lunedì 19 luglio 2010

RUMORE BIANCO: LA SARDEGNA



Signori, ajò.
Questo scimmiottamento di saluto vorrebbe introdurre l'argomento della bevuta quotidiana. La Sardegna. Terra devastata dagli incendi, dalle ville Certose e i suoi finti vulcani pirotecnici, dalle billionariate e dal cemento che sale dalle coste cafone e chissà se capace di penetrare più all'interno. Probabile di no per mancanza di appeal della macchia mediterranea e della morfologia simile ad una landa lunare ma un po' più calda. E probabile di no per una sorta di resistenza silenziosa (e non per questo meno efficace) della gente che abita questa isola e che lavora la terra e le bestie di questa isola. Girare l'interno della Sardegna riporta ad una dimensione primigenia dell'uomo, ai suoi sforzi di domare l'indomabile, all'accettazione della forza della Natura e, suo contraltare, alla testardaggine di portare a sé quello che la Natura lascia.
Tutto questo ha un suo segno sugli uomini. E' sempre difficile e carente una catalogazione delle tipologie umane per territorio. E' difficile associare caratteri, comportamenti, mentalità ad una determinata zona. Non tutto è riconducibile ad una sommaria psico-geografia. Però un'idea ce la si può fare sfruttando quel motore
maximo che è la curiosità. Motore che porta a visitare, a chiedere, a leggere, ad ascoltare. Ascoltare De Andrè che tenta (e riesce) in una spiegazione per immagini e musica del carattere sardo e del suo conseguente innamoramento e rapimento (fisico e spirituale). Ascoltare Gianfranco Manca che parla della sua azienda (lo saprete, Panevino), della sua terra, dei suoi vini, di Nurri; della straordinarietà degli eventi naturali, anche i più insignificanti, che Manca ti restituisce come un bambino che legge una leggenda pre-cristiana. Leggere Salvatore Niffoi per percepire la ruvidezza arcaica della lingua, il suo cantilenare primordiale che pare scomporsi dai significati per incidere qualcosa molto più all'interno di noi. Anche solo vedere Edoardo Raspelli in un vecchio "Mela Verde" arrancare in mezzo alle capre per intervistare o tentare di cogliere qualcosa dai monosillabi di un pastore sardo davanti al suo casolare di pietra senza luce, gas e acqua.
Da questi pezzi di puzzle vengono solo tentativi di entrare nello spirito di un luogo e di uscire dai luoghi comuni. Luoghi comuni che nel vino fanno spesso gioco nella classificazione di una zona. Così che la Sardegna dovrebbe produrre vini duri, robusti, coi quali è difficile l'approccio ma che, una volta entrati in confidenza, riescono a rivelare profondità insospettate. La qual cosa è, naturalmente, più sfaccettata. Anche qui coesistono realtà molto diverse. Ci sono gli evocativi e
interminabili nell'aprirsi e raccontarsi vini di Manca. Ci sono le durezze tanniche e alcoliche caratterialmente volute dei vini di Sedilesu. Ci sono i classici modernisti, i traghettatori verso la contemporaneità come Turriga e Terre Brune e il Marchese Di Villamarina. E ci sono quelle cantine sorte negli ultimi anni che tentano una mediazione tra modernizzazione e tradizione, tra capacità industriali in termini di investimenti (e tutto quello che ne consegue) e attenzione alle biodiversità e al territorio.
La bottiglia di oggi riguarda proprio una di queste ultime cantine: i Feudi della Medusa.
60 ettari nell'estremo sud della Sardegna. Attiva dal 2000, è "...dotata di una nuovissima cantina e dei più sofisticati impianti e macchinari..." etc etc. L'enologo (si, c'è l'enologo come pare sempre necessario in questo tipo di progetti) è Donato Lanati e pare nei progetti una conversione totale al biodinamico. Hanno già diversi riconoscimenti dalle guide, soprattutto il Gerione che è uvaggio di Cagnulari e Cabernet Franc e Syrah (il loro vino forse più potente e internazionale).
Io però vi racconto di un altro vino, quello che ho trovato più personale e interessante, parola che non significa nulla ma che ora vado ad ampliare.

Si tratta dell'Arrubias 2006. E' un Carignano in purezza. A piede franco. Epperciò vigne vecchissime ad alberello. Uve fermentate in acciao termo-condizionato. Malolattica in barrique. E 9 mesi in barriques nuove. E 14° di alcool.
Il colore non è densissimo, ricorda la grana di un pinot nero, e ha accenni di mattonato ai bordi. Eppure il colare sul bicchiere è vischioso. Appena si accosta il naso, il primo colpo: ampissimo e rotondo. Siamo dalle parti della naturalità del gusto, di sentori di uva franta e non più modificata, speziature dolci e qualcosa di salmastro. Certo, c'è anche evoluzione, qualcosa di decadente che però dona addirittura ulteriore piacevolezza. La bocca rimanda a tutto ciò, senza una consistenza assoluta ma comunque accompagnatrice del sapore, senza dolcezze fasulle ma solari, mediterranee. Così un vino da 90-91/100. Epperò a metà bottiglia, dopo circa un'ora dall'apertura, la costruzione ha dei cedimenti. Il naso inizia a decadere. L'evoluzione diventa cotto, terziarizzato. E la bocca perde trama, ha accenni di sfaldamento che l'aria amplifica sempre più. Non una caduta libera ma un lento decadere, l'ossigeno spinge avanti con gli anni il vino e quasi scompare il frutto. Una seconda fase che lascia interdetti, che porterebbe il vino ad 83-84/100 e che porta a riflettere sulla tenuta nel tempo di certe bottiglie.
Noi salomonicamente allora gli si dà 87/100 che se non è media matematica poco ci manca.
Ajò
a tutti.

4 commenti:

  1. Cavoli, dopo quattro anni cede così in fretta all'aria?

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  2. Già. è sembrato un effetto speciale da b-movie del tipo "Ti succhio tutta l'energia vitale". Non credo c'entri come e dove era stata conservata la bottiglia (sempre che la cosa abbia importanza e su bottiglie così giovani ho i miei dubbi): ero al ristorante e i vini gli erano arrivati da una settimana, ancora nei loro cartoni. Però una mezzoretta di emozione ce l'ha data. Sarebbe un esperimento interessante (che qualcuno sta già facendo) bere una bottiglia nell'arco di qualche giorno per vedere come si comporta, così, per valutarne le capacità d'evoluzione. Sempre che sia una cosa importante sapere che una bottiglia resisterà 10 anni o 10 minuti.

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  3. Sui 10 anni non lo so, non mi interessa molto a dir la verità, nel senso che nella mia cantina, che poi è un sottoscala e prima ancora un sotto-letto, 10 anni non resisterà nessuna bottiglia. I dieci minuti invece mi interessano: se dopo una mezzora che il vino è aperto inizia a perder colpi in modo significativo un pò mi girano. C'è qualcosa di sbagliato, o meglio di riuscito male. Ad esempio: ho a casa una boccia di Cinquecampi rosso, base lambrusco rifermentato in bottiglia del 2007 che è ancora in splendida forma, da un carignano con piante prefilossera e barrique e 14° mi aspetto che quantomeno una prestazione superiore: se ce la fa un lambrusco (coi controcazzi, c'è da dire) a sfidare il tempo deve farlo anche un vino con mire ben più alte.
    Il paragone è un pò forzato, ma rende l'idea...

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  4. E' indubbiamente così. La tenuta nel bicchiere è un fattore. Ho un amico enotecario che da qualche anno apre diverse bottiglie e poi le beve nell'arco di una settimana. E da come si comportano trae delle conclusioni, è riuscito ad indicizzare in qualche modo certe tipologie: ad es., i vini fruttatoni, esplosivi, glicerinosi che nell'arco di 24 ore decadono; i vini puzzoni, chiusi, animali che reggono e migliorano nei 7 giorni. Questo naturalmente a linee generali e con tutti i se e ma del caso. Al riguardo, aneddoto abbastanza buffo che mi raccontò un amico: degustazione di pinot neri francesi con grossi nomi, il più grosso La Tache, si annusano i vini, si bevono, si parla e si tirano le conclusioni; uno si alza e dice "Beh, per 10 minuti ho bevuto il vino più buono del mondo. 10 minuti di odori celestiali, di puro velluto in bocca. Poi questo vino è morto." Che vino era? La Tache, of course.

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