mercoledì 29 settembre 2010

PANEM ET CENSIS

Oggi mi faccio Censis. 
Attraverso rigorosissimi parametri scientifici di cui non sto a spiegarvi la complessità, ho condotto un'analisi del mercato del vino. I punti cardine di questa ricerca sono:
A) Da dove viene il vino;
B) Dov'è adesso il vino;
C) Dove sta andando il vino. 
Ho lanciato i miei Mastini della Guerra (cioè, io e qualche amico) ed ecco cos'è venuto fuori.
Riguardo il punto A), beh, è una cosa ben nota: la pratica enologica in Italia è millenaria, il Bel Paese delle mille divisioni e dei mille microclimi ad un certo punto si è industrializzato, certo un po' in ritardo ma poi questo ritardo è stata la scusa per un lanciarsi a fionda verso la modernità; il che, tradotto in enologhese, ha significato espianto di vecchie vigne, iper-produzione, chimica come se piovesse, quintali e quintali di uva per inondare il paese di vino. Salvo poi, ad un certo punto, capire che uno straccio di qualità andava fatto, si vedevano i cugini francesi fare un gran blah blah sui grand crus e il terroir e noi mica ci si poteva sentire più minchioni. Quindi siamo all'incirca nel 1980 e tutto un cercare vecchie vigne, un impiantare a densità spaventose, ad abbattere col napalm le rese, a deforestare Allier per farci barrique, a ricercare sua demiurgità l'Enologo; e mentre Sassicaia 1985 li menava tutti (nota 1), si iniziava a scoprire cosa poteva essere il vino, la bocca provava cose come la densità e l'equilibrio, nascevano le guide. Una gran festa, di classe e un po' cafona, in cui giravano i soldi e c'era tanta, ma tanta gente.
E poi si passa al punto B), il quale punto diciamo che è iniziato qualche anno fa e diciamo pure che è andato a braccetto con la Crisi; ossia, ragazzi, è stato bello finché è durato ma adesso sono finiti i dindi, chiappe strette e arrivederci a presto o forse a mai più. E così, se avete lavorato proprio nel bel mezzo di quella bolla euforica, vi siete ritrovati casse di vino, sterminate distese di Chianti e/o Barolo e/ Orvieto Classico, che ai vostri occhi sono migliaia di euri spesi e bloccati a prender muffa e occupare posto nelle vostre belle cantine, mentre la gente è sempre meno come numero e come capacità/voglia di spendere due soldi per del vino, squagliata come neve ai primi soli. 
Riassumendo: enotecari e ristoratori che hanno speso e spanto, ora hanno le cantine bloccate (una vissuta nota 2), con il timer fermo a 10 anni fa, spaventati da tutto quel vino che Dio solo sa come faranno a smerciare, chiusi in quel buco nero brutto e freddo che è la crisi economica (senza dimenticare le varie norme anti-alcool, che spingono ex-alcolizzati a non bersi neanche un Crodino prima di salire in macchina e di osservare con sguardo vitreo ogni etichetta con più di 12°).
Così eccoci sparati al punto C). Dove va il vino. E' qui che il vostro uomo-censis personale dovrebbe trarre uno straccio di conclusione. Perlomeno far confluire qualche dato, capire se qualche minuscolo movimento porterà ad una valanga o solo ad un assestamento. Da quel che ho capito: 
1) qualcuno si è fatto furbo. Ristoratori che abbassano i prezzi e stilano una Carta delle offerte (vecchie annate a prezzi quasi d'ingrosso per invogliare qualche curioso) e/o decidono di sbicchierare il più possibile. Enoteche che si trasformano in winebar o osterie, un'entrata nella ristorazione che diviene valvola di sfogo della cantina, più lavoro ma anche più guadagni. Enoteche che letteralmente svendono bottiglie che hanno da più di 10 anni sul groppone (una altrettanto vissuta nota 3) perché anche il magazzinaggio ha un costo.
2) le guide, la cui funzione di guida (appunto) è passata dallo stato solido al gassoso, vagolano nel buio: le loro uscite riguarderebbero  quel 5% (sono indeciso se il dato sia per eccesso o per difetto) della popolazione interessata al vino, del quale 5% un buon 80% non le compra e assiste ai vari premi con l'interesse di un televoto de L'Isola Dei Famosi (ecco una fatta di gossip nota 4).
3) siamo isole nell'oceano di internet. La caciara del 2.0 ha reso nevrotico chi scrive e chi legge (le due cose sempre più spesso si sovrappongono). Si è democraticizzato l'accesso all'informazione e si è spalmato il giudizio critico, allungato come una sfoglia infinita. Tu dici che Litrozzo (ad es.) è buonissimo; l'altro dice che fa schifo e manco lo userebbe per i riscacqui; e spesso non si capisce il perché e percome di uno e dell'altro. Si vaga in forum con la netta impressione di essere sempre quei 4 gatti che oramai parlano un linguaggio loro. Ed è che qui la nuova guida Slow Food  cavalca la tigre: siamo tutti stufi delle guide e dei loro punteggi cieloduristi? Noi siamo andati sul campo, ci siamo sporcati le mani e preferiamo le parole. Niente classifiche di fine anno: nel 2.0 non c'è capodanno ma un reset giornaliero.
4) il vino naturale s'è fatto trend. Ha circondato i vini industriali (senza accapigliarsi sulle definizioni, diciamo più tecnici) e tracciato un solco e messo un avviso: "Da qui non si torna indietro". Ha dimostrato che quella delle puzze e delle volatili è spesso solo una favola, l'orco cattivo per tenerti al tuo posto (bevete Radikon e di colpo dormirete belli pacifici, senza incubi e con la luce spenta). E se l'obiettivo è allargare quel 5% di gente con un'istruzione superiore sul vino, il vino naturale qualche argomento ce l'ha: digeribilità (il nuovo mantra) il vino come sostanza che non appesantisce la testa, che non si pietrifica nello stomaco, che pare assorbito in ogni poro e direttamente sudato; bevibilità, un tarlo subconscio che spinge a sorsate sempre più ampie, un cerchio a mano libera che si apre nella sorsata e si chiude nella deglutizione, equilibrio come parametro non minoritario; quadrimensionalità, perché ogni tanto capitano prodotti che sembrano inventare una dimensione in più, trasversale e capace di raddoppiare le sensazioni solite, mai esoterici ma più che mai terreni, vini che paiono scavare nella terra più che nel cielo, nuovi parametri di gusto come in Ogu di Panevino, come in molti bianchi macerati e...

E quindi? Dove va il vino? Stiamo ancora elaborando i dati.




nota 1: della serie Italia contro Resto del Mondo: si fa qui riferimento ad una famosa degustazione globale dei premier crus bordolesi 1982 e 1986 in cui Sassicaia fu inserito come vino pirata e decretato come il migliore e susseguenti borbottamenti e oohhh di meraviglia una volta svelata la bottiglia.
nota 2: provate a fare un bel giro tra scaffali e carte dei vini di locali storici: sembra possibile stabilire quasi il giorno in cui hanno smesso di comprare vino (ad esempio, una sfilza di Barolo 1999 un indizio lo dà) e percepire ancora l'elettricità nell'aria in quei giorni felici dei "Se compri 12 Solaia, allora devi prendere anche 120 Orvieto Bianco e 60 di olio", olii e orvieti che ancora vi guardano immelanconiti. E' altresi vero che non tutti questi locali sono in queste condizioni: quelli con carte costruite con una certa personalità, che non hanno subito passivamente gli assalti dei rappresentanti ma hanno cercato un personale percorso del gusto fatto di assaggi e curiosità; e quelli che hanno trovato il modo per sbloccare le cataste di vino, e di questo si parlerà nel punto C).
nota 3: capita che di recente a Bologna ci si imbatta in enoteche storiche (cioè, delle vere potenze negli anni '90 e inizio '00) con vini scontati anche del 50% (50%!) mentre i proprietari sbuffano e raccontano con una leggera aria da rottura-di-palle che devono liberare il magazzino e che se anche ci rimettono qualcosa, perlomeno non dovranno più subire la pena di vedere sempre le stesse etichette.
nota 4: nella giungla dell'informazione telematica non esiste pruderie ed è già cominciata la stagione dell'impallinamento del Gambero Rosso. Tanto per restare nel locale (mio), la lista dei 3 bicchieri è la solita litania di San Patrignano, Tre Monti, La Palazza, Zerbina etc.. e qualche outsider e qualche sangiovesino-ino-ino (rispettosamente il Primo Segno 2008 di Villa Venti). E scordati all'autogrill in quella gita premio che sono i premi, i vari Francesconi, Campiume, Bragagni, Costa Archi e altri che forse una cosa o due l'avevano da dire.

venerdì 17 settembre 2010

L'IMMIGRATO

Ciao, mi chiamo Franco e sono siciliano. Siciliano dell'Etna. La Montagna, come la chiamiamo noi. Per anni ho lavorato nel mio paese importando birra. Io amo la birra. La birra mi emoziona. Cioè, certe birre. Così ho iniziato a girare. Volevo capire come si facesse, chi erano gli uomini che la facevano. Volevo vedere dove nasceva. Poi mi sono deciso. Ho trovato un posto meraviglioso, del luppolo stupendo e mi sono trasferito. In Belgio. Sembra assurdo, vero? Un italiano che va a fare la birra in Belgio, in casa dei migliori produttori. Però avevo le mie idee. Volevo lavorare naturale e pulito. Volevo cercare di far esprimere a quel territorio il meglio possibile. Senza compromessi. Ho fatto prove, ho commesso errori, qualcuno beveva le mie birre e mi guardava storto. Ma poi. Ma poi tutto piano piano ha cominciato ad andare meglio. Le birre piacevano sempre più. La gente ha cominciato a volermi bene. E sono diventato più belga dei belgi. E' non è un lieto fine?
Questa è una storia vera o simil-vera. Basta invertire i paesi, mettere vino al posto di birra, e chiamare il nostro uomo col suo vero nome: Frank Cornelissen.
Perché il nostro Frank lavorava come importatore in Belgio appassionandosi negli anni a certi vini, naturali o bioqualcosa, comunque diversi e il nostro Frank ha poi deciso di andare in giro a vedere chi e come si facevano questi vini girando mezza Europa con spirito pragmaticamente (si fa per dire) nordico e il nostro Frank alla fine si è deciso a prendere, pur avendo tutta l'Europa a disposizione, un appezzamento proprio su di un vulcano discretamente attivo, in una zona dove, diciamo, ti fai una certa idea del vero significato dell'espressione Potenza della Natura
Il nostro Frank inizia così questa avventura nel 2000 nei 12 ettari della sua tenuta di cui 8,5 a vigneto ad alberello e il nostro Frank ci dà tutti dettagli sul suo sito
Al nostro Frank devo delle scuse perché nel corso degli ultimi 3 anni ho sentito i suoi vini in varie manifestazioni e non mi sono mai piaciuti troppo, diciamo che li trovavo sottili ed esili come un filo di seta pur apprezzando l'impostazione del sapore, eppoi, all'improvviso, una sera li ho bevuti e sono stato colto da un rapimento mistico, per cui alla fine col nostro Frank forse non è una questione di scuse riducendosi la cosa al fatto che forse non ero pronto io o non erano pronti i vini e avevo cominciato ad ignorarli e quasi a snobbarli anche in posti come le enoteche francesi che parevano invase dai prodotti del nostro Frank o in blog di amici
Così sono debitore, se non al nostro Frank (che non conosco personalmente ma che giuro un giorno andrò a trovare a costo di scavalcare a balzi tutte le colate laviche di sua maestà l'Etna), perlomeno ai suoi prodotti di un tentativo di descrizione dell'estasi (laicamente) mistica per completare il mio salutare bagno d'umiltà. 

  Partiamo allora dal vino più semplice: Contadino 7. Che sta per il settimo anno di produzione e viene dalla vendemmia 2009. E' un assemblaggio di varie uve locali, bianche e nere. Tutto quello che non va nelle selezioni, viene messo qui. E lavorato nello stesso modo. E lavorato è una parola grossa. Qui la parola d'ordine è non-intervento. L'uva viene solo seguita, curata, niente viene spruzzato. mai e poi mai. Viene messa in giare di terracotta a macerare per mesi. E poi in bottiglia. Stop. E il prodotto arriva da noi. Ed è come se un pezzo di terra arrivasse sulle nostre tavole. Nel bene e nel male. Benissimo in questo caso. Ma c'è un'avvertenza: qui i parametri impazziscono, vanno fuori scala. Se tutti nella testa abbiamo il nostro bravo compitino fatto di sapori creati dall'esperienza, di sicurezze e paletti messi lì a rassicurarci, a dirci che le cose sono fatte così; se ciò che conosciamo come vino, e soprattutto come grande vino, è mediamente schedato, riconoscibile, riconducibile a qualcosa di già bevuto ed in grado di emozionare laddove spinge i parametri in alto; se è così per tutti, per quanto si possa essere aperti mentalmente, allora questi vini vengono a scuotere dalla pigrizia, a ripercuotersi nei nostri sensi come un canto ancestrale. Ecco, ancestrale. Che è un'amplificazione del concetto veronelliano di contadino. E' un concetto che ho già affrontato in vini come il Litrozzo Bianco de Le Coste: lo scavalcamento del gusto come lo abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa, scavalcamento che assume la forma di una parabola impazzita producendo sensazioni che portano ad un futuro gustativo passando dal passato; come se questa parabola spazzasse via ogni nebulosa fra uva e vino, ogni fumosità simil-industriale (chimica in campo e cantina, legni piccoli e nuovi, acidificazioni e quant'altro), per porgerci un prodotto dalla semplice (non semplicistica) definizione. Bevibilità pazzesca. Questi prodotti ridefiniscono l'idea di vino, operano una frattura evidente tra prima e dopo. E questa frattura provoca lacerazioni, dibattiti i cui toni vanno dal dubbioso all'incazzato forte. Questi vini possono dare fastidio, non (solo) nel senso di interessi toccati, di annusamenti di mode destinate a sciogliersi col primo sole ("Tutti dietro al vino naturale adesso perché è in"): danno fastidio perché chi ci si appassiona, dopo fatica a tornare ad altri sapori, continuerà a bere altre cose, è naturale, e magari ad apprezzarle; ma sapendo che l'emozione è da altre parti. Niente ricerca di sapori insoliti, niente stadio-finale-del-degustatore-annoiato. Al contrario. Ritorno a sapori che più familiari non possono essere, moti quasi inconsci di piacere. Vini che scendono trasmettendo tutto il trasmissibile, che ci conducono ad una nuova frontiera per poi rendersi conto che abbiamo girato in tondo e la frontiera è casa. Come in Corman McCarthy.
Uscendo dal pistolotto a tratti mistico, com'è il Contadino 7?
Ha un colore accesissimo, un succo di fragola leggermente annacquato. E gli odori sono primariamente bucciosi (soprattutto pera) e con note di terra e una leggera pungenza da CO2. E la beva pare inarrestabile, senza liscezze eccessive ma appena rugosa da tannino mai urticante. Chiaro, siamo a livelli di consistenza non eccelsi. Ma tutti gli altri parametri amplificati lo portano nella sua dimensione più giusta: un grande vino da tutti i giorni. Nel senso che ne vorresti bere sempre e hai proprio, ma proprio, la sensazione che di una cosa così non ti stancheresti mai, anche a comprarne 360 e aprirne una al giorno. 85/100.


Munjebel 6: solo Nerello Mascalese, un taglio di 2008 e 2009. Un mix micidiale di freschezza e complessità. Una materia viva e cangiante, con continue evoluzioni nel bicchiere ma senza cedimenti ossidativi. Una dolcezza che mai lo rammolisce, mai si dissocia dal resto, che ricorda uva aromatica matura. Speziature a go go che non coprono il frutto ma ne sono parte fondante. Nulla pare aggiunto, nessun elemento che si dissoci dal resto, ma solo un lavoro sinergico tra alcool, estratti, tannini, acidità. La rusticità (nel senso di schiettezza e comunicatività non borghese) portata ai massimi livelli espressivi. Dimensionato ed equilibrato, nuovo/antico nel frutto. Un grazie al nostro caro Frengo e, umilmente, un 94/100.

giovedì 9 settembre 2010

IL BALLO DELLO STAPPO

Oppure intitolantesi "A l'amour comme a la guerre".
Ai primi letarghi post-estivi pare da sempre corrispondere una convulsa ricerca di novità, un bulimico accaparramento di bottiglie, una specie di tic nervoso che mi fa ripetere logorroicamente "Che c'è di nuovo?  Eh? Che c'è di nuovo?"
Iniziano le grandi manovre, il mondo è la mia ostrica e lasciate che le bottiglie vengano a me e gli euri da loro (gli enotecari e produttori). Le foglie ingialliscono, i cieli ingrigiscono e tra poco escono le guide chissà quanto ingrigite pure quelle (nota 1). Gianfranco Fini dice che il 2010 non sarà l'anno dell'Ego di qualcun'altro e Gianfranco Fino dice che il 2010 sarà una grande annata di Es (e il 2011 promette bene).
E allora, che c'è di nuovo (anzi, d'antico)?

Montepulciano d'Abruzzo Mazzamurello 2007 (Torre Dei Beati): piace tanto a Rizzari e Gentili  (e non solo) che han dato alla 2005 e 2006 punteggi stratosferici (18,5/20 poi mutato in corso d'opera). E' fatto a Loreto Aprutino (remember Valentini?), se ne sta 22 mesi in barrique nuove e 12 mesi in bottiglia. E, in effetti, in quei 22 mesi un accenno woody viene passato al vino. L'effetto caffellatte. Colore inchiostro come da manuale del Montepulciano e densità ai massimi livelli. Bocca fumosa, col frutto ancora contratto dal legno in esubero. Quasi un vino old-style se non fosse che quell'old è riferito a tipologie che solo 4-5 anni fa mi (ci?) piacevano tanto. E che tuttora, se l'espressione è questa, è in grado di dare molte soddisfazioni. Vino dove tutto è sforzo verso la maturità e la concentrazione, tutto spremuto per raggiungere l'essenza di quelle uve. Vino che pur nell'esasperazione dei legni, riesce a mantenere una buona dinamica in bocca, una sorsata bilanciata tra tannino e dolcezza d'alcool. Della serie: non è il vino che sogno, ma ce ne fossero. 88/100 (o Rizzarianamente 16/20).

Soula 2008 (Casot des Mailloles): vin de garage del Languedoc. Ergo, proprietario stravagante, piccola produzione, tutto bio, prezzi alti (45 euro). 100% Grenache Noir. E 90% di puzza. Puzza animale, stalla, humus; e un sottofondo dolciastro da zucchero caramellato. Un blocco intensissimo e cupo, come se gli odori fossero chiusi in una scatola che lascia solo presagire masse di frutta matura. Il tatto è denso. Una beva fatta di piccole scontrosità (un alcool appena sopra le righe, tannini presenti ma ben amalgamati) ma pienamente soddisfacente. Un vino di virtuose ricerche di eccellenza nell'ambito della naturalità da sconsigliare a chi non sopporta un po' di tanfo selvatico. 87/100.

Vinsobres La Papesse 2008 (Domaine Gramenon): uno degli ultimi arrivati di madame Aubery-Laurent. Sempre Grenache come le sue mitiche cuvée La Meme e A Pascal. Solo in un terreno più a nord e con vigne più in alto (circa 600 m.). Quindi l'inconfondibile stile Gramenon con qualche decisa variazione sul tema. L'esoterica piacevolezza dei suoi vini qui subisce delle rifrazioni, delle increspature. La materia si rinserra o, meglio, si mostra nella sua trama leggermente più grossolana; dove La Meme è seta finissima, qui appare cruda. Vino più muscolare, tannico, rigidamente nordico, mantenendo però l'impostazione fruttato-floreale e la scorrevolezza di beva marchio della maison. Grande variazione sul tema della Grenache da chi ha prodotto dei capolavori. 90/100. 


Les Glaneurs 2008 (Les Foulards Rouges): una Grenache del Languedoc. Un produttore emergente che lavora sulla purezza di frutto, sulla bevibilità, sull'equilibrio. Piccoli Gramenon crescono, insomma. Questo è il vino base (diciamo così anche se fa solo due vini rossi). E il bicchiere conferma quello che si dice di lui. Frutto, frutto e ancora frutto, reso ancora più inebriante dai rimandi floreali. Bocca di discreta dimensione e, soprattutto, rotonda, goniometrica. Nell'arco della serata non cede un millimetro del suo potente esalare fiori e frutta. Categoria: vini in surplace. 85/100.

nota 1: non è che l'ingrigimento sia un auspicio o un sparare sulla croce rossa, e neanche ci si vuole infilare in quel gorgo senza fine che è il dibattito sulla crisi dell'editoria cartacea presa dal web a schiaffettini (ma tanti schiaffettini fanno uno schiaffone); è che paiono davvero esserci due velocità di assimilazione della realtà e, spiace davvero dirlo, la critica istituzionalizzata, che opera all'interno di riviste e/o guide, è quella rimasta indietro a cercare di capire dove e come recuperare il terreno; ossia, spiace avvertire ogni anno quella sensazione di occasione persa alla lettura delle guide che dovrebbero e potrebbero essere dei grandi veicoli di critica enoica; spiace dover cogliere segnali di cambiamento nella visione critica solo in qualche piccola segnalazione, in un 3 bicchieri o 5 bottiglie infilatosi di straforo tra le ammiraglie abbonate ai premi; e spiace vedere sempre più gente fottersene bellamente delle guide ed eccitarsi (anche giustamente) per le sovrastimolazioni che offre il web (in parallelo, è come assistere al disfacimento del PD come rappresentante della sinistra e una cosa è gioire dello smontamento di quello che potrebbe e dovrebbe esserne il più grande contenitore, un'altra è immalinconirsi e dispiacersi per l'occasione persa). 

giovedì 2 settembre 2010

NUOVI SUPEREROI: DARD & RIBO

Batman & Robin possono tornare alle loro mascherate neo-gotiche. Superman può anche andarsene dalla De Filippi a impressionare tutte le troniste del caso. Diabolik, sgomma lontano e portati via quella shampista di Eva Kent.
Ci sono dei nuovi eroi in città. Non hanno super-poteri, le loro tute sono due salopette blu e vengono per salvare il mondo dai vini brutti e cattivi. 
Il loro nome è Dard & Ribo. Vengono da Mercurol, Rodano del nord, un paese piccolo piccolo nello strano pianeta Terra, e combattono la loro battaglia a colpi di uva, rame e zolfo e qualche botte. Il loro nemico mortale è il Dottor StranaChimica, una misteriosa entità che vaga nei vigneti e nelle cantine di tutto il mondo impossessandosi della mente di contadini e viticoltori. 
Jean-René Dard e Francois Ribo (discretamente importante nota 1) iniziarono la loro avventura insieme nell'anno intergalattico 1980 con un piccolo vigneto e subito iniziarono ad applicare le loro idee non-interventiste decisamente di un altro pianeta all'epoca. L'imbottigliamento vero e proprio ebbe inizio con l'annata 1984 e da allora acquistarono o presero in affitto altro terreno sino a raggiungere gli 8,5 ettari attuali (con 0.5 in affitto). Da allora è stato un crescere discreto e costante di notorietà fatto di innamoramenti folli da parte di chi sentiva i loro vini a cui erano affidate le loro parche strategie di marketing. E la  formula è rimasta pressoché immutata nelle sue basi principali: solo rame e zolfo in vigna; nessuna aggiunta nella trasformazione dell'uva; nessuna macerazione carbonica o a freddo; uso quasi nullo di SO2 in cantina. Partendo da queste basi, il resto è un aggiustarsi a seconda dell'uva che arriva in cantina. Uva che può essere diraspata (come nel 2009 con chicchi molto piccoli e poco succosi) o meno e poi  messa a fermentare in tini di legno aperti fino a 20 giorni, anche qui senza una ricetta precisa, si assaggia e si decide. Poi tutto viene spostato in barrique (usate) dove vengono poi travasati solo una volta nei 12 mesi (in genere) di permanenza. L'idea della ricetta-non-precisa si applica anche in un approccio non talebano verso la SO2: comunemente non ne aggiungono nei rossi e pochissima nei bianchi, ma anche qui tutto varia a seconda dell'uva che arriva in cantina e dei continui assaggi. Ecco, sentendo quello che dichiarano viene fuori l'idea di gente che segue maniacalmente ogni fase, che assaggia e si informa, che monitora costantemente i loro prodotti (nota 2) per andare vicino ad ottenere quello che vogliono nel rispetto di quello che Natura ha dato. E la grande domanda allora è: cosa cacchio vogliono fare Dard & Ribo (poco seria nota 3)?
Vogliono fare dei vini che si bevano, non dei vini da esposizione (verrebbe da dire, non dei vini grandi ma dei grandi vini). Partono e ritornano sempre al concetto che il vino è fatto per essere bevuto e goduto per quello che è, senza esibizioni muscolari. E significativo ed esplicativo di questa filosofia è quello che dicono delle degustazioni a cui prendono parte: e cioè che capita che i loro vini vengano criticati, che altre bottiglie appaiano più esuberanti e/o massicce, ma che alla fine della giostra le loro bottiglie sono quelle con meno vino rimasto.  E altrettanto e significativo ed esplicativo (e sorprendente per dei francesi) è come pensino al vino non come a qualcosa da conservare e aspettare e sul quale fare assurde previsioni di durata, ma come un prodotto gourmand, da godere subito, hinc et nunc
Così, mentre io godo a sentire queste parole, andiamo a tastare il godimento del loro vino:

Crozes-Hermitage Les Blancs Des Baties 2006: da uva Roussanne. Les Baties è un cru in parte piantato a Syrah. Solitamente vendemmiano prima i rossi dei bianchi (e sono gli unici in zona a farlo), a dimostrazione dell'attenzione che hanno verso questa tipologia. Questo 2006 ha una discreta densità al colore, un giallo dorato con una leggera viratura verso il rame. Al naso la prima nota che esce è un floreale molto disteso, quasi dolce, e poi frutta matura. Il legno si avverte ma rimane quasi in sottofondo, ben calibrato. La bocca si arrotonda e finisce con un'acidità marcata ma non disturbante. Ottimo vino ma a mancare è quello sprint in più olfattivo, quella progressione verso una complessità che ne farebbe un grande vino. In vili numeri, 88/100.

Saint-Joseph 2008: la 2008 è stata un'annata difficile. In vigna e anche un incendio in cantina che ha distrutto 3000 bottiglie di Hermitage. E quindi vini meno potenti del solito, più giocati sulla finezza che è poi il loro marchio di fabbrica. Finezza che qui riacquista un senso intendendosi con raggiungimento del massimo equilibrio e purezza di frutto possibile. C'è tutto dello stile Dard & Ribo con lo syrah: esplosività olfattiva (turbo-frutto e speziatura non legnosa ma dell'uva); suadenza in bocca, la seduzione della nonchalance, di chi non fa nulla per apparire ma che magicamente diventa maestro d'eleganza. E se anche la consistenza non è ai massimi, noi con questo bobo ci passeremmo tutta la sera. 90/100.

Crozes-Hermitage 2007: grande annata. Qui lo stile Dard & Ribo viene esaltato, spinto in orbita in ogni componente. Tutto è moltiplicato: l'odore maestoso mix orientale di spezie e frutta; il sapore che entra nella sfera denso/non denso, una percezione tattile lattiginosa eppure mai invasiva o frenante. Un sapore che ti rimane in bocca e che a distanza di ore rimane formato in bocca e in testa, come se avessi cercato a lungo una parola che non ti veniva e ora che è lì, che sei riuscito a pronunciarla, godi anche solo nel ripeterla. Se il concetto di bevibilità è mutabile e mutante, qui intanto un paletto è stato posto. 96/100.       



nota 1: molte delle informazioni su di loro sono un mix di ciò che mi disse Gianmarco Antonuzi, mister Le Coste, e di questo ottimo blog di un fotografo francese che scrive in inglese  e che se ne va a zonzo per Parigi e la Francia a bere e magnare e si, muoriamogli dietro di invidia. 
nota 2: inoltre monsieur Dard dice che "Fare vino è come lavare i piatti di continuo", ossia ore e ore a pulire attrezzi, vasche, botti proprio perché lavorando senza additivi e quasi senza SO2, è fondamentale creare un ambiente massimamente igienico, al massimo della pulizia. Pulizia che poi si andrà a riscontrare nei loro vini e che effettivamente andrebbe fatta sentire a coloro i quali associano spesso vino naturale=puzza. 
nota 3: bisogna ammettere che anche solo il loro marchio (Dard & Ribo) suona alla perfezione, è breve e ritmico e rimane impresso e pare studiato a tavolino da un branco di rampanti copywriter pubblicitari; tanto che, se mai dovessi mettermi a produrre vino, cercherei un tizio dal cognome breve e insieme faremmo una strepitosa Bucci & ....