martedì 29 marzo 2011

DI COME DA 6 FRANCESI SIAMO FINITI AD UN ITALIANO E IN QUALCHE MODO SI E' CHIUSO UN CERCHIO

E' successo che nell'arco di una settimana, per quella serie di strane coincidenze di cui ci fa dono la vita, si siano sgranocchiati come crackers alcuni vini francesi collocati oramai nella mitologia (chi prima, chi dopo), in una mia personalissima mitologia rientrante, però, in quello che definirei come patrimonio dell'umanità o vino transgenerazionale o capace-di-unire-l'umanità-in-un-caldo-abbraccio-amoroso.
Insomma, dei vini che, nella loro più o meno breve storia, hanno dimostrato di piacere proprio a tutti, a quelli che cercano l'equilibrio e l'esaltazione del frutto, a quelli che vogliono dei muscoli e sapori lunghissimi, a quelli che (dicono) di capirne poco ma ci mettono un secondo a dire che quella roba che gli hai messo nel bicchiere manco la userebbe per sfumare una scaloppa.
Vini che di solito portano la primavera anche quando fuori ci sono -10° e il sole sembra un qualcosa che dovrebbe stare su nel cielo ma adesso non me lo ricordo più tanto bene.
Vini che sono la Francia, una Francia, iperbolica nella messa in scena di se stessa e di ciò che rappresenta, charmant con nonchalance, capace di bellezze abbacinanti la cui ostentazione è ridotta a zero, variopinta come un immaginario alla Amélie eppure discreta nell'approccio. Una Francia che non è tutta Sarkozy.

Poi è arrivato l'italiano. Cioè, alla fine di queste Marianne e di tante considerazioni e di bocce quasi finite, all'ultimo secondo dell'ultimo minuto dell'ultima serata di questo tourbillon, è apparso in un fenomenale coupe de theatre (giuro, è l'ultimo termine francese che uso-nota 1), in una nuvola di polvere magica, un signorotto italiano e ha fatto TA-DA! e si è lanciato come un Frecciarossa contro i TGV. Perché l'Italia non è tutta Berlusconi.

Ecco. Una storia si può raccontare anche dal finale e poi tornare indietro. Oppure dal mezzo e magistralmente saltare tra inizio e fine, destrutturarla e ricomporla come un maestro bizantino. Ma no. Partirò dall'inizio e farò anche uno schemino. Benedetta tassonomia come mi diceva il mio professore all'università (maledicendo l'ottusa normativa che impedisce di sbattere il righello sulle nocche degli studenti).
-Elementi Generali Fondamentali. 
Tutti i vini sono rossi. Tutti i vini rientrano nella categoria Naturali (pur con qualche distinguo). Tutti i francesi sono 2009, quindi appena usciti. L'italiano no. I francesi sono del Rodano. L'italiano del sud. I partecipanti erano tutti in discreta forma e mediamente eccitati dalla batteria d'assaggio.
-Andiamo Finalmente Nello Specifico.
I francesi erano 3 vini del Domaine Gramenon e 3 di Dard & Ribo. L'italiano ve lo dico dopo, così, tanto per scocciarvi un po' e per riproporvi le condizioni di sorpresa presenti nella serata della degustazione.
-Breve Descrizione Dei Produttori (Con Eventuale Rimando a Link). 
Domaine Gramenon è la creatura di Michelle Aubery-Laurent. Circa un anno fa scrissi qui di una verticale di cui mi pare di sentire ancora il sapore in bocca (e di vino in bocca ne è passato da allora). Nei suoi vini assume un senso compiuto il termine finezza: materia densa che viene smussata in ogni angolo da un equilibrio vertiginoso; espressione aromatica di variegazione unica, floreale e fruttata senza cadere nel caricaturale (Luca Maroni direbbe "Straordinaria novità del frutto Grenache"). Un riferimento totale oggetto di caccia di appassionati (o adepti). In Italia grazie a Velier o nel mondo in ogni posto illuminato.
Dard & Ribo sono stati definiti Nuovi Supereroi. Ovvero, come prendere dell'uva Syrah e togliere di mezzo le cazzate (o cut the crap all'inglese) e metterne in bottiglia solo la pura essenza. Ecco: purezza. Di frutto, d'espressione. Più giocato sull'acidità rispetto a Gramenon. Talmente puro che induce ad una beva distratta fino al fondo della bottiglia. In Italia grazie a Les Caves De Pyrene, però mettete giù il telefono, assegnazione di bottiglie ridicola e già finita. Sennò c'è sempre il mondo e internet.
-Dove L'Effetto Sorpresa Sento Che Potrebbe Alla Lunga Annoiare e Rivelo l'Italiano.
Montepulciano d'Abruzzo 1990 di Valentini. Dare informazioni su Valentini per chi sa qualcosa di vino è come andare al Vomero e iniziare a dire chi è e che cosa ha fatto un tale Maradona. Aggiungo solo che qui Storia e Gusto vanno a braccetto, che il grande Edoardo (scomparso il 30 aprile 2006) iniziò ad occuparsi dell'azienda dagli anni '50 e il figlio Francesco continua a tener dritta la barra verso la qualità, che bisognerebbe girare con la t-shirt Loreto Aprutino Rules! (ossia all'incirca Loreto Aprutino Nr. 1!). 
-E Adesso Si Va Ancora Più Nel Dettaglio. Ossia, La Degustazione.

Cotes du Rhone La Sagesse 2009 (Domaine Gramenon): Grenache da vigne di 60 anni, fermentato e macerato per 15 giorni, 10 mesi di barrique usate. Il terzo nella scala qualitativa del domaine, anche se spesso e volentieri quasi al livello dei fratelloni La Mémé e A Pascal. 2009. Che annata è stata nel sud della Francia? Calda, leggendo in giro, non semplice, cocente a tratti. Come anche il vino e la susseguente delusione. Perché? Perché tutto ciò che illuminava in questo vino sembra sparito. Tolti i faretti sul frutto magistralmente preservato, tolta quella levità mai diafana, tolto quel scivolare in bocca come su seta. Questa 2009 è quasi grossolana, bruciata nelle sensazioni da verdura cotta, sfaldata in bocca. Sensazioni che l'avvicinano più ad Primitivo salentino di medio lignaggio. Troppi chilometri lontani dal chiarore rodaniano. 82/100

La Mémé 2009 (Domaine Gramenon): strana storia dietro. Solitamente in uscita nella primavera successiva la vendemmia, è scomparsa dalle tracce per qualche mese. Si vociferava che qualcosa non andasse bene per Madame Aubery-Laurent intenzionata a non commercializzarla. Poi, a gennaio, esce. Ma le chiacchiere e la dietrologia stanno a zero. Com'è questa Mémé? Per usare una terminologia altamente tecnicistica, Mah. Boh. Come ne La Sagesse, il naso è particolarmente disturbato, stanco. Un frutto ai limiti (e un po' più in là) della surmaturazione, un frutto sgranato. La bocca è più grintosa, si cresce in densità e, a conti fatti, tiene. Però manca quel magico equilibrio, quella dolcezza bilanciata dal tannico/acido che era l'imprinting dello stile Gramenon. Una Mémé mai così lontana da se stessa. Annata storta? Cambio di rotta? In sostanza, 85/100 e, anche se due indizi non fanno una prova, ho il sospetto che toccherà aspettare i 2010. 


Cotes du Rhone Il Fait Soif 2009 (Maxime-François Laurent): lui è il figlio di Madame Aubery e aiuta la mamma in azienda e produce dei vini suoi. Questa è sempre Grenache, vinificata in macerazione carbonica e con un veloce passaggio in barrique. E dello stile Gramenon ha quasi tutto: colore violaceo; naso dal frutto nettissimo e floreale e leggermente pepato; bocca morbida e dolce, quasi rotonda. Quando un avverbio fa la differenza. Quasi. Perché l'effetto finale è parodistico. Dove nelle grandi cuvée gramenoniane il tuttotondo è porto in maniera naturale, qui il gioco sembra forzato, sembra una copia fatta benino ma senza la genialità dell'originale. Allora la dolcezza diventa quasi stucchevole e gli odori di espressione quasi elementare. Discreta bottiglia che, diciamo, può essere un corso preparatorio d'avvicinamento all'universo Gramenon. 84/100.


Saint-Joseph 2009 (Dard & Ribo): 2009 annata calda, complicata? Dipende. Dipende da un anta-fattori: dalla zona, dal terreno, dalle vigne. E dalla mano dell'uomo. Anzi, degli uomini. E il nostro A-Team se ne frega di tutto e tutti e continua a sfornare dei croccanti e succosi Syrah. Parole cardine: pulizia, espressività e frutto frutto frutto. E giocare sull'equilibrio impostandosi sull'acidità. Che è sempre naturalmente integrata, sostanziale nel veicolare gli odori e nell'accompagnare la beva. Acidità che non rimanda all'acerbo perché qui il senso trasmesso è la compiutezza, la maturità polifenolica. La grande ambizione di Dard & Ribo è quella di produrre bevande immediate e gourmande, qualcosa di etimologicamente folk come una ballata popolare. Che continuo a canticchiare sotto la doccia. 92/100.


Crozes-Hermitage 2009 (Dard & Ribo): il fratellino minore del Saint-Joseph. Che non ripete i clamori della 2007. Attenuandosi nei parametri, alleggerendosi e lasciando così più scoperta la componente acida e una nota tannica più marcata. La frequenza percettiva diventa più sottile e appuntita pur restando in quella magnifica routine gustativa alla Dard & Ribo. Routine fatta di purezza di frutto e speziature mai legnose. Un fratellino minore, certo, ma dal DNA che non mente. 90/100.


Hermitage 2009 (Dard & Ribo): a letto i ragazzi. E' arrivato le roi Hermitage. Il gioco si fa più serio che mai. Qui è tutto un battere in levare, un ritmo che cresce bicchiere dopo bicchiere e penetra i sensi e ti si inchioda da qualche parte nella corteccia cerebrale. Saliamo in consistenza, in equilibrio, in integrità. Davvero pare di mordere uva all'ora X della sua maturità. Sul serio si sentono le cesta di frutti rossi accompagnati da spezie dolci. Davvero davvero il tannino e l'aspro giocano per la tua stessa squadra. Dalle parti del Paradiso si gioca così: eleganza di tocco, armonia dei movimenti, essenzialità di gioco. Quasi senza sudare, 95/100.


Montepulciano d'Abruzzo 1990 (Valentini): si, insomma, c'erano i vini mediocri (allora c'erano), i vini buoni, ottimi, eccezionali. I toscani, i bordeaux, i Barolo, la Sicilia. la Spagna, la California. C'era il vino, c'erano le lire e c'era del frullo (cioè del movimento, del darsi da fare). E poi c'era il Montepulciano fatto a Loreto Aprutino dal signor Valentini. Prendevi notizie su questo signore, come lavorava, che cantina avesse, chi ci fosse stato e cosa avesse bevuto, e calava una coltre di imbarazzato silenzio, di mezze frasi, di gente respinta oppure accolta e invitata a bere acqua (nota 2). Manco la sede della Stasi fosse in Abruzzo. E intanto si creava della mitologia. Ma questo era solo l'aspetto più mondano della cosa, la cortina fumogena attorno al fatto reale. Che era l'epifanico assaggio del vino. Che non era come qualsiasi altro vino che si fosse bevuto. Scaraffare una bottiglia sembrava una boiata nel 99% dei casi, bastava un bel bicchiere e del lavoro di polso. Con Valentini no. Non che fosse fondamentale, ma la cosa aveva senso. Empiricamente, bottiglie lasciate aperte una settimana, si ampliavano, miglioravano, sembravano aver sconfitto la malattia dell'ossigeno e dell'ossidazione. Non che questo accadesse sovente: tendevano ad essere scolate il prima possibile. Senza farla lunga. Il Montepulciano 1990 è stato uno dei vertici dell'enologia italiana. Un vino in cui cercavi i riferimenti nel mondo e potevi passare dal Rodano, dalla Borgogna, dalla Sicilia, da Zanzibar e ancora non era abbastanza. Lo versavi e quel liquido nerastro pareva bloccato, sembrava dover prendere confidenza con chi aveva di fronte. E poi iniziavano i primi approcci, il bicchiere girava ed era la danza dei 70 veli, via il primo e era la frutta matura, via il secondo ed ecco la speziatura dolce. E così di seguito. E non resistevi più e allora in bocca. Ed era la carbonica, sempre quel filo di carbonica all'inizio. Che svaniva, esaurito il compito, e ti lasciava una bocca scioccata dalla materia e dalla rotondità. Una P.A.I. (che è quella roba dell'AIS e significa Persistenza Aromatica Intensa) terrificante. Cioè, ti rimaneva il sapore per un'infinità e intanto ripensavi a come fosse possibile non rimanere offesi da 'sta cannonata. E nulla offendeva perché c'era equilibrio. C'erano tannini epperò levigati. C'era acidità epperò non te ne accorgevi. C'era dolcezza epperò non stucchevole. Un vino terrigno, sanguinante e sanguigno, mai scomposto come un contadino gentiluomo. Un vino che era facile adorare e difatti fu premiato da tutti (si, anche dall'Innominabile Maroni). Bene. Ho descritto cos'era il '90 qualche anno fa. Ora fate copia-e-incolla e mettete la data odierna. Correggete qualche dettaglio, la carbonica che è quasi scomparsa e il frutto in evoluzione e poco altro. Perché questo è lo stato delle cose. Quindi, che voto dare ad un highlander? Nessuno. Si aspetterà la fine dei tempi e ne rimarrà uno solo insieme a lui. Sperate di essere voi.

Nota 1: la cosa, si vedrà in seguito, è stata disattesa.
Nota 2: questa storia dell'acqua va spiegata. Ho la testimonianza diretta di almeno 3 fonti che riferiscono all'incirca la stessa esperienza, e cioè che presentatisi al portone della cantina Valentini dopo sofferto (ai limiti del parto) appuntamento e in qualità di operatori del settore (enotecari e/o ristoratori), sono stati poi accolti con estrema cordialità, invitati a fare un più che gradito giro in vigna , riportati alla base (la cantina, o, meglio l'ante-cantina), intrattenuti amabilmente con conversazione dotta e onnivora, interrogati su un loro eventuale desiderio di bere qualcosa, serviti di una caraffa d'acqua per placare la sete, respinti alla timida richiesta di bere del vino non essendo il qualsivoglia vino pronto ad un assaggio fugace. Per la cronaca, tutte e tre le mie fonti sono poi diventati ottimi clienti dei vini di Valentini e, negli anni, è anche capitato che in cantina poi del vino si assaggiasse.







6 commenti:

  1. Gramenon est un vin qui console!

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  2. Ecco sì, Valentini 90 è buonino anziché no.
    Non c'è più la carbonica?

    Agilulfo

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  3. Carbonica quasi svanita. Solo un filo appena versato. Vino da fare slurp e glu-glu, una cannonata. Son curioso di bere il 2006 che mi dicono però non essere a livelli storici.

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  4. L'heremitage è un grande vino!
    Ce ne fossero così. Non solo in Italia, ma anche in Francia!
    Ciao.

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  5. Euge stai scalando l'olimpo..per me hai già vinto!!!Che descrizione...e che vini !!Non li ho bevuti ma ho percepito il gusto...o quasi.
    L'Hermitage dove si può trovare?Di Cotè Rotie-tradizionali con quella % di viogner a compensare la syrah- hai sentito qualcosa di buono?ciao GP

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  6. @Gabriele: davvero davvero, un vino dalla bocca ultra-dinamica e dalla beva devastante. E ho il sospetto che lo Syrah c'entri qualcosa.
    @GP: grazie, caro. I vini di Dard & Ribo in Italia quasi non esistono per cui: o vai a Nizza dove ci sono un paio di enoteche illuminate; o cerco su internet dei siti francesi che spediscono in Italia, io spesso faccio così. Il Cote-Rotie col Viognier più famoso (e caro) è La Turque di Guigal: l'ultima bevuta è stata la 2000 ed era magnifica e se incominciamo a mettere via qualche soldino nel salvadanaio, potremo bercene una più recente. Tra parentesi, l'Hermitage di cui sopra credo sia meglio (e costa sui 50 euri).

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