venerdì 12 novembre 2010

GIOVINBACCO REMIX: LA FORBICE DEL GUSTO

Conclusioni: può apparire singolare iniziare un post con le conclusioni e magari poi concluderlo con le premesse, ma preferisco fornire subito il succo della spremuta di idee che l'assaggio di un centinaio di vini nell'arco di 2 giorni mi ha procurato. E cioè che la forbice si sta allargando. Dentro di me e fuori di me. Quella forbice gustativa che mette da una parte i vini tecnici, legnosi e tessodermizzati, che dopo il primo bicchiere dici "Basta grazie, sono pieno" e chiedi un diger-selz, che poi ci ripensi e ti viene in mente che da qualche parte l'uva doveva pur esserci anche se al momento c'è la scritta "CHIUSO PER RISTRUTTURAZIONE", vini che a 2 ore dall'apertura hanno già il rigor mortis e ogni componente abbandona la barca e ognun per sé. Dall'altra parte i vini naturali, o pseudotali o che sembrano a tutti gli effetti tali al di là delle certificazioni, vini che magari hanno qualche difettuccio ma, per restare con una metafora in natura, insomma, è meglio una mela saporita col verme di una disegnata col goniometro che non sa d'un cazzo; vini che assecondano il palato come un grande sarto e che finiscono nello stomaco, il quale stomaco poi te li digerisce; vini dai contenuti aromatici capaci di trasportarti in un campo fiorito, in un suq di spezie, dentro un chicco d'uva matura; vini che reggono giorni aperti e mezzi scolmi e non si bruciano come vampiri al sole ma attraversano le stagioni.
Insomma, l'ho messa giù poeticamente dura e ovviamente la realtà presenta molte più sfaccettature. Ma la forbice si allarga. Non si possono usare mezze misure. Altrimenti ci si taglia.


Giovinbacco è una simpatica manifestazione che si tiene nella simpatica cornice del Pala De André nella simpatica cittadina di Ravenna nel simpatico mese di novembre.
E' giunta alla sua 8edizione. Organizzata da Slow Food, dura 3 giorni 3 (e qualche produttore si interroga da qualche anno sul perché non ridurla ad un numero di giornate compreso tra 1 e 3, diciamo circa 2) ed è incentrata sul Sangiovese con la simpatica novità di quest'anno della possibilità alle aziende di portare anche un altro vino.
Giovinbacco è una creatura strana. Strana innanzitutto per problemi di calendario. Dal 19 al 21 novenbre c'è Enologica a Faenza che è la manifestazione sul vino in Romagna (nota 1) e che quindi è, diciamo, l'Olimpiade romagnola e pone il simpatico Giovinbacco nella condizione di un meeting preparatorio. Ed è strana perché il fattore calendario unito alla marginalità della posizione di Ravenna (anche geografica, per molti è letteralmente una scocciatura arrivarci) unito al sovraffollamento di manifestazioni sul vino, fanno si che assomigli molto ad una fiera paesana da visitare in famiglia per farsi un aperitivo e mangiarsi una piadina.
Ma di cantine ce n'erano tante. E anche di piadine. C'era la possibilità di acquistare il vino il cui ricavato andava in beneficenza (ma solo Sangiovese e se ti piaceva un altro prodotto potevi tentare di dare appuntamento al produttore coraggioso in un vicolo buio). C'erano diversi produttori presenti coi quali scambiare quattro chiacchiere. C'erano tanti banchetti gestiti da sommelier nella simpatica divisa da pinguino che se facevi una faccia leggermente contrariata appena messo in bocca un vino recitavano il comma 1 dell'articolo 1 da "La Professione Del Sommelier": "Vede, questo è un Sangiovese del 1980, non è ancora pronto..."(nota 2). C'era la gara del Sangiovese Riserva 2007 vinta quasi d'ufficio come sempre da un vino minore, l'Amarcord D'un Ross della faentina TreRè (che di cose buone ne fa ma pensavo che l'essenza di una gara fosse decretare il migliore) e da un vino blockbuster, il Sangiovese Riserva Tempora 2007 di Altavita (di cui dirò dopo). C'era la presentazione della guida Slow Wine  e il tentativo di creare un diagramma rappresentativo della gragnuola di premi diversificati (vino slow, grande vino, vino quotidiano) e il tentativo di fare luce nella mia limitata e scolastica mente di come poter rapportare le cose in termini di punteggio (vino slow? più di 90; grande vino? circa 90 punti; vino quotidiano? bevi godi e spendi poco) (nota 3).
E c'erano vini buoni e vini medi(ocri) e vini pessimi. No, pessimi no, sarebbe necessaria quasi una suprema volontà per produrre cose cattive al giorno d'oggi.
Ecco una breve panoramica per zona:

FAENTINO: come sempre una delle potenze, un'armata con diversi generali con un unico obbiettivo: la qualità.
Costa Archi del buon Gabriele Succi si muove sempre da quella zona d'ombra critica (snobbato da Gambero o Espresso o AIS, lodato dal veronelliano Brozzoni) verso una luce più rassicurante che è la prova sul campo. Ossia, vini come sempre detonanti e apprezzamento di chi lo beve a mente sgombra. Qui aveva il Sangiovese Superiore Il Beneficio 2008 e la Riserva Monte Brullo 2006: il primo, migliorato esponenzialmente nel corso dei mesi, ha ora raggiunto una amalgama frutto/legno/acidità ottima, potente ma con una vena acida che porta freschezza e beva; il secondo è il super-romagnol di sempre, nero (si, giuro che il sangiovese può essere nero) glicerinoso e con estratti lattei, laccato il giusto e di un gusti infinito, pronto a bastonare toscani e consanguinei. E il 2007 in uscita sarà il nuovo impenetrabile, stordente monolite kubrickiano.
Paolo Francesconi, fresco dei premi slow (cantina e vino col Sangiovese Riserva le Iadi 2007), presentava il Sangiovese Superiore Limbecca 2008 e Le Iadi 2005, 2006 e 2007. Piacevole il primo, apprezzatissimo come sempre dal pubblico, in una buona edizione con le sue note primarie e un'acidità appena sopra le righe, vino che mai vuole porsi in consistenze elevate; Iadi 2007 che a qualche mese dall'ultimo assaggio pare aver raggiunto una compostezza e croccantezza di alto profilo, non ai vertici del meraviglioso 2004 ma comunque uno dei grandi sangiovesi romagnoli, una spanna sopra ai 2006 e 2005, problematici sia nella resa aromatica (in riduzione ed eccessiva evoluzione) che nella dimensione.
Ca' Di Sopra è a Marzieno (remember Zerbina?) ed è della famiglia Montanari. Sono giovani ed emergenti e le due cose, in questo caso, non sono negative. Presentavano il Sangiovese Crepe 2009 e il Rosso Ravenna Remel 2008. Il primo è il prodotto d'annata, quasi tutto in acciaio, un vino che punta tutto sulla semplicità aromatica e gustativa; 
il Remel invece è un uvaggio di sangiovese, cabernet e merlot e con la prima annata, la 2007, fece a modo suo il botto. 17,5 da L'Espresso e altri votoni sparsi. La 2008 è sulla stessa scia. E' vino quasi didascalico nella sua espressione di frutto e legno, nella sua compostezza bordolese con quel quid in più di dimensione che hanno i grandi romagnoli. Vino con un'espressività ancora un filo troppo tecnica, troppo precisina per fornirgli quella marcia in più. Però c'è uva, c'è materia, c'è cura e, per dirne una, mangia in testa a tutti i sanpatrignani del caso.
Gallegati: cioè, la cantina emergente del Gambero Rosso 2010. La cosa non si sa bene se abbia portato notorietà o meno e qualche soldino in più in cascina. Di certo lo stile dei vini è rimasto quello, muscolare toscaneggiante (nota 4). Il Sangiovese Riserva Corallo Nero 2007 è quasi sintomatico in ciò: materia tanta, maturità di frutto ma anche legno a laccare il tutto, a irrigidire olfatto e bocca. Intendiamoci, se la competizione è con questo genere di vini, il Corallo Nero si pone tra i top di categoria. Però la domanda che vale in generale è: come sarebbero questi vini curati come sono al massimo grado in vigna se venisse ridotto il manto legnoso?

CESENATE: zona alla ricerca di una definizione stilistica e dalle grandi potenzialità territoriali (ma in Italia c'è forse un 5% del territorio senza potenzialità). Interessante l'assaggio mirato per farsi un'idea.
Ecco la grande sorpresa della manifestazione: Azienda Agricola Guerra. Si trova a Borghi, nella valla del Rubicone. Il proprietario ha anche un agriturismo e imbottiglia da qualche anno. Buono il primo assaggio del sangiovese, vino di una certa potenza pur nei suoi squilibri di volatile e alcool. Poi un coup de coeur:
lo Syrah E' Nir 2009. E' Nir in dialetto significa "Il Nero", nome che già si palesa nel liquido violaceo e vivissimo nei toni. La prima nasata rivela una minima riduzione che tende a velare il manto fruttoso e foxy, quasi selvatico. Poi con l'aria questa membrana si scioglie ed inizia a sgorgare la placidità esotica dell'uva: il pepe, le spezie dolci, il frutto al momento della maturità. Siamo dalle parti del Rodano, sissignore, del naturale porsi senza troppi intermediari tecnici, dell'equilibrio come quadratura del cerchio. L'impressione di ritrovarsi un piccolo campioncino nato dove non ti aspetti. Azienda da monitorare e da andare a trovare (e lo Syrah da bere e ribere, dal sottoscritto acquistato nel famigerato vicoletto buio alla modica cifra di 9 euro).
La Cantina Bartolini fa tanti, troppi vini. Prodotti mediamente tecnici, senza difetti ma poco emozionanti. Belli senz'anima. Ma la zampata ogni tanto la piazza. Il Sangiovese Riserva Rocca Saracena 2007 zampetta eccome e mostra i denti. Ne avevo già parlato qui. A distanza di mesi conferma quanto di buono scritto. Materico e legnoso senza essere caricaturale. Tannico ma non duro.  Un vino anche tecnico nell'accezione più positiva del termine.
Villa Venti: nuovo tribicchierato col Primo Segno 2008. Qui aveva ancora il 2007 che così diverso dal 2008 non è. E non è ben chiaro cosa sia scattato nella testa di Cernilli & sons, cosa li abbia fatti innamorare (e so anche che entrare nella testa degli altri è compito da lasciare a chirurghi e jungiani). Il vino è buonino, simpatico, mediamente consistente, discretamente acido, primarimente fruttoso. Un vino senza particolari difetti e senza particolari pregi. 
Altavita si è buttata nel mondo del vino da poco. Cantina nuova, atrrezzature nuove e ha una sfilza di barrique belle nuove. E se hai speso un capitale per questa popò di roba, non devi usarla tutta? Ecco quindi il Sangiovese Riserva Tempora 2007. Che del vino legno ipertecnico ha tutto e, per non farsi mancare niente, ci mette anche una bocca glicerinosa e impastante. Vino parkerizzato o come Parker li voleva 20 anni fa. Oggi forse neanche lui ci crede più tanto.

FORLIVESE: conferme e sorprese. La conferma viene dai vini di Castelluccio e dal sentire il proprio cuore piangere per l'abisso stilistico dai vini che furono. Laddove a cavallo tra 1980 e '90, i vari Ronchi erano unici, riconoscibili, naturali nell'accezione più ampia, ora sono maschere, simulacri legnosi e torrefatti, caffelatte e menta, iperboli del vino modernizzato, idee che all'atto del bicchiere svaniscono e lasciano fumo. 
Sorprese dai vini biologici di Maria Galassi che coi 2007 cambia decisamente marcia e da quel filo di gas e gusto delle annate precedenti, innesta una quinta marcia sicura e senza sbandamenti. Specie col Sangiovese Riserva Nato Re: apprezzato fino a ieri dai fans della piacevolezza naturale del gusto a cui si univa però una bocca troppo sottile e lisa, questo 2007 aggiunge densità e trama tannica senza svilire le sue caratteristiche principali. Grande annata o cambio di registro? (nota 5).

BERTINORO: una delle culle storiche del vino romagnolo.
E già che siamo in clima di storicità, veronelli lodava la Fattoria Paradiso in tempi non sospetti (cioè quando a quasi nessuno fregava niente del vino di qualità): sembra che quella della storicità sia una specie di maledizione poiché anche qui le ultime annate soffrono di quel complesso di modernizzazione che produce vini costruiti, bloccati nella componente aromatica e che li gettano nel cerchio dei dannati vini mediocri.
Ben altro spessore per il vino sorpresa dello scorso, il Sangiovese Riserva Tre Pastori di Uva delle Mura: riassaggiata la 2004 che si conferma come uno dei grandi di Romagna, ergo d'Italia (qui davvero l'uva è avvertita massiccia e fragrante), si trova conferma con la nuova 2007, meno distesa e fragrante e con una nota legnosa appena fuori le righe ma sempre gustosissimo.


RAVENNATE: nella bassa desolata del ravennate, qualcosa si muove (partendo dai Burson di cui si parlerà prossimamente).
Come questo nuovo biotipo, l'Uva Del Tundè, oggetto di analisi ampelografiche e di vinificazione da parte di un paio di cantine. La prima è l'Azienda Agricola Sbarzaglia, che ne fa due versioni: Silente 2009 fa circa un anno in tonneaux di rovere il quale rovere si sente tutto, copre il vino e lo imbavaglia e lo omologa, di sicuro la calibrazione (e/o la necessità) del legno da rivedere; Sospiro 2009 è la versione in acciaio, acida e nervosa, con una forte componente vegetale e amara, e anche qui le future vendemmie serviranno ad individuare meglio quello che quest'uva può dare.
La seconda cantina è L'Azdora il cui Sangiovese presenta una volatile di rara intensità oltre ad altri difettucci, ma il cui Uva Del Tundè possiede una rusticità piacevole, una serie di odori animali non dissociati dal frutto e una morbidezza in bocca sorprendente, quasi l'opposto dei vini di Sbarzaglia. 


Arrivederci al prossimo anno. E occhio a non tagliarvi.



nota 1: per quanto la si possa criticare o manifestare dissenso, l'Enologica di sua gamberossità Giorgio Melandri è l'arca del vino romagnolo, il contenitore che attrae operatori del settore, il luogo dove ogni produttore disperato può vedere un barlume di speranza e ripetersi come un mantra "Venderò bancali di vino, venderò bancali di vino...", una potente e gioiosa macchina da guerra capace di farti ingollare (se si dispone di mano fredda, sputacchiera al proprio fianco e uno stomaco da bovino) ogni goccia di vino prodotta nel territorio romagnolo. E poi nei laboratori degustativi avrete la possibilità impagabile di insultare e/o abbracciare direttamente diversi giornalisti del settore mentre tentano di farvi capire cosa succede nel resto d'Italia e del Mondo.

nota 2: e naturalmente il comma 2 dell'articolo 1 è riassumibile nella seguente scena:
Uomo-Della-Strada: "Mi scusi, ma il vino sa di tappo".
Sommelier: "Si sbaglia, gentile uomo-della-strada, quello che lei percepisce come una interferenza del tappo è in realtà un piacevole odore di botte sporca unita a note di humus e vernice idrorepellente, sentori tipici in questo vino e vitigno".
U.-D.-S.: "Ma vede, io questo vino lo conosco e le assicuro che sa di tappo".
S.: "Impossibile. Lei fa disinformazione e terrorismo. Lei vuole denigrare il comparto vino e chi ci lavora. Lei vuole rovinare tutte le famiglie che vivono di vino. Il tappo non è un problema. Fissi per bene la mia divisa, si beva questo vino, riconosca i suoi peccati e si levi dalle palle."
U.-D.-S.: "..."
S.: "E poi questa è una riserva del 1980. Non è ancora pronta..."

nota 3: so che la facile ironia può essere un insano virus o una forma mentis capace di ridurre a brandelli ogni realtà, anche la più sana ed encomiabile. La guida Slow Wine, ad una prima lettura, pare un progetto editoriale serio (che certo era più che sospettabile data la, appunto, serietà dei personaggi coinvolti). Le schede paiono ben fatte nell'individuazione degli elementi da sottolineare nelle aziende. La volontà di visitare ogni azienda possibile è sicuramente il plus nell'approccio verso il vino. Molti vini segnalati escono dalle logiche decennali di altre guide e tendono una mano verso il movimento naturale. Epperò rimangono perplessità. Grafiche perché non è semplice individuare subito cosa a loro è piaciuto di più (e ho il sospetto che la cosa sia voluta, sia un sottolineare il distacco mentale verso la categoria voto, sia un dire "Si, certe cose ci sono piaciute più di altre ma non fissatevi sul singolo vino, leggete tutto). E, conseguentemente, perplessità di metodologia critica: se non lo si era ancora capito, io qualche votarello lo avrei gradito.

nota 4: siccome la Toscana è da sempre riferimento per l'espressione del sangiovese (leggasi, a tutti i romagnoli rompono le balle sulla presunta superiore capacità dei cugini d'oltre-appennino nel lavorare il sangiovese e, soprattutto, nello spuntare prezzi da oro nero), in questa edizione sono state invitate 3 cantine per, così dire, rapportarsi e meditare, e per la precisione le 3 cantine erano la Ruffino, la Melini e Dievole, e sulle sensazioni suscitate dai vini da esse presentati si potrebbe adottare una doppia scala di valore sensoriale, il legno in ogni sua espressione e la natura in ogni manifestazione di decadenza, e, come disse un mio amico riassumendo ed estremizzando leggermente,  parevano "Cadaveri in una bara di rovere". 

nota 5: la domanda non è capziosa e/o retorica. Si viene da un filotto di annate potenti, di uva maturate anche solo a guardarle e tutto ciò a portato ad aumenti di consistenze quasi generalizzate. Insomma, l'uva di ciccia ne aveva tanta e di acidità poca ma buona, di asprezze taglia-lingua sempre meno anche da parte di chi fa dell'asprezza il proprio marchio di fabbrica. Con la 2009 e la 2010 si torna ad annate più problematiche, da interpretare (cioè lavorando in vigna per tentare un equilibrio accettabile) se vogliamo o da reinterpretare (cioè, da conciare e rimediare tecnologicamente parlando). Perché qualcuno ha detto che la vera cartina tornasole del proprio lavoro è quando tutto va male.  

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