sabato 23 aprile 2011

CEREA E VILLA FAVORITA: BREVE STORIA RAGIONATA DEL BICCHIERE NATURALE E DEL SUO ESSERE MEZZO PIENO E MEZZO VUOTO.



La post-industriale Cerea
La palladiana Villa Favorita














Come sono state le due fiere del vino naturale più importanti in ambito nazionale? Qual è lo stato delle cose nell'anno del Signore 2011? E, soprattutto, cosa c'era di buono in suddette fiere?
Queste sono le domande che si pone l'U.d.S. (o Uomo della Strada) al termine di ogni sarabanda degustativa di questo rilievo. L'U.d.S. ha poco tempo, la poesia va bene ma a piccole dosi e quindi vuole: a) qualche dato statistico; b) e una sommaria e veloce e sbrigativa analisi della situazione; c) una qualche nota di colore sulle giornate trascorse (del tipo vari ed eventuali motivi di gossip e liti furibonde e baci appassionati); e d), in massima parte un borsino degli acquisti, un a-parte-le-menate-cosa-diavolo-ti-è-piaciuto-?
E così procediamo, pedissequi nella scaletta e diretti alla meta.


a) VinoVinoVino si è svolto a Cerea nell'Areaexp, la quale Areaexp altro non è che una vecchia fabbrica sottoposta a quel lavoro di maquillage definentesi recupero d'archeologia industriale, ossia ristrutturare degli spazi enormi mantenendone la struttura originaria (epperciò murature vive, tubature a vista, travature in legno) e ridefinendone la destinazione d'uso (perlopiù come spazio espositivo). Negli ampi ambienti vi erano banchetti senza soluzione di continuità di circa metri 1x2 con sopra bottiglie e sputacchiere e secchielli per il ghiaccio ed eventuali dépliant e/o biglietti da visita, e dietro i produttori. I quali produttori erano 149 (compresi gli alimentari) con all'incirca una media di 5 vini ognuno. Per il totale dei vini presenti fate due conti voi.
VinNatur è a Monticello di Fara presso i due piani di Villa Favorita, location settecentesca con qualcosa di kubrickiano nel salone centrale e nel vagolare ebbro della gente (senza eccessi alla Eyes Wide Shut). La tipologia dei banchetti era simile a Cerea anche se in certe salette nel piano inferiore lo spazio vitale tra persona e persona tendeva a ridursi ai limiti dello struscio e della sgomitata, il tutto amplificato dalla pessima acustica rimandata dalle pittoresche volte. I produttori erano 146 piu 11 del settore alimentare. Per la media vini, stessa roba di cui sopra.
b) L'analisi della situazione. Che si può suddividere in diverse sotto-situazioni
In primis il mercato: nervi d'acciaio, calma e sangue freddo, tutti accucciati ad aspettare che passi la buriana. Il tam-tam di quella giungla equatoriale che è il mercato arriva a singhiozzo, è poco chiaro e frammentato, a dir poco atomizzato. A parte qualche esempio di produttori che venderebbero anche se imbottigliassero acqua e Idrolitina, il resto si arrabatta, prende carta e penna e fa due conti per starci dentro e per far si che non gli rompano troppo le balle sui prezzi, cerca un compromesso tra costi e ricavi. Il vino naturale è di moda? Bene, tutto bello, ma con la moda si mangia poco se non accompagnata dai soldini che ti arrivano nelle tasche. Specie se questa moda si riferisce ad una nicchia di quel mercato-nicchia che è il vino (ancora dei numeri nella nota 1). Questa gente non sa poco o niente (e Dio li abbia in gloria) di trend, marketing, brand. E allora cosa inventarsi? Poco. Oppure qualche decisa scelta strategico-commerciale, o, meglio, di puro buon senso (con un discreto livello di rischio). Come i ragazzi di Massa Vecchia che lasciano (peraltro in ottimi rapporti) la Velier e decidono per l'autogestione: da adesso in poi il vino se lo vendono loro saltando gli intermediari, e questo dovrebbe portare a prezzi più bassi sugli scaffali e fidelizzazione maggiore coi clienti. Certo, magari loro se lo possono permettere e questa formuletta non va bene per tutti. Però è un passo in avanti verso un ideale catena commerciale privata di qualche maglia di troppo (distributori, rappresentanti) e finalmente essenzializzata nella sua costituzione: e cioè che i soldi vanno a chi il vino lo fa e chi lo vende al dettaglio.
L'altra sotto-situazione riguarda gli umori. Le facce e le parole dei produttori. Parole che, al di là dei crudi numeri (che, si diceva, nella loro, appunto, crudezza non è che disegnino un quadro esaltante nel rapporto prodotto/venduto), avevano comunque una disposizione verso il positivo, di fiducia e di un certo fatalismo. Parole e facce orgogliose del proprio lavoro. E consapevoli delle ripercussioni positive di tale lavoro. Parole che arrivavano spesso al nocciolo di tale consapevolezza, e cioè il lavorare la terra nel massimo rispetto di ogni sua componente, nel proprio piccolo tentare di creare delle isole di resistenza al conformismo ultra-chimico (nota 2), per restituire in bottiglia una fetta di tali isole. Una simbiotica unione terra-uva-vignaiolo che in qualsiasi altro campo potrebbe risultare assurdamente retorica. Ma qui no. Ascoltare le loro parole e guardarne le facce illuminarsi nel raccontare il lavoro nei campi e quello che producono. L'orgoglio di lavorare eticamente (che molla furibonda e positiva è l'orgoglio di un lavoro ben fatto?). E facendoci scappare  spesso e volentieri anche dei grandi vini.
c) E siamo alle note di colore. Un produttore siciliano barricato (è il caso di dirlo) dietro il banchetto e circondato da bicchieri tesi mentre una finestra sopra di lui sparava un sole abbacinante portando la temperatura dei vini pericolosamente vicina ai 27° e mentre le volte a crociera producevano un assurdo rimbombo negando le condizioni per un qualsivoglia dialogo superiore alle 3 frasi, produttore anche infastidito da scampoli di domande assurde e dal volto tra il disperato e il vagamente sognante un celere ritorno alla sua monastica tenuta sull'Etna. E anche. Un produttore fattosi improvvisamente savonaroliano che inveisce a denti stretti contro una generica slow-qualcosa e uno specifico Carlin Petrini i quali sarebbero colpevoli (sempre secondo il produttore ben oltre la soglia dell'incazzatura) di chiedere il sostegno e la salvaguardia di, ad esempio, un coltivatore di fagioli delle Ande peruviane capace di produrre 10 sacchetti l'anno di suddetti rarissimi fagioli, e incapaci (i slow-qualcosa e Petrini vari) non solo di spendere lo straccio di una parola verso le microproduzioni vinicole artigianali, ma anzi di rompere leggermente i coglioni se le bottiglie fatte sono troppo poche.
Fine.
d) E alla fine di tutto, la ragione per cui ci si sveglia la mattina alle 6, si inforcano per 3 ore le dissestate strade italiane immergendosi sempre più in quel vago concetto che è il Profondo Veneto, si fa una fila scomposta, si acquisisce un bicchiere e si iniziano a sgranocchiare Gioppini e a degustare vini alle 10 di mattina: la ricerca del buono.
A Cerea e Villa Favorita ce n'era tanto (di buono). Ed è stato confermato un quadro generale di prodotti sempre migliori, più precisi, più fragranti, non solo per un pubblico allenato ed esperto ma di godibilità tou court, vini che piacciono a donne e uomini, cani e gatti. Mani sempre più esperte dei produttori a fronte di vini che hanno l'uva al centro della scena. 
E iniziamo dalle eccellenze di Cerea.
Zampaglione e i suoi due Fiano Don Chisciotte 2008 e 2009. I quali dopo gli splendori della 2006 (davvero uno dei grandi vini italiani, ergo mondiali, degli ultimi anni) e l'ottimo 2007, tira fuori due campioni extra-categoria. Nel senso che prima li bevi, poi strabuzzi gli occhi come colto da estasi mistica, e poi entri nella banale categorizzazione. Un 2008 macerato qualche mese e dallo stile in linea coi predecessori: mineralità, profondità, sensazioni bucciose, tannicità controllata, equilibrio da vertice. E un 2009 che passa la linea Gotica di un nuovo gusto, un macerato di quasi un anno che mette il turbo verso una dimensione olfattiva a 3D sommando speziature (tanto oriente, zafferano, curcuma, pepe) a dolcezza di frutto maturo, rusticità senza volgarità. Tanta era l'attesa (nota 3) e tanto il ripagamento.
Massa Vecchia, o la Maremma senza compromessi. Qui si attendevano i botti. E botti veri e propri non ci sono stati. Intendiamoci, tutta la produzione eccelle, l'impostazione è verso l'equilibrio in appoggio alla beva, la mano in cantina è salda. Però quella marcia in più avvertita in vecchie bottiglie, qui manca. Partendo dal Bianco 2009, macerato qualche settimana e quindi senza forzature aromatiche, composto e di discreta dimensione ma ancora inespresso al naso. O il Rosato 2007 (Aleatico e Malvasia Nera), solita caramellina dalla beva irresistibile, un rosato/rosso dove acidità e tannini tamponano a dovere la dolcezza di frutto, un campione nella tipologia. O il Rosso La Querciola 2007, un gradino sotto i fratelli, il più rigido e chiuso in questa fase. Da riassaggiare.
Litrozzo Bianco "Restyled"
Da Gradoli con furore. Le Coste di Gianmarco Antonuzi e Clementine Bouveron. Vulcanici in parole e fatti. Incompromissori (zero chimica e solfiti). Tanto arrosto e poco fumo. E una batteria serratissima di vini. Partendo dal Litrozzo Bianco 2010. Diverso da quel Campione del Mondo di Beva che fu il 2009: qui l'annata fredda ha donato un vino di dimensioni normali, più vicino al concetto di Litrozzo come vino quotidiano. Così primarietà degli odori dove la 2009 era una vertigine fruttata; acidità evidente dove nella 2009 la maggior polpa ne pareva corroborata e assecondata. Molto centrati i Litrozzo Rosso e Rosato 2010, anche loro figli del freddo e perciò nordici come certe cose dello Jura, giocati sull'equilibrio acido/frutto. E poi la sfilza di cuvée del 2009 che si conferma l'annata maxima a Gradoli: molte prove da botte su cui spiccano la dolcezza masticabile del Bianco Del Paino e la leggiadria fruttata dei Rossi a base Greghetto, consistenti e integri. Tutto da riassaggiare in una prossima visita in azienda.
E Kurni? E Kupra? Dopo l'interlocutoria edizione di Kurni 2008 (recensita qui e ribevuta di recente con perplessità ancora maggiori), la 2009, come sempre assemblata per la fiera e quindi non definitiva, ritorna sulla strada abituale, fedelmente massiva e dolce di frutto, un vino che pare ancora bloccato ad un passo dalla completa definizione aromatica e dall'equilibrio veicolante la beva. Mentre Kupra 2008 (assaggiata a Faenza per Enologica) è apparso fortemente evoluto, in piena terziarizzazione, bocca in via di sfaldamento, una bottiglia che sembrava aperta da 10 giorni o avere 20 anni. Una bottiglia sfortunata?
Que viva Christian Bucci e Les Caves De Pyrene! Solito zibaldone di assaggi, solita squadra senza confini, solite montagne russe gustative. A partire dal picco che è il Lazio Bianco Coenobium 2009 del Monastero Suore Cistercensi di Vitorchiano. Trebbiano, Malvasia e Verdicchio per queste signore che hanno visto la luce e ora cercano di ridarcene uno spicchio in bottiglia. Vino di assoluta fragranza, immediato e non banale. Una scoperta. 


E frugando in quel tour d'Europa pyreniano si finisce nel sud della Francia, più precisamente a Calce, questo minuscolo lembo di terra in zona Roussillon divenuto famoso per un manipolo di produttori convinto del potenziale del suo terroir. Il Matassa Blanc 2008 del Domaine Matassa è un Grenache Gris e Maccabeu: uno di quei bianchi ossidativi francesi che cercano di marcare la differenza dalla post-modernità ipertecnica, cercano una via verso la caratterizzazione dei bianchi (come disse un produttore francese: "Voi macerate, noi ossidiamo: c'est la tradition"). Siamo più nella categoria dell'Interessante che del Buono. Sul ciglio del marsalato. Con una bocca che si riprende un po', aggressiva ma di una certa larghezza. Siamo, forse, alla ricerca della definizione di uno stile.
E poi c'era in un banchetto uno svizzero. Domaine de Beudon. Dove il proprietario super-barbuto e gentile (un incrocio tra Babbo Natale e il nonno di Heidi), ha snocciolato una discreta serie di vini. E se Acidità è uno dei mantra odierni, qui siamo a casa. Partendo dal Riesling x Sylvaner 2004: rigido senza essere bacchettone, minerale senza farsi soffocare dagli idrocarburi, sottile e dinamico. E ancor più nel Fendant 2004, da uva Chasselas, l'acidità veicola ma non punge, rinfresca e non taglia, con dolcezza in sottofondo. O il Constellation 2007 a base Gamay, leggero e fruttato, quasi etereo. Insomma, aria rarefatta dalle parti della Svizzera ma aria pura.
Passeggiando per l'Europa, ci si ritrova in Croazia, e più precisamente da Giorgio Clai il quale folgorò le masse (e la Velier) qualche edizione fa con una Malvazija 2006 da urlo. Quest'anno ha presentato 3 vini. E 3 mezze delusioni. La Malvazija Sveti Jakov 2009, blockbuster wine tenuto 40 giorni sulle bucce, tanto ultra-glicerica e consistente quanto arrancante nella beva, tanta materia e alcool non tamponati a dovere. Potenza senza controllo. L'Ottocento Bianco 2009 (Malvasia, Sauvignon e Pinot Grigio) va un po' meglio, 5 giorni sulle bucce e maggior equilibrio (le due cose non sono correlate), aromaticamente la Malvasia predomina ma l'uvaggio pare dinamicizzarla, pare trasmettere una tensione che riavvicina alla beva, riavvicina ma non centra. L'Ottocento Nero 2009 (Terrano, Cabernet Sauvignon e Merlot), vino mediterraneo a cui il Terrano dona uno scheletro acido, ma anche qui senza che nulla brilli.
Puglia. Terra di trulli e Albano. E di Morella di Gaetano Morella e della moglie enologa australiana Lisa Gilbee. Qualche anno fa il Primitivo Old Vines 2006 (un cru di vigneti ad alberello di 75 anni) fu un'abbagliante scoperta, un mastodontico-ma-non-ostico vino del sud, una crema di frutto senza piacioneria, virilmente oltre ogni concia legnosa o glicerinosa. Un forte e limpido gentiluomo del sud. Quest'anno hanno presentato le loro riserve di Primitivo 2007, La Signora e Old Vines. La prima giocata più sulla morbidezza, la seconda più tannica e cupa. Entrambe di consistenze vertiginose e fruttoni rossi, peccano solo nella dinamica in bocca, ancora troppo bloccati dal legno in assorbimento. Interessante nel genere aussie-wine il Mezzanotte Rosso 2009, Primitivo in alberelli di 40 anni più Cabernet e Negramaro e Petit Verdot: costa sugli 8 euro in enoteca ed è un vino maroniano nella migliore delle accezioni. Ed ha il tappo a vite (che Dio lo abbia in gloria).
E poi. Rosi Eugenio Viticoltore Artigiano. Così si presenta. Da Volano (Trento), con essenzialità. E un pizzico di spirito da folletto nordico. Che si manifesta nei vini.  A partire dall'Esegesi 2006, il suo taglio Cabernet e Merlot: che, pur in non grande millesimo, mostra discreta dimensione e un carattere decadente, freschezza clorofillosa e odori di humus, di una natura ai limiti della decadenza, un mix che qui produce qualcosa di intrigante. E nel Poiema 2008, il Marzemino raccolto al massimo della maturità, un tentativo grandemente riuscito di cavare tutto quello che si può da questa uva mozartiana; un vino dall'aromaticità esuberante ma non sgraziata, dalle sensazioni verdi che si mischiano alla dolcezza alcolica, il tutto compatto e croccante. E per finire nel Cabernet Franc: un taglio, pensa te, di 3 annate (2007-2008-2009), potente e preciso come una sciata di Thoeni, vegetale il giusto e prepotentemente equilibrato, una produzione minima per un esperimento concettuale. Una bontà, soprattutto.
E poi. Gli amati friulani. Gli amati bianchi friulani macerati. Vodopivec con le due Vitovska 2006, una affinata in botti grandi e l'altra in anfore interrate, che allargano il campo degli orange-wines e allargano la mente e il gusto. Classica quella in botte, tannica e bucciosa, dolcemente rugosa al tatto, magistrale nell'aromaticità frutto/spezia; più eterea, quasi concettuale quella in anfora, a grani più larghi, se vogliamo,floreale. O Zidarich dall'ottima gamma, su tutti il Prulke 2008, il Sauvignon-Malvasia-Vitovska, vino in surplace che disegna un quadro olfattivo a tutto tondo e mantiene la bocca in un equilibrio quasi ottimale.


E poi. Di molti dei produttori presenti ho già parlato in occasione di Sorgente del Vino Live. Dei nostri romagnoli parlerò a parte. Nei prossimi giorni spolperemo Villa Favorita fino all'osso. Stay tuned. Restate sintonizzati.




Nota 1 : Allora. In una statistica legata alla GDO (cioè la Grande Distribuzione), nel 2010 sono stati venduti 575.112.384 litri di vino (in vetro e in brick, ossia Tavernello and company), dato in calo dello 0,9% a fronte di un costo medio di 2,47 euro per litro, ossia di 1,85 a bottiglia da 0,75.  In tutto ciò, la spesa per bottiglie di costo superiore ai 6 euro è stata dell'1,9% del totale. E, certo, stiamo parlando di super/ipermercati, strutture che non sono certo le prime che vengono in mente per acquisti di vini di qualità. Però la statistica rende bene l'idea di quello che è il mercato del vino, specie se legata ad un sondaggio recentemente condotto da Winenews e Vinitaly. Dal quale sondaggio viene fuori che il 71% degli italiani attua una separazione tra vini da tavola e vini da favola: i primi si comprano al supermercato (24%) o dal produttore (28%); i secondi perlopiù in enoteca (39%). E quale sarà la variabile distinguente? Il prezzo. Per i vini da tavola il 43% è disposto a spendere da 5 a 10 euro, il 27% fino a 5 euro, il 19% da 10 a 15 euro. Ovviamente per i vini da favola si ragiona in altri termini (e altre cifre). Tutti dati sono in questo articolo sul sito Sommelier. Ed anche la conclusione: che la forbice tra vini quotidiani e grandi vini (grandi per lignaggio e prezzo) si allarga e in mezzo resta poco. Per la cronaca, il vino più venduto nella GDO è il Lambrusco (14.873.925 litri).
Nota 2: sempre cosa buona è specificare come non ci sia nessuna intenzione demonizzatrice della chimica. Solo la lapalissiana considerazione che lavorare senza diserbanti & C. produce terre più sane e vignaioli più sani. E che anni di bombardamenti e colture intensive e di frutta e verdura lavate compulsivamente, forse tutto questo benessere non l'hanno portato.
Nota 3: si potrebbe fare un grafico le cui variabili risulterebbero essere Aspettativa e Realtà. Per esempio, se uno va ad assaggiare i vini di un produttore X e verso i vini di tale produttore ha un'Aspettativa alta, diciamo 95 in una scala da 1 a 100, allora l'indice di emotività virerà verso la delusione se gli assaggi lo riportano ad una Realtà di valore 90, valore di per sé alto ma inficiato da quel 5 di disavanzo nelle due variabili. E così, al contrario, se l'Aspettativa è di 85, allora una Realtà di assaggi di valore 90 farà sorridere e ben predisporre l'assaggiatore. Per quanto si cerchi di essere imparziali, la componente Aspettativa è sempre presente. Ed ovviabile, ed è ovvio, solo in caso di vini del tutto sconosciuti e/o degustati alla cieca.

7 commenti:

  1. Buongiorno Eugenio,
    innanzi tutto Buona Pasqua.
    La tua riflessione è molto interessante, così come precise le tue descrizioni sui vini.
    Avrei però alcune domande da fare:
    1 - si parla di vini naturali, di vini da viticoltori "veri", che Cerea e Villa favorita sono manifestazioni che dovrebbero essere unite, che il Vinitaly è per i "grandissimi", o per le aziende che sono "tradizionali" e quindi, consentimelo, "inquinatrici" etc etc.....la mia azienda, la mia figura, che è? Non sono un vero viticoltore?
    2 - a Cerea o a Villa favorita non posso andare in quanto viticoltore "non naturale", al Vinitaly avevo dato in assaggio i miei vini al banco dell'Enoteca Regionale (quindi come non averli dati) perchè per uno stand tutto mio avrei dovuto richiedere in banca un prestito di conduzione (e poi sai a chi gliene frega di un piccolo produttore romagnolo come me....) quindi non sono nè carne nè pesce ---> è meglio che cambi mestiere?
    3 - Che cosa significa vino naturale? Perchè per me NIENTE è naturale; a cominciare dall'uso dello zolfo in vigna (intervento umano) per prevenire gli attacchi di oidio.
    4 - E' poi così eco-sostenibile un vino cosiddetto "naturale", quando poi per trasportarlo (ove si voglia) necessita di un camion frigo perchè altrimenti si altera (es. rifermenta, parte la malolattica o cose simili)? Se occorre un camion frigo per trasportarlo, ecco allora che c'è la mano della "tecnologia" e il naturale va a farsi benedire.....
    Non ci capisco più niente.....
    5 - Ci sono cantine "naturali" che usano refrigerare il mosto delle uve bianche per preservare i profumi, io non ho tecnologia (e tu lo sai bene....); quindi ti dico, il vino è un prodotto dell'uva, è più "naturale" il vino da me prodotto con zero tecnologie di cantina (a parte, a volte, l'uso di lieviti - ammesso anche in biologico - e l'uso di bassissime dosi di SO2) o chi segue protocolli di vino "biologico" e poi magari, come già detto, usa il refrigeratore per i mosti etc etc?
    6 - Chi usa l'NaOH per sanificare i vasi vinari (ammesso in biologico) anzichè solo l'H2O, è naturale?
    Una cosa però mi fa veramente andare i maroni in giostra:
    chi come me è un produttore "convenzionale", viene visto dai vinonaturisti (produttori e enoappassionati) come il diavolo e come venditore di "bevande" o, peggio ancora, di merce tossica.
    Tra l'altro ho letto tempo fa una recensione su alcuni assaggi di vini naturali in una manifestazione a Roma dove il degustatore aveva avuto notevoli fastidi dovuti al vino, cosa che non gli era mai capitata con vini "convenzionali".
    Mah e poi ancora mah.......
    Scusa lo sfogo.
    Ciao.

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  2. Caro Gabriele, auguroni anche a te.
    I "giramenti di balle" possono essere anche salutari se portano riflessioni serie come le tue. Tu che sei un viticoltore vero (nella più ampia accezione), fai domande che vanno dirette nella zona grigia della definizione di "naturale". Nello specifico:
    1) per me viticoltore è chi vive di questo lavoro e lo fa con passione, chi ti accoglie in cantina e ti fa sentire come a casa e ti fa sentire limpidamente (perché tutto quello che fa è solo trasformare la sua uva senza manipolazioni) tutto quello che produce e ti fa camminare nelle sue vigne. Ecco, la conoscenza diretta del lavoro di un uomo me lo fa dire viticoltore, solo andando sul posto e toccando con mano posso definirlo "viticoltore". E direi che tu lo sei al 100%. Tutto il resto sono chiacchiere.
    2)No. Ti prego. I tuoi confronti con la critica e il pubblico riesci ad averli in tanti altri modi, anche più soddisfacenti e approfonditi.
    3)questa è una delle grandi domande. Però una gradualità di intervento c'è, sappiamo bene cosa si riesce a fare per correggere un vino in cantina e come in certe zone l'usa della chimica in vigna sia esorbitante. Mio padre era agricoltore negli anni '70 e ricorda le robe che sparava nei campi il che era una norma all'epoca. Oggi lo sviluppo di una sensibilità verso pratiche di salvaguardia dell'ambiente (e di maggiore sanità dei prodotti) mi pare un segnale positivo. Restando sul fatto che qualsiasi intervento sul campo è "interventista" in quanto umano.
    4)scrissi qualche tempo fa di un intervento di Texier sui risvolti del lavoro meccanizzato passando alla conduzione biologica. E sono molti gli aspetti che devono ancora essere analizzati in profondità.
    5 e 6)essere "naturali" significa fare riflessioni profonde su tutto il ciclo produttivo, significa avere coscienza di che impatto hanno i propri atti nell'ambiente e nel prodotto finale. E non è una cosa facile per nessuno, in nessun campo, specie per chi ci vive di questo lavoro. Cercare di fare il meglio con coscienza per avere il miglior prodotto possibile dalla propria terra. Molto chiare furono le parole di Francesconi ad una sua degustazione, le sue ansie nel passaggio alla biodinamica, i tentativi, a volte i compromessi, le soddisfazioni quando il prodotto "quadrava il cerchio". Non esiste un percorso unico ma adattamenti caso per caso. E, lo sai come la penso, i tuoi vini sono aldilà delle etichette, al gusto e tecnicamente più naturali di tanti produttori a Cerea o Villa Favorita. E sono sani e digeribili: te lo dice chi ne ha bevuti a decine.
    Per finire, negli anni, visitando le fiere naturali, mai avuto un problema. E ricordo dei Vinitaly distruttivi e un paio di SensOnLine di Luca Maroni anche peggio. Ma queste sono statistiche che valgono poco, altrimenti mi metto nella strada del naturale-buono e convenzionale-cattivo, una divisione che mi interessa poco. Tutto vorrei essere ma non talebano.

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  3. Grazie Eugenio,
    è da parecchio tempo che vorrei passare alla conduzione "bio". Da ben prima che questo tipo di agricoltura giungesse "alla moda" (che brutto termine), dal 2000.
    Ci sono alcune cose che mi bloccano ancora dopo 11 (!) anni: l'uso del diserbo per la parte sotto fila (lo sai il perchè, ne abbiamo parlato anche l'ultima volta che ci siamo incontrati) e i trattamenti contro la tignoletta della vite che nella mia zona picchia più duro di Mike Tyson. Per il resto non ci sono problemi, tuttora potrei praticamente essere incluso in un azienda bio (escluso per i 2 casi suddetti), di sistemici non ne uso.
    Come tutti sanno, la maggior parte dell'uva la porto alla Cantina Sociale e purtroppo quest'ultima non fa distinzioni di uve biologiche e non e men che meno te le liquida con dei "supplementi" ergo: chi me lo fa fare?
    Lo so che uno deve essere "bio" dentro, ma come ci si può permettere di rischiare al giorno d'oggi che le uve te le liquido quasi alla pari del costo di produzione e non c'è margine per i rischi? Per spiegarmi meglio dico che siccome l'agricoltura mi da da mangiare, sinceramente di assumermi i rischi di un raccolto compromesso per la mia mancanza di esperienza nel modo della conduzione adesso come adesso non me la sento di prendermeli.
    In più la concentrazione di vigneti nella mia zona è molto alta e nessuno dei miei confinanti conduce l'azienda in maniera bio, quindi ci sono rischi di deriva e potrebbe succedere come a quell'azienda biodinamica piemontese che si è trovata un prodotto nel vino che loro stessi non avevano mai utilizzato.
    Non è detto che in futuro non lo faccia, ma sarà una decisione presa assolutamente in modo coscienzioso e non per andare dietro a qualche raffica di vento che ora è in fase dominante.
    A presto.

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  4. Ciao Eugenio, sono stato a Cerea il venerdi',caldo ferragostiano molti visitatori aanche stranieri,bella l'idea dell'enoteca per la vendita dei vini,banchi dei più noti viticoltori bio presi d'assalto.Tutto bene quindi? Mah, è il posto giusto per degustare? dopo un pò il bicchiere intriso di lacrime di vino è ancora affidabile per profumi e aromi?Cosa stiamo cercando nei"naturali" un idea di più sano più buono più pulito o ci vogliamo distinguere dalla massa seguendo una moda? Io ho trovato molti vini con zaffate di zolfo(era il mio naso o il bicchiere o il vino?)Dopo Agazzano avevo aspettative alte su alcuni produttori recensiti molto spesso sui blog enoici, per fare due nomi Bea e Massa Vecchia qui come dici tu, i botti non li ho trovati. In generale, vini rossi tutti molto uguali nei profumi terrosi con sapori molto simili.Mi è piaciuto il syrah 2006 di Amerighi,profumato e gustoso e il merlot di Manetti,pieno e con un frutto croccante dolcissimo.Ho trovato invece dei bianchi straordinari da Demaine de Beudeon e Nikolaihof, freschi con beva infinita.Ti chiedo perchè mai noi in Italia dobbiamo macerare tutto mentre altri non lo fanno?(e ottengono ottimi prodotti). La Vitovska di Vodopivec aveva profumi di frutta candita molto buoni,in bocca piena e cerosa ma se ne riesce a bere più di due bicchieri?Non è che esista una terza via considerando il fatto che il vino è diventato un piacere e non più (purtroppo)alimento?Ciao Ivano

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  5. Caro Ivano, tante belle questioni e molte risposte in divenire. Seguendo i tuoi pensieri: Cerea mi piace come "location" (scusa l'orrendo inglesismo), ampi "spazi di fuga" tra le file dii banchetti e ottima organizzazione per essere quel mordi-e-fuggi che è una manifestazione simile; il bicchiere credo di averlo cambiato almeno 5 volte anche se una buona avvinata tende a pulirlo bene (mai l'acqua!); la "massa" è qualcosa di talmente indistinguibile e inafferrabile che non me ne preoccuperei, io mi sono avvicinato a questi vini perché mediamente sono più buoni (più complessi, più bevibili), il fattore etico è complementare, fondamentale per certe cose ma viene dopo il gusto; sui rossi mi trovi d'accordo e ne scriverò nelle conclusioni finali, sorpassati assolutamente dai bianchi (cosa che fino a qualche anno fa non avrei mai creduto); Amerighi mi piace e finalmente qualcuno che omaggia Manetti; i vini macerati sono in fondo ancora una minoranza, numerica e come fortuna critica, sono vini che vengono dalla tradizione italiana, anche da noi in Romagna si praticava il contatto con le bucce, e sono vini che hanno invece una grande fortuna critica all'estero perché "diversi" (nel bene e nel male), perché in grado di dare prodotti unici per complessità e beva, a me hanno aperto un orizzonte nuovo e, come ben sai, non per partito preso, mi è scoccata una scintilla una sera con Radikon e la scintilla si è ripresentata spesso con altri vini della tipologia e allora voglio provare a a scintillare anche te e una sera ci troviamo e porto qualche boccia e se non ti piacciono, no problem, me li bevo tutti io.

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  6. Un solo appunto:più complessi e digeribili mi trovi d'accordo,più buoni e bevibili secondo me è soggettivo.Per provare a scintillare ci sarà occasione, nel mio piccolo parco bottiglie ho Vitovska MM4 2004 di Vodopivec che sta aspettando di essere aperta(anche se il produttore mi a detto di conservarla ancora.Ciao Ivano

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  7. Ciao Eugenio, mi passi a trovare a Bagnacavallo il 12 o 13 sono in piazza nuovain centro per "Degusto con gusto"..prova a indovinare che vini porto oltrer il Lambro? se rispondi correttamente vinci una bottiglia di Malbo :) :)
    Ciao GP

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