martedì 29 marzo 2011

DI COME DA 6 FRANCESI SIAMO FINITI AD UN ITALIANO E IN QUALCHE MODO SI E' CHIUSO UN CERCHIO

E' successo che nell'arco di una settimana, per quella serie di strane coincidenze di cui ci fa dono la vita, si siano sgranocchiati come crackers alcuni vini francesi collocati oramai nella mitologia (chi prima, chi dopo), in una mia personalissima mitologia rientrante, però, in quello che definirei come patrimonio dell'umanità o vino transgenerazionale o capace-di-unire-l'umanità-in-un-caldo-abbraccio-amoroso.
Insomma, dei vini che, nella loro più o meno breve storia, hanno dimostrato di piacere proprio a tutti, a quelli che cercano l'equilibrio e l'esaltazione del frutto, a quelli che vogliono dei muscoli e sapori lunghissimi, a quelli che (dicono) di capirne poco ma ci mettono un secondo a dire che quella roba che gli hai messo nel bicchiere manco la userebbe per sfumare una scaloppa.
Vini che di solito portano la primavera anche quando fuori ci sono -10° e il sole sembra un qualcosa che dovrebbe stare su nel cielo ma adesso non me lo ricordo più tanto bene.
Vini che sono la Francia, una Francia, iperbolica nella messa in scena di se stessa e di ciò che rappresenta, charmant con nonchalance, capace di bellezze abbacinanti la cui ostentazione è ridotta a zero, variopinta come un immaginario alla Amélie eppure discreta nell'approccio. Una Francia che non è tutta Sarkozy.

Poi è arrivato l'italiano. Cioè, alla fine di queste Marianne e di tante considerazioni e di bocce quasi finite, all'ultimo secondo dell'ultimo minuto dell'ultima serata di questo tourbillon, è apparso in un fenomenale coupe de theatre (giuro, è l'ultimo termine francese che uso-nota 1), in una nuvola di polvere magica, un signorotto italiano e ha fatto TA-DA! e si è lanciato come un Frecciarossa contro i TGV. Perché l'Italia non è tutta Berlusconi.

Ecco. Una storia si può raccontare anche dal finale e poi tornare indietro. Oppure dal mezzo e magistralmente saltare tra inizio e fine, destrutturarla e ricomporla come un maestro bizantino. Ma no. Partirò dall'inizio e farò anche uno schemino. Benedetta tassonomia come mi diceva il mio professore all'università (maledicendo l'ottusa normativa che impedisce di sbattere il righello sulle nocche degli studenti).
-Elementi Generali Fondamentali. 
Tutti i vini sono rossi. Tutti i vini rientrano nella categoria Naturali (pur con qualche distinguo). Tutti i francesi sono 2009, quindi appena usciti. L'italiano no. I francesi sono del Rodano. L'italiano del sud. I partecipanti erano tutti in discreta forma e mediamente eccitati dalla batteria d'assaggio.
-Andiamo Finalmente Nello Specifico.
I francesi erano 3 vini del Domaine Gramenon e 3 di Dard & Ribo. L'italiano ve lo dico dopo, così, tanto per scocciarvi un po' e per riproporvi le condizioni di sorpresa presenti nella serata della degustazione.
-Breve Descrizione Dei Produttori (Con Eventuale Rimando a Link). 
Domaine Gramenon è la creatura di Michelle Aubery-Laurent. Circa un anno fa scrissi qui di una verticale di cui mi pare di sentire ancora il sapore in bocca (e di vino in bocca ne è passato da allora). Nei suoi vini assume un senso compiuto il termine finezza: materia densa che viene smussata in ogni angolo da un equilibrio vertiginoso; espressione aromatica di variegazione unica, floreale e fruttata senza cadere nel caricaturale (Luca Maroni direbbe "Straordinaria novità del frutto Grenache"). Un riferimento totale oggetto di caccia di appassionati (o adepti). In Italia grazie a Velier o nel mondo in ogni posto illuminato.
Dard & Ribo sono stati definiti Nuovi Supereroi. Ovvero, come prendere dell'uva Syrah e togliere di mezzo le cazzate (o cut the crap all'inglese) e metterne in bottiglia solo la pura essenza. Ecco: purezza. Di frutto, d'espressione. Più giocato sull'acidità rispetto a Gramenon. Talmente puro che induce ad una beva distratta fino al fondo della bottiglia. In Italia grazie a Les Caves De Pyrene, però mettete giù il telefono, assegnazione di bottiglie ridicola e già finita. Sennò c'è sempre il mondo e internet.
-Dove L'Effetto Sorpresa Sento Che Potrebbe Alla Lunga Annoiare e Rivelo l'Italiano.
Montepulciano d'Abruzzo 1990 di Valentini. Dare informazioni su Valentini per chi sa qualcosa di vino è come andare al Vomero e iniziare a dire chi è e che cosa ha fatto un tale Maradona. Aggiungo solo che qui Storia e Gusto vanno a braccetto, che il grande Edoardo (scomparso il 30 aprile 2006) iniziò ad occuparsi dell'azienda dagli anni '50 e il figlio Francesco continua a tener dritta la barra verso la qualità, che bisognerebbe girare con la t-shirt Loreto Aprutino Rules! (ossia all'incirca Loreto Aprutino Nr. 1!). 
-E Adesso Si Va Ancora Più Nel Dettaglio. Ossia, La Degustazione.

Cotes du Rhone La Sagesse 2009 (Domaine Gramenon): Grenache da vigne di 60 anni, fermentato e macerato per 15 giorni, 10 mesi di barrique usate. Il terzo nella scala qualitativa del domaine, anche se spesso e volentieri quasi al livello dei fratelloni La Mémé e A Pascal. 2009. Che annata è stata nel sud della Francia? Calda, leggendo in giro, non semplice, cocente a tratti. Come anche il vino e la susseguente delusione. Perché? Perché tutto ciò che illuminava in questo vino sembra sparito. Tolti i faretti sul frutto magistralmente preservato, tolta quella levità mai diafana, tolto quel scivolare in bocca come su seta. Questa 2009 è quasi grossolana, bruciata nelle sensazioni da verdura cotta, sfaldata in bocca. Sensazioni che l'avvicinano più ad Primitivo salentino di medio lignaggio. Troppi chilometri lontani dal chiarore rodaniano. 82/100

La Mémé 2009 (Domaine Gramenon): strana storia dietro. Solitamente in uscita nella primavera successiva la vendemmia, è scomparsa dalle tracce per qualche mese. Si vociferava che qualcosa non andasse bene per Madame Aubery-Laurent intenzionata a non commercializzarla. Poi, a gennaio, esce. Ma le chiacchiere e la dietrologia stanno a zero. Com'è questa Mémé? Per usare una terminologia altamente tecnicistica, Mah. Boh. Come ne La Sagesse, il naso è particolarmente disturbato, stanco. Un frutto ai limiti (e un po' più in là) della surmaturazione, un frutto sgranato. La bocca è più grintosa, si cresce in densità e, a conti fatti, tiene. Però manca quel magico equilibrio, quella dolcezza bilanciata dal tannico/acido che era l'imprinting dello stile Gramenon. Una Mémé mai così lontana da se stessa. Annata storta? Cambio di rotta? In sostanza, 85/100 e, anche se due indizi non fanno una prova, ho il sospetto che toccherà aspettare i 2010. 


Cotes du Rhone Il Fait Soif 2009 (Maxime-François Laurent): lui è il figlio di Madame Aubery e aiuta la mamma in azienda e produce dei vini suoi. Questa è sempre Grenache, vinificata in macerazione carbonica e con un veloce passaggio in barrique. E dello stile Gramenon ha quasi tutto: colore violaceo; naso dal frutto nettissimo e floreale e leggermente pepato; bocca morbida e dolce, quasi rotonda. Quando un avverbio fa la differenza. Quasi. Perché l'effetto finale è parodistico. Dove nelle grandi cuvée gramenoniane il tuttotondo è porto in maniera naturale, qui il gioco sembra forzato, sembra una copia fatta benino ma senza la genialità dell'originale. Allora la dolcezza diventa quasi stucchevole e gli odori di espressione quasi elementare. Discreta bottiglia che, diciamo, può essere un corso preparatorio d'avvicinamento all'universo Gramenon. 84/100.


Saint-Joseph 2009 (Dard & Ribo): 2009 annata calda, complicata? Dipende. Dipende da un anta-fattori: dalla zona, dal terreno, dalle vigne. E dalla mano dell'uomo. Anzi, degli uomini. E il nostro A-Team se ne frega di tutto e tutti e continua a sfornare dei croccanti e succosi Syrah. Parole cardine: pulizia, espressività e frutto frutto frutto. E giocare sull'equilibrio impostandosi sull'acidità. Che è sempre naturalmente integrata, sostanziale nel veicolare gli odori e nell'accompagnare la beva. Acidità che non rimanda all'acerbo perché qui il senso trasmesso è la compiutezza, la maturità polifenolica. La grande ambizione di Dard & Ribo è quella di produrre bevande immediate e gourmande, qualcosa di etimologicamente folk come una ballata popolare. Che continuo a canticchiare sotto la doccia. 92/100.


Crozes-Hermitage 2009 (Dard & Ribo): il fratellino minore del Saint-Joseph. Che non ripete i clamori della 2007. Attenuandosi nei parametri, alleggerendosi e lasciando così più scoperta la componente acida e una nota tannica più marcata. La frequenza percettiva diventa più sottile e appuntita pur restando in quella magnifica routine gustativa alla Dard & Ribo. Routine fatta di purezza di frutto e speziature mai legnose. Un fratellino minore, certo, ma dal DNA che non mente. 90/100.


Hermitage 2009 (Dard & Ribo): a letto i ragazzi. E' arrivato le roi Hermitage. Il gioco si fa più serio che mai. Qui è tutto un battere in levare, un ritmo che cresce bicchiere dopo bicchiere e penetra i sensi e ti si inchioda da qualche parte nella corteccia cerebrale. Saliamo in consistenza, in equilibrio, in integrità. Davvero pare di mordere uva all'ora X della sua maturità. Sul serio si sentono le cesta di frutti rossi accompagnati da spezie dolci. Davvero davvero il tannino e l'aspro giocano per la tua stessa squadra. Dalle parti del Paradiso si gioca così: eleganza di tocco, armonia dei movimenti, essenzialità di gioco. Quasi senza sudare, 95/100.


Montepulciano d'Abruzzo 1990 (Valentini): si, insomma, c'erano i vini mediocri (allora c'erano), i vini buoni, ottimi, eccezionali. I toscani, i bordeaux, i Barolo, la Sicilia. la Spagna, la California. C'era il vino, c'erano le lire e c'era del frullo (cioè del movimento, del darsi da fare). E poi c'era il Montepulciano fatto a Loreto Aprutino dal signor Valentini. Prendevi notizie su questo signore, come lavorava, che cantina avesse, chi ci fosse stato e cosa avesse bevuto, e calava una coltre di imbarazzato silenzio, di mezze frasi, di gente respinta oppure accolta e invitata a bere acqua (nota 2). Manco la sede della Stasi fosse in Abruzzo. E intanto si creava della mitologia. Ma questo era solo l'aspetto più mondano della cosa, la cortina fumogena attorno al fatto reale. Che era l'epifanico assaggio del vino. Che non era come qualsiasi altro vino che si fosse bevuto. Scaraffare una bottiglia sembrava una boiata nel 99% dei casi, bastava un bel bicchiere e del lavoro di polso. Con Valentini no. Non che fosse fondamentale, ma la cosa aveva senso. Empiricamente, bottiglie lasciate aperte una settimana, si ampliavano, miglioravano, sembravano aver sconfitto la malattia dell'ossigeno e dell'ossidazione. Non che questo accadesse sovente: tendevano ad essere scolate il prima possibile. Senza farla lunga. Il Montepulciano 1990 è stato uno dei vertici dell'enologia italiana. Un vino in cui cercavi i riferimenti nel mondo e potevi passare dal Rodano, dalla Borgogna, dalla Sicilia, da Zanzibar e ancora non era abbastanza. Lo versavi e quel liquido nerastro pareva bloccato, sembrava dover prendere confidenza con chi aveva di fronte. E poi iniziavano i primi approcci, il bicchiere girava ed era la danza dei 70 veli, via il primo e era la frutta matura, via il secondo ed ecco la speziatura dolce. E così di seguito. E non resistevi più e allora in bocca. Ed era la carbonica, sempre quel filo di carbonica all'inizio. Che svaniva, esaurito il compito, e ti lasciava una bocca scioccata dalla materia e dalla rotondità. Una P.A.I. (che è quella roba dell'AIS e significa Persistenza Aromatica Intensa) terrificante. Cioè, ti rimaneva il sapore per un'infinità e intanto ripensavi a come fosse possibile non rimanere offesi da 'sta cannonata. E nulla offendeva perché c'era equilibrio. C'erano tannini epperò levigati. C'era acidità epperò non te ne accorgevi. C'era dolcezza epperò non stucchevole. Un vino terrigno, sanguinante e sanguigno, mai scomposto come un contadino gentiluomo. Un vino che era facile adorare e difatti fu premiato da tutti (si, anche dall'Innominabile Maroni). Bene. Ho descritto cos'era il '90 qualche anno fa. Ora fate copia-e-incolla e mettete la data odierna. Correggete qualche dettaglio, la carbonica che è quasi scomparsa e il frutto in evoluzione e poco altro. Perché questo è lo stato delle cose. Quindi, che voto dare ad un highlander? Nessuno. Si aspetterà la fine dei tempi e ne rimarrà uno solo insieme a lui. Sperate di essere voi.

Nota 1: la cosa, si vedrà in seguito, è stata disattesa.
Nota 2: questa storia dell'acqua va spiegata. Ho la testimonianza diretta di almeno 3 fonti che riferiscono all'incirca la stessa esperienza, e cioè che presentatisi al portone della cantina Valentini dopo sofferto (ai limiti del parto) appuntamento e in qualità di operatori del settore (enotecari e/o ristoratori), sono stati poi accolti con estrema cordialità, invitati a fare un più che gradito giro in vigna , riportati alla base (la cantina, o, meglio l'ante-cantina), intrattenuti amabilmente con conversazione dotta e onnivora, interrogati su un loro eventuale desiderio di bere qualcosa, serviti di una caraffa d'acqua per placare la sete, respinti alla timida richiesta di bere del vino non essendo il qualsivoglia vino pronto ad un assaggio fugace. Per la cronaca, tutte e tre le mie fonti sono poi diventati ottimi clienti dei vini di Valentini e, negli anni, è anche capitato che in cantina poi del vino si assaggiasse.







domenica 20 marzo 2011

L'ALBANA DI UNA NUOVA ERA: VIGNE DEI BOSCHI IN 5 MOSSE



"Il gioco degli scacchi è lo sport più violento che esista"
Gary Kasparov.


"Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere"
il generale Sunzi (da "L'Arte della Guerra").


Ora vi racconto come Paolo Babini ci ha dato scacco matto in 5 mosse.
E' successo una serata di marzo, in una Forlì con ancora residui di neve carbonizzata dallo smog, davanti a cinque bicchieri e dentro al Don Abbondio
Assaggiare dei vini in sequenza (e, in particolare, in verticale) è spesso una cerimonia, una danza Maori prima dello scontro. A volte una partita a scacchi. C'è una ritualità quasi guerreggiante in certi attimi, un silenzio pre-battaglia. Sei tu davanti a dei bicchieri e aspetti di fare la mossa. Li annusi. Ripassi mentalmente delle cose. Fai girare i bicchieri e resetti le cose che ti sei ripassato prima e ne pensi delle altre. Bevi. Inizia lo scontro.
E' come leggere un libro, magari un libro che conosci già e che pensi di conoscere bene, in profondità. E ne lisci la copertina, sfogli velocemente le pagine col pollice, instauri un contatto fisico. E inizi a leggere. E, di colpo, ti sembra di non sapere più niente. O, meglio, ti sembra che tutto quello che sapevi in realtà era solo la preparazione verso una conoscenza più grande. Ancora più in profondità. L'innescarsi di cortocircuiti mentali. Illuminazione pura, la formazione di una nuova struttura di pensiero, il tuo pensiero. Quelle pagine che già conoscevi, ora hanno un nuovo significato, sono altro, sono la somma delle tue nuove esperienze e conoscenze, vengono innervate da ciò che sai (o pensi di sapere) ora. Sono vive, ti rendi conto. E ti cambiano.
Questo se sei fortunato e abbastanza recettivo. 
E capita nella alta e nella bassa letteratura. Capita più spesso nella alta, ma non c'è un rapporto consequenziale così diretto. Può funzionare per te un giallo di Simenon, o una sophisticated comedy alla Somerset Maughan. Oppure l'infinito gorgo di Proust. 
E quando sei fortunato, hai bisogno di Proust. E lo incontri. E lo scontro assume altre forme. La battaglia diventa apprendimento, diviene un esercizio che ti rende migliore. 
Lo so. Alla fine si parla di assaggiare una bevanda e di dire buono-nobuono. Ma sempre di confronto si tratta. Confronto di esperienze e gusto. Un intreccio che non si esaurisce solo nel liquido in bocca e tannini e viola mammola e acidità. Ma innesca altro. Come il perdere le parole e ritrovarle in Veronelli (lui davvero il nostro "Miglior fabbro"): che "la gastronomia è l'atto del giudizio che separa, attraverso l'esperienza del gusto, il materialmente buono dal cattivo"; che "Il vino è il canto della terra verso il cielo".




Ora. Ero io di fronte a 5 bicchieri di Albana Monterè di Vigne Dei Boschi, la premiata (nota 1) ditta di Paolo Babini e Katia Alpi. Per parlare dei loro vini bisogna sempre iniziare dalla terra. Che è esposta a nord-est in terreno bianco calcareo, a Brisighella. La quale Brisighella si sta dimostrando sempre più come una cava aurifera riguardo la viticoltura (nota 2). E poi parlare del vigneto: piante di oltre 40 anni, grande variabilità clonale, assoluta disciplina biodinamica. E poi dell'affinamento: barriques di Allier di 2° o 3° passaggio. E poi arrivare al vino. No. Al contenitore del vino. Solo magnum. E adesso il vino.


Prima pagina da I Commentari di Paolo e Katia
(N.B.: Babini, che non è esattamente un precisino in certe cose, aveva anche fatto i compiti a casa preparando due fogli per tutti con i commentari per ogni annata: andamento climatico, vendemmia, vinificazione. Anche se dietro temo ci sia lo zampino di Katia).




Monterè 2002: uno schifo d'annata. Si raccolgono solo Albana (il 15 e 16 settembre) e Malbo. Vinificazione in bianco e fermentazione per circa 2 mesi. Poi affinamento di 12 mesi. Paolo l'ha sempre sostenuta tanto. E non solo per amore verso una figlia sventurata. Assaggiata diverse volte, è sempre parso un buon prodotto a cui mancava quel qualcosa per entrare nell'eccellenza. Ecco, quel qualcosa è apparso. Sin dalla mescita, è parsa subito in gran forma. Un vino allineato con l'annata rigida. Allineato ma non pedissequo. Di una solidità sorprendente. Statuaria nell'espressione aromatica molto deutsche. Minerale, idrocarburica. E un sottofondo dolce, quasi inavvertibile, a sostenerne l'acidità. Imperturbabile nel corso della serata, mai un cedimento, un'indizio di decadenza. La grande forza dell'equilibrio. Con i capelli biondi e gli occhi azzurri. 91/100.

Dietro a dei grandi bicchieri, c'è sempre un grande viticoltore


Monterè 2003: vai te a mettere il destino. Seconda annata prodotta e condizioni ribaltate. Si raccoglie alla fine d'agosto, si vinifica in bianco e 3 mesi di fermentazione e 10 di affinamento. Tutta la forza calorica dell'annata (che ha prodotto degli strepitosi Settepievi e Neroselva, il Pinot Nero), si distilla in un vino insolitamente tecnico. Tutto pare avvolto in una bolla che ne media gli odori e il sapore, li controlla e opacizza. Sensazioni laccate, plastiche. Alcool esuberante ma non pungente. Si viaggia su registri alti in consistenza. E anche l'equilibrio è discreto. Solo che il rigore della 2002 qui diventa rigidità. E con l'aria il quadro inizia ad accennare dei principi di ossidazione. Buona ma normale, troppo normale per un Babini. 86/100.


Monterè 2004: 3° anno e il meteo fa tutte le cose per benino. Uva raccolta il 20 settembre e vinificata con macerazione sulle bucce per 7 giorni. 18 mesi di barrique. Che dire. Il ben di Dio offerto dalle condizioni climatiche trova un suo compimento nel lavoro dell'uomo. Sinergia è la parola. Tutti i 2004 prodotti da Vigne Dei Boschi sono eccellenze. Difficile trovare un battaglione composto da rossi come Settepievi o Neroselva o Poggio Tura; di bianchi come il 16 Anime (Riesling solo in limitatissimi e spaziali magnum) o Selva Dei Lupi (un Pagadebit macerato sulle bucce). E il Monterè, ovvio, non è da meno. Un sovra-varietale maestoso, dove la base di partenza (l'uva Albana) è solo la fionda verso sensazioni nuove. Un viaggio tra Oslavja e Oriente, tra dolcezza e nervature acido-tanniche. Lo spettro aromatico è una ruota di pavone. Spezie, frutta, fiori, miele. Nulla di eccedente, niente che coli dal quadro. Come se il frutto di un action painting fosse un ritratto tizianesco. Nessuno nota macerativa sopra le righe, niente di troppo orange. Solo consistenza ed equilibrio e integrità al top. Nulla di eccedente se non la beva. Una magnum monoporzione. Lisergica. 95/100.


Monterè 2005: "Primavera precoce, calda e soleggiata (...) svolgimento anticipato di tutte le fasi fenologiche" dice. Poi pioggia a settembre e raccolta ad ottobre di uve intaccate dalla muffa (che nel commentario babiniano è seguito dalla parola nobile e da un ?). Vinificata in bianco, 6 mesi di fermentazione e 10 mesi di affinamento in barrique. Annata problematica e vino problematico. Intanto il colore: il più scuro, mattonato. E olfattivamente è quello più cangiante nel corso della serata, da una fase scomposta all'apertura ad un compattamento con note decadenti di un discreto fascino, per andare verso una più decisa ossidazione. Marcato verso una nota dolce però decisamente più scomposta rispetto alla 2004. Anche in bocca viaggia a diverse velocità: ingresso potente e grasso, poi inizia ad annacquarsi e a bucarsi, e il finale scopre il frutto appassito. 85/100.


Monterè 2006: cosa mancava al circo climatico della storia di questo vino? La grandine. Ed eccola puntuale a fine luglio 2006. Poi la stagione regolare sistema un po' le cose ritardandone solo la raccolta (primi di ottobre). 5 giorni di macerazione sulle bucce e 18 mesi in barrique. E' l'Albana più Albana del lotto. Nel senso che se ne ritrovano molte delle caratteristiche olfattive a cui ci hanno abituato tanti prodotti. Quegli odori bucciosi, la mela con un cenno d'ossidazione, una certa forza alcolica. Rientrando in dati canoni, la visione globale è quella di una maggior compostezza. Si abbassano i parametri per cercare una maggior coesione. Che c'è, è avvertibile in ogni fase della degustazione. Ma, vien da sé, perde di vigore, si avvia verso qualcosa di più ordinario. Per il resto, la macchina è oliata e va che è una meraviglia, lo stile di Babini va sempre verso una piacevolezza di beva assecondando l'annata. Un grande Colonnello perché mica tutti gli anni nascono dei Generali. 88/100.




Nota 1: negli ultimi anni hanno infilzato come tordi quasi ogni tipo di premio ufficiale, dai 3 bicchieri gambereschi col Poggio Tura 2005 ai 18/20 col Riesling 16anime 2008 alla chiocciola Slow Wine. E anche nel nostro internet quotidiano ci sono prese di posizione indiscutibili. E questo è bene. Per il resto, da tempo la loro fama è cresciuta nel pissipissibaobao (o rumore di sottofondo che diventa voce tonante) tra appassionati, i quali roteano gli occhi come posseduti ad ogni assaggio dei loro vini generando un irrefrenabile impulso all'acquisto e assunzione di ogni loro cuvèe.
Nota 2: ne ha fatto menzione Babini stesso in un commento sulla serata dei Trebbiani: è in atto una zonazione vinicola del territorio, un progetto condotto con estrema serietà e rigore attraverso dei comparti universitari (Attilio Scienza mi pare sia il coordinatore). Prove di vinificazione su terreni diversi, ricerca dei cloni etc. Ed è un progetto di cui mi ha parlato diverse volte (facendomi assaggiare le varie prove), un progetto che cerca di mettere (per quanto è possibile) le chiacchiere a zero, facendo parlare i dati e il bicchiere. Inutile sottolinearne l'importanza.

domenica 13 marzo 2011

BOULEVARD NOSTALGIA: ENRICO FOSSI

Prima che procediate nella lettura del post, si vorrebbe rimarcare una cosa. Ossia il tentativo ad ogni costo di evitare di cadere in una fastidiosa elegia dei "bei tempi andati"; una strada che, se imboccata, porterebbe solo ad una lenta discesa verso il becero sentimentalismo e l'andropausa. Sola e unica intenzione è quella di ricordare un periodo, precisamente quello della mia iniziazione al vino, qualcosa a cavallo degli anni '90. Lanciare uno sguardo  sul passato. Riscaldare i muscoli della memoria. Un'operazione che comporta qualche paragone col presente. Giudicando il minimo possibile. Perché, per chiarezza, mi piace molto questo presente (beh, molte cose) e non vorrei essere in altro luogo e tempo che qui e ora.


In un Evo precedente, qualche quinquennio fa, c'erano meno vini (e costavano meno), c'erano le Guide (quelle di carta, quelle che erano un riferimento, quelle che spostavano il mercato), c'erano più soldi. 
In quell'epoca lontana un blog era una specie di sfogo sulla pelle simile ad un brufolo; il vino naturale era... beh, vino e naturale erano due parole poco usate nella stessa frase; un ex avvocato americano invadeva la Francia e le diceva: "Sei stata parkerizzata"; Veronelli era vivo e insegnava il concetto di anarchia e beveva nei centri sociali; Luca Maroni premiava vini che erano effettivamente più buoni degli altri e ti spiegava perché.
L'unione di molti di questi elementi (soprattutto il più soldi) faceva si che ogni tanto si potessero bere dei Bordeaux (nota 1) senza fare un mutuo, che acquistare un Monfortino in enoteca non richiedesse la scansione del proprio 740 (o come cavolo si chiama ora) e la tenuta in ostaggio di un familiare. Che fosse meno complicato essere (o ritenersi) aggiornati, formarsi una cultura a 360°. Che c'erano referenti critici precisi, autorevoli, magari un po' rompicoglioni, ma c'era una dialettica e non l'atomizzazione del pensiero attuale.
Si veniva su creandosi dei capisaldi, dei canoni di gusto che erano il più possibile raffrontati col mondo. Bevevi un grande Chardonnay italiano? Eccolo subito dopo messo a confronto con dei Borgogna e/o dei californiani e/o degli australiani. Quello Syrah toscano pareva tanto buono? E zac..., vediamo come si comporta col Grange di Penfolds. E ci si sentiva più sicuri, si aveva l'idea che un quadro generale fosse possibile farlo, si poteva parlare per esperienza diretta, si potevano bastonare tutti gli chateau del mondo perché li avevi assaggiati e comparati. Oppure potevi innamorartene e farti una cantinetta. 
E questo ci riporta ad un altro punto. Il numero dei vini. La quantità di cantine che era 1/10 (o 1/100) di quella attuale. La (salutare) esplosione del vino di qualità in ogni zona d'Italia, che ha portato il numero delle cantine ad una tendenza d'espansione matematica vicino ad  ∞ , era ancora di là da venire. I capisaldi erano lì, alla luce del sole, erano vini delle zone storiche, erano i Sassicaia, i Solaia e la pattuglia di super-tuscans; erano i Barolo e Barbaresco, erano i Conterno, i  Sandrone, i Gaja, i new-age e old-wave, i si-barrique e i no-barrique. Erano i Tasca d'Almerita. Erano i Montepulciano di Valentini. Erano i grandi outsiders, gli emergenti da zone considerate di serie B che volevano la promozione, che giustamente pensavano di starci sul Grande Carrozzone, di avere le qualità per giocarsela con tutti. Tutti da sbottigliare come e quando si voleva e i soli limiti erano la gonfiezza del portafoglio e la curiosità. Erano tanti ma non una folla. Erano una lista annuale affrontabile, gestibile. Erano reperibili e costavano perlopiù il giusto (nota 2 di spiegazione ai concetti di reperibilità e costo giusto).
E tra le tante bottiglie caposaldo, ce ne sono un paio che hanno brillato nel mio personale empireo per un paio di stagioni. E sono due vini di Enrico Fossi, toscano di Signa. Che, ovviamente, mica scoprii da solo. Allora ero bravo e compravo tutte le guide. E in quella di Veronelli lessi punteggioni da paura su quasi tutta la linea. E che linea, essendo il buon Fossi capace di produrre; 
il Conteso, un Sauvignon;
il Primopeso, uno Chardonnay;
il Renano, un Riesling Renano;
il Terrantica, un Pinot Bianco;
il Piné, un Pinot Nero;
il Portico, un Merlot;
il Sassoforte, un Cabernet Sauvignon;
l'Unico, un Gamay;
il Vignavento, un Sangiovese.
Questo breve elenco inizia a dare un'idea del personaggio e della sua volontà enciclopedica di rapportarsi con l'uva. Ed introduce a quelli che sono i due pezzi forti, loro si sempre capaci di oscillare tra i 93 e i 95 centesimi in ogni edizione veronelliana (nelle veci del collaboratore Daniel Thomases). Lo Syrah e il Malbec.
L'apice assoluto queste due bottiglie lo raggiunsero con l'annata 1999. Vini opulenti, pirotecnici nella consistenza, ma anche ampi, espansivi, selvatici olfattivamente. Un Circo Barnum di odori e una crema fruttosa in bocca. Tanto legno ma neanche quello riusciva a tenere a freno tale comunicatività. Dei vini mediterranei assoluti. Così me li ricordo.
Le cose poi cambiano. E in fretta. Ma nel gioioso assedio di 1000 idee e vini nuovi, è bello rituffarsi nella storia. Nella propria storia. Con nessun conto da saldare, ma solo capire cosa gli/mi è successo da quei fulgidi 1999.
Ed eccole qua, le ultime annate assaggiate di recente (nota 3 ancora a parlare di soldi).


Syrah 2005: il primo impatto è col nero e le sue sfumature marroncine ai bordi. Estratto, glicerina, iper-pigmentazione: tutto da primato, tutto da uve a maturità assoluta. Eppoi. Gli odori prepotentemente incanalati dall'alcool, quasi un cuneo di frutta e legno in attesa di aprirsi. Epperò. Soprattutto legno, tanto legno, tanto smalto e lacca. E il frutto sotto, bloccato. Eppoi. Bocca che si ritrova quasi a masticare tanta è la massa. Epperò. Alcool che parte, tannino che frena. Monodimensionalità dove una volta si arrivava alla quarta dimensione. Eppoi. L'attesa che qualcosa cambi, che si sblocchi il frutto, che tanta materia inizi a liberare le sensazioni giuste, quelle che ricordavi. Che inizi a comunicare. Eppoi. Niente. Ho atteso il giorno dopo. Quello dopo ancora. L'inizio della decadenza, il vino che cedeva naturalmente all'ossidazione e ancora il legno era lì impettito. Con l'Australia come riferimento. Quando una volta era il sud della Francia. Epperò. Si merita un voto, senza nostalgie o sentimentalismi. Obbiettivo, per quel che si può. 87/100.


Malbec 2005: anche qui è l'inchiostro. Solo una bordatura più viva, melanzana. Come sempre, Fossi non risparmia nulla nelle consistenze. E nei legni. Che però qui inviano sensazioni dolci, si intrecciano con il fruttato rosso sotto spirito. Se prima gli odori si veicolavano appuntiti, qui l'angolo viene smussato. Scordarsi quel selvatico aprirsi di certe vecchie edizioni. Ora è un vino-legno, ora la concia delle botti piccole ne normalizza lo spettro. Ma la bocca mantiene un equilibrio, tannino e alcool e un filo di acidità giocano insieme. E giocano abbastanza bene. E nei giorni svelano anche altro, fanno intravedere un maggiore compattamento e liberano della frutta, della prugna, del lampone. E che lo spediscono dritto ad un 90/100. Non alla memoria. Ma al presente.






Nota 1: anche se già all'epoca era abbastanza chiaro che la vera mecca d'oltralpe era il Rodano e i vari Chapoutier o Guigal o Chave o Jaboulet o Clape.  


Nota 2: essendo molte meno le cantine (e, quindi, i vini), un enotecario riusciva a stare dietro alle uscite, riusciva a concentrarsi maggiormente negli assaggi e negli acquisti, viveva una vita di sereno e cadenzato aggiornamento professionale tra qualche degustazione, qualche rappresentante, l'annuale pellegrinaggio al Vinitaly. E ogni tanto si imbatteva in un vino dal costo moderato (adesso arrivo a quantificare questo moderato) e prodotto in un numero decente di bottiglie e che poteva, quindi, comprare in grossi quantitativi e proporre col sorriso stampato ad una clientela altrettanto sorridente. Tra le decine di esempi che riaffiorano tra i buchi della mia memoria, ricordo vividamente l'acquisto all'Enoteca Italiana di Bologna di un Montiano 2003 appena uscito sul mercato, acquisto suggeritomi da un quasi emozionato enotecario e presentato come "...un grande merlot laziale di Cotarella,... diventerà famoso... ne ho comprate 720 bottiglie... e costa solo 15.000 lire...". Per la cronaca: quel giorno acquistai anche un Barolo Gran Bussia 1990 di Aldo Conterno a 60.000 lire e un Montepulciano d'Abruzzo 1990 di Valentini a 65.000 lire. Paghetta finita ma avevo in casa almeno due Rolls Royce. Allora si viaggiava così. 
Ah, e si, il Montiano mi piacque molto. E ancora di più Valentini. E poco poco Conterno.
Nota 3: sia Syrah che Malbec costavano all'epoca 50.000 lirette, prezzo che li inseriva nella categoria dei "piuttosto carucci". La normale conversione lira/euro li ha portati a costare attualmente sui 45 euro.

venerdì 11 marzo 2011

MINORITY REPORT: SORGENTE DEL VINO VOL. 3

Agazzano è una ridente località nel piacentino, una cittadina, un borghetto, uno di quei posti che anche un TomTom passa 10 minuti a chiedersi "Ma dove cazzo è 'sto posto?". Diciamo che è un centro storico medievale assediato dalle villette a schiera e dalle palazzine anni '70. E in mezzo a questo centro c'è un castello. Il Castello di Agazzano (lapalisse).  E questo castello in centro diventa per un week-end all'anno un ulteriore centro, quello del vino naturale italiano. E questo succede da 3 anni.
E nell'arco di 3 anni, le presenze si sono moltiplicate. Sempre più gente, sempre più consumatori curiosi e informati (cioè, poche scene del tipo riempi-il-bicchiere-e-scappa e tante domande), un pigia-pigia quasi automatico nelle salette del castello. 
Perché, bisogna dirlo, non è che l'imbucata Agazzano ti venga incontro: bisogna proprio decidersi di muoversi e puntare il volante in quella direzione. 
E cosa decide il successo di quella che potrebbe essere solo-un'altra-manifestazione-sul-vino-naturale? L'elenco dei produttori, che qui è gustoso e invitante. L'organizzazione, agile e oliata e sorridente. Il periodo dell'anno, coi primi soli e l'idea di riscaldarsi prima di quella sarabanda che saranno Cerea e Villa Favorita (nota 1).
I produttori. Perlopiù sorridenti, quasi felici di questo contatto con la (relativa) massa, perlopiù rilassati e rilassanti. Nonostante le legnate che si sta beccando il compartimento vino e il sottocompartimento vendita. Sempre più bravi ed enologicamente preparati. Perlopiù consapevoli che produrre in un certo modo (genericamente naturale) è un atto primariamente morale ed etico. E che questo atto può portare a picchi gustativi assoluti. Produttori perlopiù investiti da una moda (o pseudo-moda o trend o crescita di interesse nel pubblico) che può irritare solo chi ragiona munito di paraocchi e tende a mettere paletti in ogni dove. Produttori che perlopiù non la cavalcano 'sta benedetta moda ma ne sono il motore, la causa diretta derivata dal solo fatto di fare vini sempre più buoni e digeribili (nota 2).
Poi, andando nello specifico della giornata (e nell'ovvio), tanti vini buoni, molti medi, alcuni mediocri. In generale prodotti più precisi, meno distorsioni o puzze (la categoria generale con cui spesso si rigettano questi prodotti). La mano dei viticoltori pare essersi fatta più ferma in cantina, la parte dove spesso si denunciavano insicurezze. Punte di eccellenza nei soliti (per me) noti. E qualche sorpresa.
Nel dettaglio (nota 3):
Iniziare coi bianchi de La Castellada significa fregarsi in qualche modo: il resto dovrà essere mooolto buono per andarci sopra. Dopo qualche annata in cui faticavano ad esprimere una marcia in più come compostezza e spettro olfattivo, i 2006 riportano l'azienda friulana ai vertici. Batteria tutta su livelli altissimi, col picco del Pinot Grigio, orange wine senza nessun estremismo, di compostezza quasi didattica e capace di entrare in bocca preciso, di aprirsi e di finire senza asperità. Con quel surplus gustativo orange. E Rosso Della Castellada 2004 pepato e verdeggiante bordolese di classe.
E sopra La Castellada? Dario Princic. Altro friulano, altro maceratore, stessa grande serie di vini. Spettacolari bianchi, Pinot Grigio e Trebez 2006 di materia estrema e di sontuosa apertura aromatica. Bocche tanniche con l'amaro che accompagna la dolcezza di frutto. Esplosivi ed equilibrati. Spettacolo.
Sempre in Friuli, altre due aziende: Terpin e Borc Dodon. Sorprendente il primo con almeno due ottime cose: il Pinot Grigio 2009 e il Sauvignon 2008. Macerati circa una settimana, hanno l'espressività di questa tipologia pur mantenendosi più controllati nei sapori, quasi un fortunato compromesso tra espressione aromatica tradizionale e bucciosa. Borc Dodon presentava una gamma piuttosto vasta di vini dalla media qualitativa alta: al top l'Uis Blancis 2006, carattere da rosso con aromaticità floreali e dolci, ruvidezze tanniche sotto controllo.
Poi nel Lazio. In mancanza de Le Coste (che rivedremo a Cerea), ecco La Visciola dal frusinate.  Donna Rosa 2009 (Passerina in purezza) ancora alla ricerca di un'identità aromatica, leggermente affumicata al naso ma bocca assai interessante con uno scheletro acido ottimamente integrato. Poi 3 cru di Cesanese, un salire di complessità derivato da età delle vigne e posizione del terreno che ha un suo ottimo compimento nel Mozzatta 2009: nulla di troppo grasso e glicerinoso, vino dimensionato, certo, ma che raggiunge bevibilità nell'equilibrio, nell'acido/tannico che a tratti saltano fuori ma sempre appoggiati sul frutto. Da seguire.
Unico romagnolo era Stefano Bariani col suo Fondo San Giuseppe. Che oltre i 2009 che conosciamo già, aveva delle anteprime. E che anteprime: Tèra 2010 e Fiorile 2010. Il Trebbiano con un naso ancora ridotto (ma che ad ogni roteata di bicchiere sembrava togliere un velo sopra il frutto) ed una bocca stupenda, un gradino sopra la 2009 come intensità ed equilibrio, un ulteriore tassello verso il trebbiano ideale sognato da Bariani. L'Albana l'ennesimo tassello di un'uva in via di redifinizione (con qualcosa d'antico, anzi moderno): quindi dolcezza alcolica, consistenza da primato, beva quasi ottimale.
Ca' De Noci: questi reggiani non sbagliano un colpo. I rifermentati in bottiglia sinonimi di piacevolezza e beva. Il Gheppio 2007 (Cabernet e Malbo), mai così opulento. E, last but not least, Nottediluna 2008, il bianco macerato 10 gironi, Moscato + Malvasia + Spergola, odori che rimangono conficcati nelle nari e nella testa, bocca che gioca le carte dell'equilibrio all'interno di un'ottima consistenza, della facilità senza faciloneria. Slurp.
Da Cortona con furore. Stefano Amerighi e il suo Syrah 2008. Al terzo anno di produzione il gioco comincia a farsi di quelli seri. Mai mancata la concentrazione, ora il frutto si è assestato e comincia ad esprimere quel quid in più. Con tutti i varietali dello Syrah a posto e una bocca simil-velluto, appena frenata nel finale da una leggera sensazione glicerinosa. Uno dei migliori della giornata a cui appuntare solo un'eccessiva compostezza per scalare un ulteriore gradino.
In Veneto due segnalazioni: Monteforche e Monte dall'Ora. La prima con Cassiara 2009 (Malvasia e Garganega) di buona mineralità, a cavallo tra dolcezza e acidità, un po' disturbato al naso da un accenno di volatile ma dalla bocca integra e fragrante; Cabernet Franc 2009, vegetale e diretto al naso, un frutto non amplissimo di grande intensità che trova corrispondenza totale nel palato, anche qui cercando l'equilibrio tra espressività e beva; e poi il Vecchie Varietà 2009, nome programmatico nel tentare il recupero nella vinificazione di Cavarara e Pataresca, e qui gli odori rimandano al fruttato floreale di certe Grenache sud-francesi, in quell'essere delle caramelline di frutto dolce, e la bocca che rimanda solo a tratti quanto promesso, che è esile e tende a bucarsi nel finale. Monte dall'Ora: Amarone soprattutto. 2004 decandente al naso, accenni di terziarizzazione che ne amplificano lo spettro ma fanno pagare qualcosa in una bocca iperdimensionata ma con qualche cedimento. 2006 che sale ancora di dimensione mantenendo il quadro fruttato solido, che da quel blocco non lascia trapelare pungenze alcoliche, quasi un Porto Vintage meno dolce, solo qualche esuberanza legnosa che offusca appena il frutto, ma un Amarone di quelli giusti
In Piemonte Guido Zampaglione e la sua Tenuta Grillo. Ottimi rossi, di grande fascino e personalità. Igea 2004 (Barbera) che appare ora composta, l'acidità del vitigno viene bilanciata dalla massa di frutto, smussata dall'alcool non fuori scala ma addolcente, acidità che si ritrova in bocca ma solo ad aggiungere freschezza alla beva. Pratoasciutto 2004, il Dolcetto che Zampaglione inizia a commercializzare ora, dopo il 2006 (di cui parlai qui), e se lì il riferimento era il Rodano, nel 2004 il paragone è la Borgogna; perché molti dei sentori del 2006 si ritrovano, ma in un quadro più rarefatto, più flebile. La base è sempre una piacevolezza dalle parti dell'eccellenza. Ma se qualcuno mi punta una pistola alla testa e dice scegli, io sto con la 2006.
Eppoi Cascina Tavijn. Azienda astigiana che ha come vino di punto un Grignolino. Che ad Agazzano non aveva e ha promesso di porre rimedio portandone un bancale a Villa Favorita. Impostazione giusta nella Barbera 2007, fragrante e ampia, carnosa con note di terra e frutta, acidità integrata; meno centrata la Barbera Riserva con una concia laccata da legno in esubero, amareggiante e frenante; Ruché 2007 dal varietale prepotente (quella rosa che rimanda alla cugina Lacrima di Morro d'Alba), di espressività diretta e schietta. Pure troppo. Da domare.
Il sardo Dettori aveva tutta la batteria al completo. E l'impressione generale è stata ancora di tanta materia, tanta passione, ma ancora ad uno scalino dalla piacevolezza. Vini brucianti, in alcuni casi con parametri fuori controllo. Di carattere, ma a volte di carattere violento. Come il Bianco 2007, dalla aromaticità soffocata e la bocca pungente. O il Dettori 2007, esemplare bomba di frutto, il rosso più autenticamente roboante epperò scoperto nell'alcool. O il Chimbanta 2007, di una certa suadenza aromatica, forse quello dall'aromaticità più ampia, che paga pegno nell'equilibrio. Vini interessanti, mai banali: ma che nel bicchiere, nel mio bicchiere, non hanno ancora trovato quella capacità di dialogo per arrivare alla piacevolezza assoluta.
Foradori ovvero Della Storia In Trentino. Riassaggiato il Granato 2007, tornato vicino ai suoi grandi vertici, è il turno del Fontanasanta Nosiola 2009: macerato 6 mesi sulle bucce in anfora, e in questo caso è solo un dettaglio tecnico. Perché nulla lo farebbe intuire, né il colore (giallo paglierino scarico), né l'odore e il sapore. Un'impressione generale di un vino di consistenza minima, di aromi primari, quasi industriali. Un qualcosa di sottile e semplice, di una buona freschezza in bocca. Un'impressione generale da uno-fra-i-tanti. Un'impressione che non ti aspetteresti da una Foradori.


Ecco. Adesso, dice il saggio, si dovrebbe tentare di ribere tutto con più calma e attenzione. Di prestare più attenzione a quei vini che lo richiedono, che magari erano in fasi strane del loro percorso. Si dovrebbe andare a trovare ogni singolo produttore e camminare chilometri di vigna. Si dovrebbe trovare una parola per ognuno, una parola che sia unica e, al tempo stesso, universale. Si dovrebbe ascoltare con estrema attenzione i vini, i vignaioli, le loro terre e poi comunicare. Si dovrebbe.




Nota 1: ad Agazzano, poi, si assiste al miracolo dell'unione dei due universi contingenti (e convergenti) di VinNatur e Viniveri. E non sarò il primo e l'ultimo che si domanda perché non unire le due cose e non sarò il primo e ultimo che si autorisponde che no, non è possibile perché non vogliono. Semplice e chiaro.
Nota 2: lo so, ancora 'sta cosa della digeribilità che qualcuno non digerisce bene. Perché è un parametro poco misurabile, un plus nella valutazione oggettiva di un vino, qualcosa di laterale rispetto alla qualità. Ma il fatto è che andare in queste manifestazioni significa quasi certamente scordarsi mal di testa o pesantezze di stomaco o parlare come se si avesse una patata in bocca. Significa ingollarsi circa 100 vini  in 4 ore e andare alla macchina, guidare 3 ore, dare il 5 agli amici che ti hanno accompagnato e tornare a casa e farsi da mangiare e pensare "Adesso mi apro una bottiglia".
Nota 3: è bene premettere che per la natura à la volée della cosa, molti giudizi sono frutto di qualche minuto in piedi davanti ad uno stand, di una veloce rotazione del vino nel bicchiere, di diverse decise inspirate, di contatto con la bocca e deglutizione, di qualche attimo di riflessione e di brevi dialoghi col produttore. Pertanto, per una corretta e più rispettosa disamina dei singoli prodotti, è sempre meglio attendere occasioni meno mordi-e-fuggi. Anche se certi giudizi di pancia possono essere folgoranti e profetici: il corpo non mente (quasi) mai.