentare un equilibrio accettabile) se vogliamo o da reinterpretare (cioè, da conciare e rimediare tecnologicamente parlando). Perché qualcuno ha detto che la vera cartina tornasole del proprio lavoro è quando tutto va male.  

giovedì 4 novembre 2010

LE GRANDI DOMANDE DELL'UOMO MODERNO

Ahò, stasera dove mangiamo?
La domanda, nel mio caso, è spesso una domanda retorica, una sottodomanda con implicita una domanda ben più grossa: Stasera dove possiamo andare a mangiare in un posto che abbia una bella carta dei vini (aka discreta profondità, forte ricerca nel territorio e personalità nelle scelte che denota un ristoratore appassionato e che si sbatte per cercare le cose, magari perché a lui (cioè il ristoratore) magari piace il vino; e prezzi corretti [nota 1]), la giusta dose di informalità che non sfoci nella sciatteria, un oste che ti metta completamente a tuo agio e che, magari, non ti serva il vino in quel crimine-verso-l'umanità che sono i bicchieri da Barolo (quei bicchieri tondi tondi che tendono a ridurre l'area olfattiva ad un micron)?
La risposta a questa domanda spesso è automatica e pronunciata all'unisono: Noè a Faenza (non ha sito web e forse neanche il fax, perciò l'indirizzo è Corso Mazzini 54, e il tel. è 0546-660733). Il titolare è Andrea Spada, eterno giovane che quando era veramente giovane è stato anche miglior sommelier d'Italia. Ma dei sommelier tradizionali ha ben poco preferendo al loro usuale stile dadaista nella descrizione dei vini, un'approccio diretto e preciso che parte dal "Mi piace o non mi piace" per poi empaticamente discutere con te sul perché gli piace, chi lo produce etc etc. Insomma, un uomo che gira, si informa, promuove le realtà che gli piacciono e a cui piace parlare di vino. Un uomo appassionato.
Da Noè si mangia dal discreto al buono, si spende il giusto (concetto mooolto relativo ma il menù sta sui 30 euro e le bottiglie hanno ricarichi commoventi) e se Andrea vede che siete curiosi, vi sbicchiera quasi qualsiasi cosa e ascolta il vostro parere (cioè, lo ascolta sul serio). Organizza un sacco di roba (ad es. il 15 novembre c'è il sardo Dettori), è imbazzato (termine di dubbia origine romagnola il cui significato si potrebbe riassumere in "ha molte conoscenze" ma in senso non deteriore) con produttori, giornalisti, agricoltori. 
E così ora sapete come si è risolta qualche sera fa la domanda "Ahò, dove mangiamo?".
E riguardo la seconda e più complessa domanda ("Che se beve?) eccovi la risposta:

(immagine tratta da Blog&Wine)
Albana Fiorile 2008 e Riesling Ciarla 2009 (Fondo San Giuseppe): nuova azienda di Brisighella. Il titolare, Stefano Bariani,  ha acquistato dei terreni vitati da Vigne Dei Boschi e ha iniziato a produrre dei bianchi. Biodinamico, emergente e con l'Albana ha pure preso il premio come vino-slow. E da essa cominciamo. In etichetta 15,5° ma questa è un'uva che i gradi li fa se spinta a giusta maturazione. Colore vicino al miele con un accento ambrato lungo i bordi. Naso potente con le classiche riconoscibilità del vitigno (buccia di pera, mela zuccherina), appena squilibrato nella pungenza alcolica. E bocca che riverbera quella pungenza e poi si distende, anche troppo per quello che si dimostra come il maggior limite del vino: una placidezza che sfocia quasi nella mollezza, una mancanza di dinamicità che gli fa perdere qualcosa in complessità. In sintesi, prodotto piacevole e muscolare senza quello sprint di profondità. 83/100. Il Riesling parte con una marcia diversa. Niente di ostentato e potente. Colore non carico ma acceso, naso intensissimo con note agrumate e un leggero rimando agli idrocarburi. E bocca molto buona, con acidità non in esubero e sorsata molto calibrata. Meno grasso e definito, per fare un esempio in tema, del Riesling 16 Anime di Vigne Dei Boschi ma una bottiglia piacevolissima. 86/100.  


Bianco 2005 (Massa Vecchia): Vermentino e Malvasia Bianca di Candia. Siccome ce l'ha in catalogo Velier, vi rimando alla sua scheda tecnica. Da bravi toscani, i loro vini costano abbastanza (questo sui 35 euro in enoteca). Epperò capaci di grandi vini all'interno dei vini naturali, anzi dei vini tout court. Nessuna estremizzazione nella macerazione (20/25 giorni) anche se l'impostazione è da orange wine. Quindi colore assolutamente verso l'ambra e naso dalla complessità seducente (erbe aromatiche, dolcezza d'acacia, qualcosa di agrumato, frutta candita). La bocca è nella fantastica tradizione di questi vini: leggermente tannica, ampissima e senza asperità. Lo bevi e pensi a cos'è quella cosa buona che hai in bocca e intanto ti ritrovi a berne ancora. Come sempre, il braccio è più veloce della mente. 90/100 e qualcosa di più.

E poi la sorpresa della serata, una di quelle cosa che Andrea Spada tira fuori e ti guarda e sembra dire: "Se non le bevo con voi queste cose..."
Barolo Riserva Speciale 1961 (Aldo Conterno): pare sia stata una buona annata il 1961 in Piemonte. Il nostro simpatico 49enne in effetti non è ancora defunto. Colore non precipitato, discreto impatto al naso, anche della sapidità in bocca. Basta non chiedergli  di essere più di quello che è. Non è più (quasi) vino ma un'altra categoria, uno sherry stravecchio liso ma non crollato; è un'emozione legata all'età e al nome; è una bevanda che cede molto gradatamente nell'arco della serata e che innesca dei pensieri e delle riflessioni; è la bevanda più vecchia che ho bevuto in vita mia ed era ancora dignitosa. Ecco. Un dignitoso signore che ci racconta di quando da giovane andava a caccia, amava, viaggiava e che ora non può quasi più nulla. E che si ascolta con attenzione e rispetto. E che, si sarà capito, rientra nella categoria dell'ingiudicabile.






nota 1: per prezzi corretti si intende qualsiasi prezzo finale di vendita al tavolo che non abbia subito gonfiature speculative stile mutui subprime; esempio pratico, se un ristoratore ha pagato una bottiglia 10 euro + iva, la visione di una cifra tipo 24 euro sulla carta di suddetto ristoratore induce un vago senso di tristezza e un certo nervosismo. Proprio perché si è coscienti delle enorme difficoltà del periodo, della fatica per "tirare avanti la baracca" tra bollette e materie prime e affitti, quella dei guadagni sul vino dovrebbe essere una voce leggera e mobile. Ossia, come spiegano quei ristoratori che hanno visto la luce, il vino è una di quelle voci da far girare il più possibile, da promuovere con politiche dei prezzi aggressive (perdonatemi l'espressione da manager anni '80 stile Gekko in Wall Street) e ricarichi sui 30-40%. Il guadagno grosso si farà sul mangiare.